Edizioni Messaggero Padova Sant'Antonio.org - Il portale della comunità antoniana

Ricerca avanzata »




ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



 Stampa pagina           Segnala pagina


 
LA MISSIONE DEI DISCEPOLI SECONDO LUCA
Luca Moscatelli

Probabilmente l’autore che sta dietro il nome Luca si trova ad affrontare un momento nel quale si registra un calo della speranza e di conseguenza un raffreddamento della missione, complice anche la persecuzione. Per rimotivare l’annuncio ai pagani insiste soprattutto sulla compassione che distrugge ogni barriera, sul «ministero» dello Spirito e della Parola e sulla misericordia, che apre all’amore per i nemici e alla ricerca della giustizia nel riscatto dei poveri e dei peccatori. Questa insistenza intende mostrare che il Risorto è vivo e presente con i discepoli, anche con quelli che non lo hanno conosciuto durante il suo ministero pre-pasquale sulle strade di Palestina.

Lo sfondo lucano della missione

Lo svantaggio della seconda generazione non è dunque incolmabile. Anche la loro missione è partecipazione alla missione del Maestro che continua. Essa ha preso le mosse da Gerusalemme per arrivare a Roma: così dunque incornicia la sua intera opera (cf. Lc 1 e At 28) un cristiano colto della seconda generazione, che ha conosciuto Gesù grazie all’annuncio di qualche «apostolo» e che, nato e cresciuto nel mondo pagano con tutta probabilità ha vissuto da vicino la vicenda di Paolo (anch’egli privo dell’esperienza diretta del Gesù pre-pasquale) forse addirittura accompagnandolo per qualche tratto nel suo ministero apostolico, ma in ogni caso prendendolo a modello per l’annuncio alle genti.
Semplificando molto, potremmo dire che l’interesse principale di Luca è di tipo «storico». A fronte dell’apparente frustrazione delle speranze suscitate dal Vangelo (il ritorno di Gesù e l’instaurazione del regno) l’autore del terzo Vangelo vuole mostrare insieme la fatica e però anche la fondatezza della speranza nel Risorto. Egli è affascinato da un Dio che è entrato ed entra nella storia degli uomini, facendosi storia con noi per portare salvezza a tutti. È perciò attento osservatore del modo in cui questa salvezza, che ha cominciato a «prendere corpo» nella vicenda del popolo di Israele, si è definitivamente incarnata nella storia di Gesù e ora continua nella testimonianza della Chiesa «fino ai confini della terra» (At 1,8).
Nello snodo che collega il Vangelo agli Atti, la centralità di Gerusalemme dice il punto di arrivo e il punto di partenza di una dinamica missionaria che segue un disegno divino rispetto al quale i discepoli del Maestro di Nazaret devono operare un continuo discernimento. La città santa è il luogo dove trovano compimento le antiche promesse di Dio al popolo eletto e dove inizia l’annuncio cristiano destinato a tutte le genti. Da qui prenderà le mosse, in maniera più o meno traumatica, la missione che porterà il Vangelo dai giudei ai pagani, dall’Asia all’Europa, sempre in maniera inclusiva seppure non senza profondi riaggiustamenti. L’autore del Vangelo-Atti registra questi passaggi e vi vede la realizzazione di un piano che non rimane relegato a qualche «angolo remoto» della storia (cf. At 26,26). In Lc 2,1-2 dove l’evangelista inizia il racconto della nascita di Gesù ci troviamo nello sperduto borgo di Betlemme. Eppure quel racconto è introdotto da un’annotazione che lo colloca al centro della situazione mondiale di allora, come a dire che quello che lì accadde fu di importanza determinante per tutta la storia, anche se la presa di coscienza di questo fatto avrebbe dovuto appunto attendere i tempi del piano di Dio e della testimonianza dei discepoli di Gesù.
A differenza di tragiche visioni apocalittiche, la tradizione alla quale dà voce Luca ha un approccio più positivo. Nell’ideologia universalista di Roma, nella sua cultura diffusa in tutto il Mediterraneo, nelle strutture giuridiche che potrebbero fare spazio anche al cristianesimo come religio licita (cioè al pari di quella ebraica «religione consentita», e dunque tutelata dalla legge) e nelle imponenti vie di comunicazione che collegano grandi città, Luca vede una occasione per la diffusione della buona notizia. Naturalmente il suo approccio è anche criticamente realista: sottolinea i pericoli e le deviazioni del mondo comune (idolatria del potere, materialismo, violenza…) e sa che la testimonianza cristiana costa anche il sangue dei martiri. Soprattutto sa che la vera pace è quella che viene offerta dalla rinnovata relazione con Dio grazie a Gesù e non quella che viene imposta dalle legioni occupanti e dai magistrati latini (pax romana). Tuttavia il suo realismo resta ottimista, capace di dare speranza ai missionari che cercano occasioni di annuncio in un momento storico dominato dall’impero romano e dalla cultura greca. In se stesso e soprattutto nella figura di grandi missionari (primo tra tutti Paolo) e di molte Chiese (prima tra tutte Antiochia) Luca ha constatato che questo annuncio è possibile, perché lo Spirito e la Parola «prendono corpo» ormai in ogni storia, anche in quella dominata da Roma.

