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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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EDITORIALE
Luca Mazzinghi

Abacuc, Sofonia e Aggeo sono i profeti con i quali ci incontreremo in questo fascicolo della nostra rivista, seguendo ancora l’ordine canonico.

Il periodo storico al quale si riferisce il libro di Abacuc va collocato negli anni che precedono immediatamente l’esilio a Babilonia, quando Israele aveva già iniziato a sperimentare la violenza del nuovo impero babilonese. Tale violenza acquista in Abacuc un valore simbolico: il profeta, con grande coraggio, chiama direttamente in causa il Dio di Israele ponendolo di fronte a un dilemma senza apparente via d’uscita: «Perché, vedendo i perfidi, taci, mentre il malvagio ingoia chi è più giusto di lui?» (Ab 1,13).

Per Abacuc, la risposta già data da Naum – Dio distruggerà certamente i nemici di Israele – non basta. La domanda di Abacuc apre così una riflessione sul modo in cui il Signore guida la storia; nel celebre testo di Ab 2,4 («Il giusto vivrà per la sua fede»), un passo che avrà profonde risonanze nel Nuovo Testamento (cf. Rm 1,17; Gal 3,11), il profeta comprende che il giusto verrà alla fine salvato, se tuttavia si fida del suo Dio. Il bel salmo che chiude il libretto di Abacuc (Ab 3) è l’espressione poetica di questa convinzione: «Egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare» (Ab 3,19).

Il libro di Sofonia precede di poco quello di Abacuc, collocandosi agli inizi della riforma religiosa del re Giosia, poco prima dell’avvento dei babilonesi. Sofonia, come Amos e Isaia che lo hanno preceduto, denuncia con forza le trasgressioni di Israele: l’idolatria, il materialismo, la violenza (cf. Sof 1,4-13; 3,1-5).

Uno dei grandi temi che caratterizzano la predicazione di Sofonia, come già quella di Isaia, è l’annuncio del giorno del Signore (1,14-18), ovvero di un momento di giudizio non soltanto per Israele, ma per tutti i popoli. Giorno di condanna e di distruzione, giorno in cui il male scomparirà dalla terra. Come Abacuc, anche Sofonia si pone dunque il problema di come Dio guidi la storia dell’umanità; ma la soluzione offerta è diversa.

Dalla rovina scamperanno soltanto i poveri e gli umili (Sof 2,3; 3,11-13); questa figura dei «poveri del Signore» avrà un grande impatto sulla teologia di Israele, fino al Nuovo Testamento; coloro che si fidano soltanto di Dio, non di se stessi e delle proprie cose, troveranno salvezza. La lettura di Sofonia è così un invito alla fiducia e insieme all’azione. L’invito alla gioia rivolto a Gerusalemme (Sof 3,14-17) si prolungherà nelle pagine del Vangelo (cf. Lc 1,28).

Il tema della storia e del giudizio non è assente neppure dai due brevi capitoli di Aggeo. Ci troviamo qui trasportati in ben altra epoca, negli anni che seguono l’esilio babilonese, intorno al 520 a.C., quando Israele, da poco rientrato in patria, si pone il problema della ricostruzione, e non solo di quella del tempio, della quale Aggeo si presenta come uno dei promotori. Israele non sarà Israele se non porrà il tempio, cioè Dio, al culmine della propria scala di valori.

L’accento posto da Aggeo sul tempio e le speranze da lui riposte nel discendente di David, Zorobabele, governatore della Giudea, sono un segno di come il profeta intenda leggere la storia del suo tempo alla luce della fede nel Dio di Israele. Il brevissimo libretto di Aggeo è attraversato da una forte tensione verso il futuro: «Ancora un po’ di tempo e io scuoterò il cielo e la terra, il mare e la terraferma» (Ag 2,6): anche per Aggeo, la storia dell’umanità è attraversata dal continuo intervento di Dio.


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