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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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IL CULTO AUTENTICO (MI 6,1-8)
Michelangelo Priotto

Accanto al vaticinio messianico di Betlemme (cf. 5,1-3) nessun altro passo del libro di Michea è stato così letto e così citato come questo brano di 6,1-8. Inserito apparentemente in modo casuale nel quadro degli ultimi due capitoli del libro, esso apporta una nota positiva e originale, che va al di là del libro stesso, per diventare messaggio universale ed eterno. Non si tratta infatti di una semplice controversia sul culto di Israele, ma di una altissima riflessione sull’essenza stessa della fede, su quello cioè che è buono e che Dio propone ad ogni uomo.

Il processo di Dio (6,1-8)

Il contesto del nostro brano è quello degli ultimi due capitoli del libro (cc. 6-7), dove le parole di giudizio e di condanna contro Israele sono in realtà un appello alla conversione. In questo quadro si comprende bene il brano di Mi 6,1-8: tramite la predicazione del profeta, nel contesto probabile di una liturgia, Dio rimprovera le infedeltà del suo popolo, perché ne prenda coscienza, si converta e si predisponga così ad accogliere il dono della salvezza.

1 Ascoltate dunque ciò che dice il Signore:
«Su, illustra la tua causa ai monti
e i colli ascoltino la tua voce!»
2 Ascoltate, o monti, il processo del Signore,
o perenni fondamenta della terra,
perché il Signore è in causa con il suo popolo,
accusa Israele.
3 «Popolo mio, che cosa ti ho fatto?
In che cosa ti ho stancato? Rispondimi.
4 Forse perché ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto,
ti ho riscattato dalla condizione servile
e ho mandato davanti a teMosè, Aronne e Maria?
5 Popolo mio, ricorda le trame
di Balak, re di Moab,
e quello che gli rispose
Balaam, figlio di Beor.
Ricordati di quello che è avvenuto
da Sittìm a Gàlgala,
per riconoscere
le vittorie del Signore».
6 «Con che cosa mi presenterò al Signore,
mi prostrerò al Dio altissimo?
Mi presenterò a lui con olocausti,
con vitelli di un anno?
7 Gradirà il Signore
migliaia di montoni
e torrenti di olio a miriadi?
Gli offrirò forse il mio primogenito
per la mia colpa,
il frutto delle mie viscere
per il mio peccato?».
8 Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia,
amare la bontà,
camminare umilmente con il tuo Dio.

L’articolazione del brano

Questo nuovo oracolo si distingue da quelli precedenti dei cc. 4-5, perché, a differenza di questi ultimi che sottolineano la futura restaurazione di Giuda, getta uno sguardo sulla presente situazione del popolo di Dio, uno sguardo che diventa subito denuncia e accusa. La triplice menzione del termine rîb[1] (processo) ai vv. 1-2 indica che si tratta di un processo che Yhwh intenta al suo popolo.

Egli invita anzitutto monti e colli come testimoni e annuncia la sua intenzione di intentare un processo a Israele (vv. 1-2); in questo processo (vv. 3-5) Yhwh si difende da una implicita accusa di aver stancato il suo popolo, non soltanto affermando la propria innocenza, ma soprattutto ricordando i suoi interventi salvifici a partire dalla liberazione dalla schiavitù egiziana. I versetti finali 6-8 a prima vista appaiono estranei al processo, in quanto il lettore si aspetterebbe la sentenza e la condanna[2]; essi invece riprendono la forma dell’istruzione che i sacerdoti al tempio danno in risposta a domande o problemi loro posti dai fedeli (cf., ad esempio, Sal 15; Is 33,14-15); infatti alle quattro domande dei vv. 6-7 segue l’affermazione solenne del v. 8, che, pur non rispondendo direttamente alle domande precedenti, esplicita tuttavia ciò che Yhwh attende dal suo popolo, anzi da ogni uomo.

Il brano dunque non obbedisce ai canoni di un unico genere letterario, nel nostro caso quello del rîb, e questo significa maggior ricchezza di motivi e di contenuti. L’assenza della sentenza finale e la presenza invece dell’istruzione sottolineano l’assoluta libertà e imprevedibilità dell’ amore di Dio, che appunto agisce diversamente dalle normali regole dell’uomo.

La convocazione giudiziale di Dio (vv. 1-2)

Il brano è introdotto da un triplice invito all’ascolto (ascoltate, ascoltino, ascoltate: vv. 1a.b.2) e da una triplice ricorrenza del termine rîb (causa: vv. 1.2; processo: v. 2). Come di norma il Signore convoca i testimoni; in questo caso è la terra stessa, rappresentata dai suoi elementi estremi, i monti e i colli da un lato, dall’altro le sue perenni fondamenta[3]. La presenza di questi testimoni conferisce al processo di Dio imparzialità, universalità e solennità!