La cornice

Che la missione sia una delle preoccupazioni principali di Luca lo si evince già da alcuni elementi che stanno nella cornice del Vangelo, cioè all’inizio e alla conclusione del racconto che riguarda il ministero di Gesù (Lc 4 e 24).
All’inizio del capitolo quarto si legge che Gesù «era guidato» nel deserto. Colpisce il passivo, che mostra il Maestro quasi forzato dello Spirito a inoltrarsi, solo, in un ambiente inospitale nel quale viene portato qua e là[1]. Dovrà vivere un duro confronto con il male (4,1-13). Il confronto è duro perché «tenta» il Figlio di Dio. Le immagini che gli uomini si fanno di Dio appaiono, infatti, suggestive e il Maestro deve lottare per non lasciarsi vincere dal successo che esse senz’altro promettono. All’inizio della passione Gesù dirà ai suoi che essi sono coloro che hanno fino a quel momento perseverato con lui nelle prove (tentazioni; cf. Lc 22,28), come a dire che la lotta ha accompagnato tutta la sua missione e accompagnerà anche la loro.
Da 4,16 Luca racconta la predicazione di Gesù presso la sinagoga di Nazaret facendone un momento programmatico della sua narrazione. Che l’elezione divina venga intesa in maniera inclusiva è chiarito da quanto accade subito dopo: Gesù ricorda la preferenza accordata da Dio a stranieri, cioè alla vedova di Elia, a Sarepta di Sidone, e Naaman il siro. E non lo fa certo per escludere i nazareni dalla salvezza, ma piuttosto per puntualizzare che se Dio accorda la sua grazia e il suo perdono, essi non la devono attendere come un beneficio destinato solo a Israele (il cui privilegio resta comunque chiaro in tutta l’opera lucana). L’annuncio della misericordia del Signore attualizzato da Gesù, che intende suscitare nei suoi concittadini uno sguardo di compassione anche per quelli di fuori (e perfino per i «nemici»[2]), scatena paradossalmente la loro reazione violenta e tentano di ucciderlo. L’intera missione di Gesù viene così anticipata.
In Lc 24 leggiamo la chiusura della cornice, dove si può vedere la ripresa di alcuni elementi e la loro dinamizzazione verso nuovi sviluppi:

44 Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46 e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47 e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

La missione appare, dunque, come l’annuncio del compimento delle promesse consegnate dalle Scritture, ed è resa possibile per la morte e risurrezione del Messia d’Israele. L’itineranza che esse avvierà è destinata a raggiungere tutti, e porterà un messaggio di conversione, di perdono e di vita. Sarà eseguita da testimoni e, come apparirà chiaro nel primo capitolo di Atti, lo Spirito santo la inizierà, guiderà e sosterrà con la sua potenza.

