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EDITORIALE
Luca Mazzinghi

Questo anno che abbiamo passato in compagnia del libro dei Dodici profeti si chiude con gli ultimi due che ancora mancavano all’appello, ossia Zaccaria e Malachia.

Il libro di Zaccaria racchiude due scritti appartenenti a due diverse epoche: i primi otto capitoli del libro sono stati composti verosimilmente poco tempo dopo il ritorno da Babilonia, al tempo del profeta Aggeo; gli ultimi sei capitoli (Zc 9-14) risalgono invece almeno al secolo successivo.

Che cosa vi trova di interessante il lettore moderno? La prima parte del libro si impernia su una serie di sogni e di visioni che introducono un modo nuovo di guardare alla realtà, sinora meno noto ai profeti. Zaccaria va ben oltre la storia del suo tempo e, attraverso le sue visioni, inizia a gettare uno sguardo sul futuro, siamo ormai vicini a quel tipo di letteratura che noi chiamiamo «apocalittica»; il libro dell’Apocalisse farà infatti molto uso delle visioni di Zaccaria. Dio non sembra più parlare direttamente con il suo popolo, sembra essere più distante e lontano e il profeta deve servirsi appunto di sogni e visioni per interpretarne la volontà.

Zaccaria rimane da un lato ancorato ai profeti del passato, per cui la sua principale preoccupazione è quella di annunciare la conversione (cf. Zc 1,1-6); eppure il suo interesse si sposta decisamente verso il futuro, nel quale egli scopre un intervento di Dio che porterà la salvezza a Gerusalemme. Il libro ha un’impronta decisamente messianica e i due capitoli conclusivi della prima parte (Zc 7-8) trasudano decisamente ottimismo: un messaggio positivo sulla storia di cui oggi abbiamo certamente bisogno, di fronte a tanti profeti di sventure!

Ben diversa, per stile e contenuto, è la seconda parte del libro; Zc 9-14 è un testo più eterogeneo, scritto in un momento di difficoltà per Israele, quando i ceti dominanti prevaricano ormai sulle classi più povere del popolo. L’attenzione è però molto spostata sul futuro e sull’azione di Dio, che appare ormai come il Signore della storia. La figura messianica dipinta in Zc 9,9-10 e il misterioso «trafitto» di Zc 12,10 avranno una grande risonanza nei testi del Nuovo Testamento.

E, infine, il libro di Malachia: come vedremo a proposito di Ml 3,22-24 esso non chiude soltanto il libro dei Dodici profeti, ma anche l’intero corpo degli scritti profetici e, per i cristiani, l’intero Antico Testamento. Malachia, «il messaggero di Dio», è in realtà un libro senza nome e senza un’epoca precisa, caratterizzato, dal punto di vista dello stile, da un dialogo serrato tra Dio e Israele.

Il libro dei Dodici profeti si chiude in questo modo con una serie di interrogativi, che provocano il popolo che li ascolta: Dio ama davvero il suo popolo (cf. Ml 1,1-5)? Dov’è il Dio della giustizia descritto dagli altri profeti (Ml 2,17-3,5)? E, insieme, Malachia affronta il tema del valore del culto, di quello del matrimonio, della venuta del Signore, temi che il Nuovo Testamento non esiterà a far suoi.

Ma la questione che arriva quasi alla fine del libro continua ancora oggi a provocarci: «Dobbiamo… proclamare beati i superbi, che pur facendo il male, si moltiplicano» (cf. Ml 3,15)?; il futuro sarà nelle mani dei potenti corrotti, come sembra avvenire ogni giorno sempre di più, oppure sarà di quei «timorati di Dio» che «nel giorno che io preparo diverranno la mia proprietà particolare» (cf. Ml 3,17)? L’invito alla conversione e l’annuncio del giudizio chiudono il messaggio dei Dodici profeti, così come già si era chiuso il libro di Osea che lo aveva aperto (cf. Os 14).

 


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