A chi si rivolge Yhwh? Gli interlocutori sono vari, ma non necessariamente in opposizione fra loro. Il versetto immediatamente precedente parla dei popoli (cf. 5,14), ai quali Michea aveva fin dall’inizio rivolto l’invito all’ascolto (1,2); essendo 6,1 l’anello di congiunzione della nuova unità coi capitoli precedenti, il redattore finale potrebbe aver pensato il giudizio di Dio anche in relazione ai popoli; così hanno interpretato i LXX[4]. Certamente l’interlocutore primario è Israele, come appare dalla menzione esplicita del v. 2 e dalla triplice ricorrenza dell’espressione «popolo mio»«suo popolo» (vv. 2.3.5). A differenza degli inviti di 3,1.9 rivolti ai responsabili politici e religiosi, qui Dio si rivolge a Israele stesso. L’orizzonte tuttavia è più ampio, come già indicava il contesto di 5,14; infatti al termine Dio interpellerà semplicemente l’uomo (v. 8), conferendo così alle proprie parole una portata universale.

Il sofferente coinvolgimento di Dio (v. 3)

Abbiamo già notato la duplice ricorrenza dell’espressione «popolo mio» in posizione enfatica all’inizio dei vv. 3.5 e la ricorrenza parallela «suo popolo» al v. 2; non è solo un fatto stilistico, ma teologico. Non c’è alcuna nota di severità o di durezza nelle parole di Yhwh, come ci aspetteremmo in un discorso giudiziale; traspare invece l’eco di una partecipazione commossa alla triste situazione di Israele, segnata dal peccato e dalla ribellione. Ciò che anzitutto emerge dalla parole del Signore non è l’oggettività del peccato, ma la «sofferenza» che tale peccato provoca in lui! Infatti Israele, nonostante tutto, rimane sempre il suo popolo!

All’inizio del procedimento giudiziario non appaiono in primo luogo le mancanze di Israele (che pur ci sono!), bensì l’autocoinvolgimento di Dio stesso; le sue ripetute domande pare quasi che provengano da una temuta colpevolezza! Normalmente nei procedimenti legali tali domande sono poste da una persona che si sente imputata di qualche mancanza, come, ad esempio, in 1Sam 17,29; 26,18; 29,8; un chiaro esempio lo troviamo nella domanda che Davide pone a Gionata: «Che cosa ho fatto, che colpa e che peccato ho nei riguardi di tuo padre?» (1Sam 20,1). Soltanto che qui è Dio stesso che pone queste domande!

La causa di queste domande appare velatamente dal secondo interrogativo: «In che cosa ti ho stancato?» (v. 3b). Il verbo con soggetto «Dio» appare solo più una volta, in Gb 16,7, dove il patriarca si lamenta di essere stato spossato e sfiancato dalle prove di Dio. Il sostantivo corrispondente telā’āh (avversità, disgrazia) lo troviamo invece in Es 18,8 e in Nm 20,14, dove esprime le prove e le disgrazie che Israele patisce nel suo peregrinare dall’Egitto verso la terra promessa (cf. anche Lm 3,5; Ne 9,32: in riferimento alla disgrazia della caduta di Gerusalemme e dell’esilio). E dunque la domanda di Dio costituisce l’eco della mormorazione di Israele, che non riconosce la grazia della liberazione esodica, anzi la ritiene un peso! Per questo Dio immediatamente dopo rievocherà l’esodo nella sua autentica figura salvifica.

L’ulteriore parola di Dio «rispondimi» non è soltanto provocatoria, ma anche e soprattutto un invito a Israele a fare la verità in se stesso e a riconoscere la lealtà di un Dio che giunge perfino a mettersi in questione per amore del suo popolo.

La rievocazione della storia salvifica (vv. 4-5)

Il popolo interpellato non risponde! In una recitazione del testo si potrebbe inserire una pausa tra il v. 3 e il v. 4; ma non è necessario, perché pesa non tanto un silenzio immediato, quanto il silenzio di Israele di fronte all’intero ministero profetico di Michea; è un silenzio presupposto, appartenente esso stesso al peccato del popolo.

Risponde allora Yhwh stesso con una nuova domanda. La sua è una domanda ironica, ma nello stesso tempo molto seria, che si potrebbe così formulare: «(Forse ti ho stancato) perché ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto?». La domanda è dunque in riferimento all’accusa implicita a Yhwh di aver stancato Israele (cf. v. 3) ed è un invito a riflettere se davvero il comportamento di Yhwh è stato tale. Lo stretto legame col versetto precedente è letterariamente sottolineato dalla assonanza dei due verbi «ti ho stancato (hel’ētîkā)» // «ti ho fatto salire (he‛elitîkā; CEI: uscire)», tramite cui il profeta illustra quasi plasticamente come il peso di cui Israele si lamenta sia in realtà la sua liberazione esodica[5]!