Prove di missione

All’interno della cornice almeno due sono i riferimenti espliciti alla missione. Nel c. 9, poco prima dell’inizio del viaggio verso Gerusalemme, Luca narra di un primo invio in missione, quello riservato ai Dodici, per il quale Gesù ha dato ai suoi «forza e potere» sul male (demoni e malattie) in modo che l’incarico di annunciare la «buona notizia» dell’avvento del regno di Dio possa realizzarsi efficacemente. Cosa che avviene (cf. Lc 9,1-6). Di seguito si racconta di Gesù, lui stesso all’opera come «missionario» che annuncia il regno e guarisce. A questo punto la moltiplicazione dei pani e dei pesci illustra in modo molto incisivo come l’ascolto della parola, che è ciò di cui ha bisogno l’uomo per guarire e per vivere, produca comunità e sazietà. Immediatamente segue la confessione di Pietro a proposito dell’identità messianica di Gesù. Ma proprio qui il crescendo sembra spezzarsi perché Gesù comincia ad annunciare la sua passione (e risurrezione) e a dire a chi lo segue che deve prendere su di sé lo stesso stile del suo Maestro, che appunto è simbolicamente rappresentato dalla croce. Per sostenere la fede dei suoi, che è messa alla prova da questi annunci che non comprendono, Gesù offre ad alcuni di loro un assaggio di risurrezione, trasfigurandosi davanti a loro.
Dopo aver operato un esorcismo si entra però in piena crisi con l’annuncio della passione (Lc 9,44-45). Che i discepoli non capiscano tale prospettiva diviene pienamente evidente da quel che segue: una discussione su chi è il più grande tra loro; un’altra su chi è dei nostri e chi non lo è; e infine una caduta enorme in occasione della decisione del Signore di andare a morire a Gerusalemme e dell’immediato rifiuto ad accogliere Gesù da parte di un villaggio di samaritani. Qui qualcuno pensa che l’affermazione del regno di Dio attraverso Gesù possa accadere anche attraverso la violenta distruzione dei suoi oppositori, usando della «forza e potere» che il Maestro ha attribuito ai suoi. Per loro Gesù sta andando a Gerusalemme a fare questo? Un insegnamento sulle esigenze piuttosto dure della sequela di Gesù, fatta di itineranza e provvisorietà (condizioni evidentemente incompatibili con la ricerca del potere), conclude il capitolo e risponde al dubbio.
In apertura del c. 10 abbiamo la prima sorpresa. Gesù invia di nuovo settantadue «precursori», come aveva fatto ancora in Lc 9,51-52, presi tra quelli che lo seguono e che finora non hanno capito quasi nulla del loro Maestro:

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3 Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9 guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. 10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11 “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. 12 Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.

Sono settantadue, in rappresentanza delle nazioni, e vanno a due a due per dare peso alla loro testimonianza. Per il momento la missione è ancora rivolta a Israele soltanto, ma che la sua destinazione sia universale appare chiaramente dal numero degli inviati, numero che rappresenta le nazioni. Ormai saranno le «genti» il luogo dove annunciare il Vangelo, e da esse lo Spirito attingerà altri operai per la messe del padrone.
La missione deve però cominciare con la preghiera. Solo dopo questo comando Gesù aggiunge: «Andate!». La preghiera che Gesù suggerisce agli inviati richiama ed esprime la percezione chiara di una sproporzione: molta messe, pochi operai. Essa poi è destinata a istruire i missionari sull’atteggiamento giusto da avere: come mietitori si subentra al lavoro di altri; la messe appartiene a un altro e noi siamo sempre solo operai; infine abbiamo bisogno dell’aiuto di molti, che dobbiamo imparare a volere (contro la nostra invidia) e che però solo Dio può autorizzare.
Di tutto questo vorrei sottolineare qui solo l’aspetto di fondo: questo invito di Gesù a pregare ha come obiettivo quello di aiutare il discepolo a conformare desideri, sentimenti, pensieri ai desideri, sentimenti, pensieri di Dio. Come a Dio sta a cuore la raccolta degli uomini (tutti) attraverso l’annuncio della buona notizia, la stessa cosa sta a cuore a Gesù e deve stare a cuore ai suoi discepoli. Ma prima ancora, bisogna imparare a confidare totalmente in questo Padre affinché sostenga la nostra debolezza. Attraverso la preghiera, insomma, bisogna imparare a essere figli di questo Padre come lo è Gesù, e dunque fratelli di Gesù e di tutti gli uomini. La preghiera per la missione forma alla missione.
Li manda avanti a sé dicendo che incontreranno opposizione e rifiuto. Per questo il Padre opera qui una «forzatura» senz’altro più esplicita e più forte di quella che abbiamo visto operare allo Spirito nei confronti di Gesù stesso all’inizio del suo ministero, quando «era guidato» nel deserto. Questi operai saranno «gettati fuori»[3]. Evidentemente non si tratta di qualcosa che venga spontaneo fare, anzi l’invio deve in qualche modo sempre superare una resistenza. Esso infatti comporta una «uscita» e una consegna all’itineranza che chiede povertà e necessità di chiedere ospitalità. Ma nonostante questi inviati vengano a trovarsi in una posizione difficile – come agnelli in mezzo a lupi – dovranno portare la pace e guariranno i malati. Certo non tutti quelli che incontreranno accoglieranno la loro offerta. A tutti però a chi accoglie e a chi rifiuta, dovranno annunciare che il regno di Dio si sta insediando. Non può che essere opera di Dio.

