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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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LUCA, UN VANGELO ESUBERANTE
Carlo Broccardo

Che cosa può essere utile sapere, prima di mettersi a leggere il Vangelo secondo Luca? Anzitutto, siccome si tratta di un Vangelo e dunque di un racconto, conviene che ne sfogliamo velocemente le pagine cercando di cogliere le tappe principali della narrazione; sarà un’operazione un po’ artificiale, perché fatta prima di leggere, ma necessaria per non correre il rischio di perdere la visione d’insieme quando ci fermeremo ad approfondire alcuni dettagli. Non è escluso che, arrivati alla fine, preferiamo cambiare qualcosa rispetto alla struttura proposta ora: ogni lettore sarà libero di farlo.
Secondo: a partire dalle tappe del suo racconto, potremo cercare di intuire qual è la “teologia” di Luca, quali sono cioè le sottolineature principali, le cose che più gli sta a cuore dire e ripetere attraverso la sua narrazione. Come Marco, Matteo e Giovanni, anche Luca ci dirà che Gesù è il Messia e il Figlio di Dio, che con la sua vita morte e risurrezione compie le Scritture di Israele ma anche le supera, portando la salvezza al mondo intero. Ma noi staremo attenti anche alle sfumature, a “come” Gesù porta la salvezza secondo Luca.
Un terzo paragrafo, più breve, riguarderà lo stile: qualche appunto semplice, riportato in tutti i libri di introduzione ai Vangeli; quanto basta per essere pronti a riconoscere le caratteristiche proprie di Luca quando lo leggeremo.
Infine, raccogliendo i dati emersi nei tre paragrafi precedenti e confrontandoli con la tradizione dei primi secoli, ci potremo chiedere: “Chi è l’evangelista Luca?”. Lui parla poco di sé, solo qualche appunto nel Prologo (1,1-4); ma, come ci ricorda Roberta Mazzoni, «dietro uno stile si nasconde una personalità, dietro un linguaggio, una cultura. Dietro alla musicalità di una pagina si rivela la sensibilità di una persona che si esprime grazie allo stile e al linguaggio»[1]. Qualche cosa, leggendo il suo Vangelo, capiremo anche di lui.

Le tappe principali della narrazione

Da bravo scrittore ellenista, Luca inizia il suo Vangelo con un Prologo (1,1-4); è una breve presentazione dell’opera, in cui chiarisce scopo, metodo e destinatari del suo lavoro. Sa di non essere il primo a porre mano ad un racconto su «gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi» (1,1). Gli studi degli ultimi secoli hanno messo in luce con una certa sicurezza che il primo a scrivere un Vangelo è stato Marco. Si vede molto bene che Luca ne ha seguito lo schema generale: una prima tappa della vita pubblica di Gesù è ambientata in Galilea, quindi c’è il viaggio Nord-Sud verso Gerusalemme, infine l’attività di Gesù a Gerusalemme e la sua passione, morte e risurrezione.
Anche solo fermandoci al contenuto di massima, notiamo subito che Luca ha sì seguito lo schema generale di Marco, però aggiungendovi molto materiale prima e qualche cosa dopo. Prima dell’attività pubblica di Gesù in Galilea, infatti, Luca inserisce i racconti dell’infanzia di Gesù; dopo il brevissimo racconto delle donne alla tomba vuota, aggiunge due racconti di apparizione del Risorto: il celebre episodio dei discepoli di Emmaus e poi l’ultimo incontro, quello che si conclude con l’ascensione al cielo[2].
Questo non basta ancora a spiegare come Luca sia arrivato a un Vangelo che è quasi il doppio rispetto a quello secondo Marco; leggendolo ci renderemo conto che, oltre alle due aggiunge alle estremità, Luca ha inserito molto altro materiale nel corso del suo racconto: tanti insegnamenti di Gesù ma anche qualche racconto di miracolo non presente in Marco; in particolare, è la parte del viaggio verso Gerusalemme che ha subito il maggior numero di innesti: i tre capitoli di Marco diventano undici in Luca. Aveva evidentemente a disposizione altre fonti, non conosciute dal suo predecessore.
Luca inizia, dunque, la sua narrazione con i racconti relativi all’infanzia di Gesù, che occupano per intero i primi due capitoli; per i motivi che vedremo nell’articolo seguente, teniamo insieme anche tutto il capitolo terzo e il quarto fino al v. 13: Lc 1,1-4,13 è la prima tappa del racconto, quella che fa da introduzione. Vengono fatte le presentazioni, nel senso che ci viene rivelato chi è Gesù: il Messia di Israele, il Salvatore di tutte le genti.
Fin dall’inizio, dunque, Luca ci avvisa che in Gesù si compiono le promesse fatte da Dio al suo popolo, ma anche che vengono superate: Gesù è molto più che il Messia. Questa stessa logica la ritroviamo nell’attività in Galilea: Lc 4,14-9,50. Avremo modo di approfondire questa seconda tappa della narrazione evangelica nel secondo e nel terzo fascicolo della rivista; allora ci renderemo conto che Gesù dimostra a parole e con i fatti di essere proprio il Messia, ma allo stesso tempo esercita un’autorità più grande. Dal Messia ci si aspettavano tante cose, ma non che fosse in grado di comandare alla natura e di perdonare i peccati: queste sono azioni che solo Dio può compiere – e Gesù le fa.
La terza tappa (quarto e quinto fascicolo) è il grande viaggio verso Gerusalemme. Inizia con una nota seria:

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (9,51).

L’espressione «prese la ferma decisione» alla lettera andrebbe tradotta «indurì il volto»; rende molto bene l’idea del clima che si sta creando: il fronte di quelli che lo contestano si allarga e Gesù di rimando ricorda a tutti che per entrare nel regno di Dio occorre impegnarsi; anche per capire i suoi insegnamenti, che talora sconcertano.
L’ultima tappa è ambientata a Gerusalemme: insegnamento al tempio, passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo (sesto fascicolo). Luca è l’unico evangelista che ambienta tutti questi avvenimenti a Gerusalemme: Matteo e Giovanni, che raccontano le apparizioni del Risorto, le collocano in Galilea. Così facendo, il nostro evangelista apre la sua storia al futuro, a quando cioè cominciando da Gerusalemme gli apostoli saranno testimoni di Gesù «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8).

Una salvezza incontenibile

Gli esperti di Luca sono ormai unanimi nell’affermare che l’autore del Vangelo ha scritto anche gli Atti degli Apostoli; Vangelo e Atti, così si dice spesso, sono le due parti di un unico volume, i due pannelli di un dittico (denominato sinteticamente «opera di Luca»). Tra i molti motivi a favore di questa tesi, il primo è sicuramente quello anticipato nel paragrafo precedente: Luca insiste molto sulla città di Gerusalemme, in cui inizia e finisce il Vangelo (diversamente da tutti gli altri tre) e in cui è ambientata la prima parte degli Atti.
Poi ci sono ragioni di tipo letterario: Luca dimostra di conoscere e applicare la regola secondo cui chi scrive un’opera in due volumi (o un volume in più parti) è bene che all’inizio del secondo riprenda sinteticamente il primo, con alcune righe che facciano da cerniera tra i due[3]. È quello che succede con i primi versetti degli Atti (1,1-11), che rimandano al Prologo del Vangelo (Lc 1,1-4) e ridicono in breve le vicende narrate nell’ultimo capitolo (Lc 24).
Ma più ancora di tutto questo è importante un terzo dato, di tipo narrativo: nella prima tappa della narrazione lucana vengono fatte alcune promesse che non trovano compimento all’interno del Vangelo. Più precisamente: viene detto che Gesù è luce per la rivelazione di Dio alle genti (cf. Lc 2,32), cioè non solo il Salvatore di Israele ma di tutti i popoli della terra; ora, se rimaniamo entro i confini del Vangelo, questo non si realizza! Occorre leggere anche il libro degli Atti, fino in fondo, quando Paolo a Roma potrà dire che finalmente la salvezza di Dio è stata portata alle genti ed esse l’accolgono (cf. At 28,28). Senza gli Atti degli Apostoli, il progetto teologico di Luca rimarrebbe incompiuto.
Nell’economia di questo articolo introduttivo non possiamo fermarci ora a leggere il libro degli Atti e neppure a sfogliarlo per rintracciare le tappe principali della narrazione. Però possiamo e dobbiamo cogliere almeno la dinamica fondamentale messa in moto da Luca: scrive un Vangelo in sé “incompiuto” in modo da spingerci oltre l’ultima pagina; per dirlo più gentilmente: ci invita ad aprire il secondo libro, una volta finito il primo. Questo invito dice molto sulla teologia di Luca!