Della storia salvifica Yhwh menziona anzitutto l’esodo dall’Egitto, dapprima semplicemente menzionato, poi precisato nella sua valenza teologica come «casa di schiavitù». Se il primo stico (v. 4a) ricorda l’uscita da quel paese in quanto «salita» verso la terra promessa, il secondo stico (v. 4b) ne sottolinea il valore redentivo; infatti il verbo pdh (riscattare)[6] nel contesto della legge sui primi nati dell’uomo e del bestiame (cf. Es 13,13; 34,20) indica il riscatto che ogni pio israelita deve operare tramite un sacrificio equivalente. L’esodo diventa allora l’atto con cui Yhwh riscatta Israele dalle pretese faraoniche, riconoscendolo con ciò come il suo figlio primogenito. L’evidenziazione dell’esodo non stupisce, data la sua importanza fondamentale; esso è alla base del decalogo, che infatti inizia proprio con la confessione della liberazione esodica (cf. Es 20,2).

Completa la rievocazione dell’esodo il ricordo di Mosè, di Aronne e di Maria (v. 4). Questi tre personaggi dell’esodo non vengono mai menzionati insieme nella Bibbia; compaiono insieme soltanto nell’episodio di Nm 12, dove per altro sono in polemica fra di loro, e nei due passaggi genealogici di Nm 26,50 e di 1Cr 5,29. Non sappiamo se qui Michea attinga a tradizioni particolari e se assegni a ognuno dei tre una compito specifico[7]; in ogni caso il suo intento oltrepassa l’ambito storico, per sottolineare che l’intervento salvifico di Yhwh si compie sempre attraverso il ministero dei profeti; di Mosè, Aronne e Maria si evidenzia infatti il loro essere «inviati». Con ciò Michea si sente coinvolto, perché anche il suo ministero profetico è segno dell’ininterrotta azione salvifica di Dio!

L’importanza del ministero profetico emerge ancora dalla seguente rievocazione dell’episodio di Balaam. L’episodio occupa un posto importante nel libro dei Numeri ai cc. 22-24, dove il tentativo del re Balak di far maledire gli israeliti tramite l’indovino Balaam fallisce, perché quest’ultimo è misteriosamente costretto dall’intervento di Yhwh a benedirli. Nel dibattito teologico del tempo di Michea, quale appare, ad esempi, nei cc. 2-3, non si tratta soltanto di denunciare l’esistenza dei falsi profeti e la loro alleanza perversa con i responsabili della nazione, ma anche e soprattutto di affermare che, nonostante apparenti fallimenti temporanei, l’autentica parola profetica avrà il sopravvento; è Yhwh infatti, allora come ora, che guida la storia.

La rievocazione della storia salvifica termina con la menzione del tragitto degli israeliti da Sittìm a Gàlgala, cioè con la meta finale dell’esodo: l’entrata nella terra promessa. Sittìm infatti è l’ultima stazione dell’itinerario dell’esodo (cf. Gs 3,1), legata al ricordo del tentativo fallito dei madianiti di indurre Israele all’idolatria (cf. Nm 25); Gàlgala è il luogo in cui avviene l’ingresso nella terra promessa (cf. Gs 4,19) e anche il luogo in cui viene praticata la circoncisione alla generazione cresciuta nel deserto e celebrata la Pasqua (cf. Gs 5,2-12). L’uscita da una terra di schiavitù e un pellegrinare nel deserto senza il dono di una nuova terra di libertà non avrebbero senso; di qui la coerenza di questa rievocazione storico-salvifica, dove risplende l’amore gratuito di Dio al suo popolo e la sua costante presenza e protezione, quelle che il testo chiama «le giustizie del Signore» (CEI: le vittorie del Signore).

Un ultimo tratto caratteristico della rievocazione storica di Michea è dato dall’imperativo «ricordati»; sappiamo infatti che il verbo zkr non significa solo il ricordo storico, ma, specialmente nel contesto dell’azione liturgica, esprime l’attualizzazione dell’evento salvifico passato, offrendo al fedele la possibilità di entrare lui stesso nell’evento passato e di partecipare così al suo dono salvifico. Se, come sostiene la maggioranza dei commentatori, il contesto di questo «processo d’alleanza» non è quello giudiziale, bensì quello liturgico, allora l’invito a «ricordare» l’epopea salvifica dell’esodo ha come scopo non solo una revisione del falso pensare di Israele (l’accusa a un Dio che stanca il suo popolo: v. 3), ma l’offerta salvifica della conversione e della riconciliazione. È questo l’intento di Dio, avvalorato da quella duplice e commovente parola con cui egli si rivolge a Israele: «popolo mio».