La preghiera all’inizio e alla fine della missione

Quando tornano i missionari sono contenti perché hanno potuto sperimentare la «forza e potere» del nome del loro Signore: grazie a Gesù i demoni si sottomettono (presente continuo) a loro! Gesù conferma la loro gioia e afferma che effettivamente la vittoria su satana è cominciata. Ma non erano stati mandati a fare soprattutto altro, cioè a preparare la venuta del regno con parole di pace e segni di liberazione dal male? Di questo (e dell’accoglienza che questo ottiene) non fanno parola. Il potere che Gesù ha dato loro, e che ora conferma, era funzionale all’annuncio e alla testimonianza del regno per la raccolta di Israele, cioè al dono della salvezza. Per questo Gesù alla fine corregge la loro gioia: devono gioire di appartenere (e di far appartenere) alla comunione di Dio, non di essere potenti contro le potenze del male.
Ma come si fa a imparare una gioia così? Che cosa manca a questi discepoli affinché siano capaci di gioire nella maniera giusta (per le cose giuste)? O non hanno ascoltato Gesù, o non l’hanno fatto abbastanza. Gesù stesso dà allora ai discepoli l’esempio con la sua esclamazione di lode. Egli infatti esulta per quella stessa cosa di cui ha detto ai suoi che devono gioire, cioè del fatto che i loro nomi sono scritti nel cielo. Che questa iscrizione in Dio avvenga, che avvenga comunque nonostante l’incomprensione dei suoi, e che questo avvenga anche per altri grazie a loro, è infatti la dimostrazione che la missione di Gesù sta avendo successo e dunque che la misericordia di Dio che il Maestro sta annunciando finalmente produce i suoi frutti. La comunione degli uomini con Dio si sta ricostituendo. Chi trabocca d’amore per il Padre e per i suoi fratelli non può che gioire nel vedere che comincia il «ritorno a casa».
Di questo può gioire profondamente (esultare, come esultò Maria cantando il Magnificat) chi è abitato dallo Spirito di Dio. Che la gente sia ricondotta al Padre e dunque alla vita è cosa che si realizza grazie allo Spirito, ed è cosa capace di far gioire solo chi è animato dal medesimo Spirito. La vera sorpresa è che i nomi scritti nel cielo sono quelli dei piccoli, di chi cioè sembrava escluso dal numero degli eletti. Riconoscendosi dipendenti da Dio, figli suoi bisognosi di tutto, sono stati capaci di affidarsi a lui. I dotti e i sapienti invece non vedono e non capiscono. A loro la rivelazione inaspettata di Gesù invece di rivelare il volto del Padre lo nasconde. I piccoli, quelli per i quali il Padre ha sempre avuto un debole, vedono in Gesù e nei suoi testimoni i segni della sollecitudine di Dio e comprendono la sua vicinanza. Per gli altri, che non vivono una situazione di bisogno e che attendono invece da Dio una conferma del loro potere, con Gesù il regno non si sta affatto rendendo presente.
Questa situazione crea allora una frattura tra chi accoglie e chi rifiuta, tra il vedere dei primi e la cecità degli altri. Tale è il senso della beatitudine finale (dove vistosamente manca però la condanna di chi si sottrae!) e del fatto che essa viene espressa ai discepoli «in disparte». Si è ormai creato uno spazio nuovo, anche all’interno di Israele, che è quello della comunità cristiana, la comunità dei piccoli beati che anticipa sulla terra il regno di Dio aperto a tutti. Uno spazio che custodisce un’elezione che però gli eletti non terranno solo per sé. I discepoli saranno incaricati di portarne la buona notizia ovunque e a chiunque.
Se si è piccoli comunque bisogna imparare a restarlo; e se non lo si è occorre imparare a esserlo. La preghiera del Figlio è la via, e un nemico tenterà di confonderla. Pregare come Gesù, pregare come figli, diventare sempre più consapevolmente figli di questo Padre che in Gesù si mostra: ecco quello che si deve fare sempre, soprattutto all’inizio e alla fine del nostro impegno di annunciatori. La nostra opera è resa possibile da Dio ed è portata a compimento da lui. Perché in fin dei conti è partecipazione a un’opera, la salvezza, che è sua.
Si capisce allora perché, facendo un ultimo passo questa volta in avanti, all’inizio del c. 11 dopo aver visto per l’ennesima volta il Maestro pregare uno dei discepoli gli chiede di insegnare anche a loro a pregare. La risposta di Gesù è il Padre nostro. Questa preghiera rivela in trasparenza il volto di un Padre e rappresenta il dono che il Maestro ci fa di accogliere anche noi nella sua relazione con l’«Abbà». Pregare queste parole aiuterà il discepolo a imparare che questa ospitalità di Dio è offerta a tutti. Così impareremo l’ospitalità.