Tanto nel raccontare le vicende di Gesù, quanto nel riportare i suoi insegnamenti, Luca infatti ci ha sempre chiesto di non accontentarci: è giusto vedere in lui il Messia, ma non è sufficiente; è bello conoscerlo già, ma non lo si può trattenere. Insomma: non si può ridurre Gesù, la sua persona e il suo insegnamento, a categorie preconfezionate; l’episodio di Nazaret è emblematico (cf. 4,16-30): il Signore rifiuta ogni tentativo di privatizzarlo, di farne il proprio personale salvatore. Non è così che egli porta la salvezza, ma in un modo dirompente, che oltrepassa e non di rado abbatte le nostre categorie.
Per questo motivo il Vangelo secondo Luca non è semplice. Piace molto per alcune sue pagine brillanti e commoventi, ma mette di continuo in discussione i suoi lettori. Pensiamo, per esempio, alla celeberrima parabola del padre misericordioso (15,11-32), bella e coinvolgente; subito dopo però, senza battere ciglio, Gesù racconta la parabola inquietante dell’amministratore disonesto (16,1-8), a cui fa seguito un non meno sconcertante invito rivolto ai discepoli:

Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne (16,9).

Che vorrà mai dire? Leggendo Luca non si può mai dire di aver capito tutto, subito, con sicurezza.

Un uomo colto

Passando ora ad alcune considerazioni relative allo stile di Luca, in una parola potremmo definirlo poliedrico, oppure versatile. Il nostro evangelista conosce molto bene la lingua greca, di cui utilizza in modo corretto la grammatica e il vocabolario. È addirittura capace di variare il suo stile a seconda del contesto in cui scrive: il Prologo del Vangelo, per esempio, è un pezzo stilisticamente molto elaborato; i racconti dell’infanzia, ricchi di riferimenti all’Antico Testamento, ne imitano anche il modo di scrivere; i discorsi presenti nel libro degli Atti, infine, riflettono lo stile dell’oratoria antica. Niente male per uno scrittore del I secolo d.C.
Come tutti gli altri evangelisti, richiama molto spesso l’Antico Testamento, che dimostra di conoscere benissimo. Però non lo fa nel modo esplicito tipico di Matteo; Luca piuttosto che citare preferisce alludere, raccontare un avvenimento in modo che assomigli a uno dell’Antico Testamento. Un esempio chiaro è l’episodio di Nain (7,11-17), costruito sulla falsariga di Elia che risuscita il figlio della vedova di Sarepta (cf. 1Re 17,17-24); così capiamo perché la gente, dopo aver visto il miracolo, esclama: «Un grande profeta è sorto tra noi» (Lc 7,16).
Se Luca conosce molto bene l’Antico Testamento, altrettanto non si può dire per la Palestina del I secolo. Nel suo vocabolario, per esempio, scompaiono quasi tutte le parole ebraico-aramaiche presenti in Marco; con i riferimenti geografici è abbastanza impreciso; infine, conosce poco anche lo stile di vita del luogo: quando racconta degli uomini che calano il paralitico, dice che tolgono le tegole (cf. 5,19), ma a Cafarnao le case non erano coperte di tegole!
La sua scarsa conoscenza della Palestina è bilanciata comunque da una familiarità non indifferente con il mondo greco-romano; lo possiamo affermare specialmente grazie al libro degli Atti, in cui si nota una certa precisione del riferire cultura e abitudini di quell’ambiente.

Un uomo aperto

Nei primi secoli si è imposto abbastanza velocemente un certo ritratto di Luca, quello contenuto nel cosiddetto Prologo antimarcionita:

Siro di Antiochia, di arte medico, divenuto discepolo degli apostoli; alla fine, avendo seguito Paolo fino al suo martirio, avendo servito il Signore senza distrazione, non sposato, senza figli, morì in Beozia all’età di ottantaquattro anni, pieno di spirito santo4].

Si tratta di un’opinione abbastanza diffusa, dettaglio più dettaglio meno, anche in parecchi padri della Chiesa: Ireneo, Tertulliano, Origene, Eusebio e Girolamo, solo per fare i nomi più conosciuti[5]. Attualmente non abbiamo elementi sufficienti per confermare ogni singola affermazione del testo ora citato; specialmente, non ci sono dati per riflettere sull’età, sulla professione e sullo stato civile. Però che fosse un discepolo degli apostoli, e in particolare di Paolo, trova riscontro anche nelle lettere dello stesso Paolo: Fm 24; Col 4,14; 2Tm 4,11 sono i tre testi in cui menziona tra i suoi discepoli un certo Luca, che anzi gli è rimasto fedele quando altri l’hanno abbandonato. È particolarmente significativo, inoltre, il fatto che una parte del libro degli Atti sia raccontata alla prima plurale: vuol dire che l’autore del libro, Luca, ha vissuto in prima persona quegli avvenimenti, tutti relativi all’apostolo Paolo[6].
Sinteticamente, confrontando quanto ci viene detto dalla tradizione e quanto è emerso nei paragrafi precedenti, possiamo dire che c’è una certa sintonia:

È plausibile che Luca sia stato un cristiano della seconda generazione, non un discepolo di Gesù ma un collaboratore di Paolo; era certamente un uomo di grande cultura (poco importa se fosse o meno medico), perfettamente inserito nel mondo ellenistico in cui probabilmente si è formato, ma altrettanto inserito nella fede di Israele. È difficile dire se abbia scritto il suo Vangelo prima o dopo quello di Matteo (comunque non tanto prima né tanto dopo), certo è che essi hanno usato fonti comuni ma anche materiale proprio e che la prospettiva di Luca conferma la tradizione secondo cui avrebbe scritto da e per una comunità ellenistica[7].

Un uomo aperto, dunque, come il suo maestro Paolo. E forse proprio per questo affascinato dalla persona di Gesù, in particolare dal suo modo così universale di portare la salvezza, superando ogni chiusura e barriera, fisica e spirituale.

[1] R. Mazzoni, Scrivere. La parola ai grandi classici della letteratura, Rizzoli, Milano 2003, 185.
[2] Anche il testo canonico di Marco ha i racconti delle apparizioni del Risorto: Mc 16,9-20; è però un dato ormai assodato che questi versetti siano un’aggiunta successiva, molto antica ma non originaria.
[3] Tale regola, già in uso ai tempi di Luca, è stata codificata nel secolo successivo da Luciano di Samosata, un erudito greco di origine siriana, nel suo trattato intitolato Come si deve scrivere la storia.
[4] Si tratta di un trafiletto di introduzione ai Vangeli scritto nel II sec. d.C. in reazione all’eresia di Marcione. Il testo greco del Prologo, qui presentato in una traduzione personale, si può trovare in appendice alla Sinossi di K. Aland.
[5] Tutti i testi di questi autori si possono trovare citati e parzialmente tradotti in G. Segalla, Evangelo e Vangeli. Quattro evangelisti, quattro Vangeli, quattro destinatari, EDB, Bologna 1992, 267-268.
[6] Sono le cosiddette “sezioni noi” degli Atti: 16,10-17; 20,5-15; 21,1-18; 27,1-28,16.
[7] C. Broccardo, I Vangeli. Una guida alla lettura, Carocci, Roma 2009, 113-114.


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