Attualità del paradigma lucano della missione

Forse dopo la seconda generazione cristiana ogni generazione ha il bisogno (più o meno avvertito, in ogni caso obiettivo) di un rilancio della missione. Forse ogni generazione deve essere restituita al realistico entusiasmo al quale ci esorta Luca. Ma forse la nostra ne ha bisogno più di altre. Luca ci ricorda che la condizione assolutamente necessaria per entrare in questo dinamismo salvifico è l’esperienza della presenza del Risorto e della forza dello Spirito. L’esperienza paradigmatica dei discepoli di Emmaus, del loro itinerario di scoperta della «presenza reale» di Gesù, la raccoglie in un’indimenticabile icona.
Il paradigma missionario lucano ci richiama anche alla consapevolezza che guida della missione è lo Spirito e luogo dell’incontro privilegiato è la Parola custodita e annunciata nella fraternità. La missione è obbedienza a un piano di Dio, che sta prendendo corpo nella storia degli uomini. Questa obbedienza si lascia istruire anche da forzature, impedimenti, necessità e perfino persecuzioni. Tuttavia è insieme sorretta da uno sguardo positivo sulle storie e le culture che i discepoli itineranti si troveranno ad attraversare. C’è in Luca una simpatia di fondo per il «mondo» che rende credibile la bontà della notizia che i discepoli portano.
L’attenzione ai poveri e agli ultimi, ai piccoli e ai peccatori richiama certamente in maniera molto forte anche le esigenze della giustizia. Tuttavia, anche qui peculiare nella prospettiva lucana è la centralità della misericordia. Forse è l’aspetto dell’esperienza di Dio che resta davvero per noi il più incomprensibile, fonte di continuo stupore e di una gratitudine che sola è capace di sostenere il dono di sé e l’ospitalità ecclesiale che la missione richiede.




[1] Marco per dire l’«espulsione» di Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo utilizza il verbo ekbàllein, «gettare fuori». Troveremo in Luca l’uso di questo verbo in occasione dell’invio dei Settantadue.

[2] Interessante a questo proposito è in Luca il riferimento ai samaritani. In 9,51-56 Gesù rimprovera chi tra i suoi vorrebbe incenerire un villaggio di samaritani che non hanno voluto accogliere il Maestro e i discepoli in viaggio verso Gerusalemme. In 10,25-37 è un samaritano a essere proposto quale modello di amore per il prossimo, o forse addirittura quale parabola dell’amore compassionevole di Dio. In 17,11-19 è ancora un lebbroso samaritano a rappresentare la gratitudine per la guarigione, lui solo su dieci che sono stati guariti. Infine, nel mandato missionario di At 1,8 la sequenza dell’uscita verso le genti parte da Gerusalemme, riguarda la Giudea e mira ai confini della terra passando per la Samaria.

[3] Il verbo greco è spesso utilizzato nel Vangelo di Luca per esprimere l’azione di Gesù che «scaccia», «fa uscire», «getta fuori» i demoni.


 Vai inizio pagina           Stampa pagina           Segnala pagina


© 2014 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice
Via Orto Botanico 11 - 35123 Padova (Italy) - P.Iva 00226500288
Tel. +39 049 8225 777 (8:30 - 12:30; 13:30 - 17:30) - Fax +39 049 8225 650
email:pdv@santantonio.org
 

The EU 2009/136/EC Directive regulates the use of cookies. By continuing to browse this site, you are agreeing to our use of cookies.