Critica alla religione (vv. 6-7)

Con una grande libertà il nostro profeta cambia registro letterario; dalla disputa giuridica passa a un’altra forma letteraria che ricorda la cosiddetta «istruzione sacerdotale». Si tratta di istruzioni riguardanti le modalità di un culto corretto, che vengono date dai sacerdoti ai fedeli che ne fanno richiesta (cf. Sal 15; 24,3-4; Is 33,14-15). La forma però è innovativa: una voce irrompe sulla scena, quasi a voler rispondere alle sollecitazioni del v. 3, dove Yhwh invitava Israele a una risposta; questa voce infatti rappresenta idealmente Israele, interpretandone i sentimenti ed evidenziandone il peccato.

Una serie di quattro domande incalzanti tenta di rispondere all’inquietante domanda divina: «In che cosa ti ho stancato?» (v. 3), quasi dimenticando che la risposta l’aveva già data Yhwh stesso con la rievocazione della storia salvifica. In realtà queste domande di Israele rivelano quanto sia falso il suo rapporto con Yhwh, quasi che egli sia un Baal assetato di beni e da foraggiare al momento opportuno! Compare qui una lucida critica alla religione basata sul principio del do ut des, dove la divinità si può comprare con beni sempre maggiori, come avviene al mercato o nei giochi politici dell’esercizio del potere. La denuncia di Michea evidenzia quanto la pratica religiosa contemporanea fosse contaminata dal culto pagano, in particolare dal culto di Baal, e quanto fosse lontano e sconosciuto il volto del Dio biblico!

Apre la serie una domanda generale: «Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo?». Di per sé è una domanda legittima, che sta alla base di ogni rapporto di fede, dove l’intento e insieme la preoccupazione sono quelli di una creatura che si interroga sulla reale possibilità di poter incontrare Dio; infatti se il primo verbo (qdm nella forma intensiva) significa un incontro fra persone e dunque esprime il desiderio di un incontro personale con Dio, il secondo verbo manifesta contemporaneamente la consapevolezza della distanza che intercorre fra Dio e l’uomo, e dunque la necessità di un approccio di umile adorazione.

Seguono poi tre domande, che in realtà corrispondono a tre possibili opzioni religiose; sono in ordine ascendente, quasi una scaletta per indovinare quale sia la formula giusta. Se la domanda precedente poneva un interrogativo legittimo, le domande successive rivelano una terribile deviazione: si passa dal desiderio dell’incontro personale con Dio alla ricerca affannosa delle cose con cui poterlo possedere.

Sappiamo che fra tutti i sacrifici quello più importante e gradito a Dio era l’olocausto, il sacrificio cioè dove la vittima veniva interamente bruciata e offerta; a sottolinearne maggiormente la preziosità sopravviene la specificazione «vitelli di un anno», cioè vitelli particolarmente gustosi e delicati.

Con la domanda seguente si passa dalla qualità alla quantità dell’offerta cultuale. Si tratta di quantità elevatissime, che nessuna persona privata poteva permettersi, ad eccezione di un re. La tradizione ricordava il grande sacrificio offerto da Salomone a Gabaon, al momento della sua intronizzazione (cf. 1Re 3,4) e soprattutto il favoloso sacrificio offerto in occasione della consacrazione del tempio (cf. 1Re 8,63); ma erano avvenimenti eccezionali! Il verbo «gradire» (rs*h) appartiene al vocabolario tecnico della liturgia del tempio e significa il giudizio di legittimità di una vittima sacrificale espresso dal sacerdote a nome di Dio (cf., ad esempio, Lv 1,4; 7,18; 22,23.25.27). Al numero delle vittime si aggiunge la quantità sproposita dell’olio, descritta efficacemente dall’espressione «torrenti d’olio a miriadi». L’olio serviva sia per i riti di unzione sia soprattutto per la preparazione delle offerte di cereali (cf. Es 29,40; Lv 2,1.15; 7,12). Alla critica pare che Michea aggiunga l’ironia!

L’apice è costituito dall’ultima domanda: che Yhwh voglia il sacrificio del figlio primogenito? In questo caso – si sottintende – con l’offerta del «bene» più prezioso l’uomo si assicurerebbe il favore completo della divinità! Che non fosse una pratica inusuale, lo dimostra la polemica profetica contro tali sacrifici, che avvenivano nella valle di Ben-Hinnòn ad ovest di Gerusalemme in onore del dio Molok (cf. Ger 7,31; 19,5; 32,35; Ez 16,20-21; 20,26.31). Qui la prospettiva di una religione che possa permettere l’asservimento di Dio all’uomo diventa drammatica.

La vera religione (v. 8)

Il v. 8 costituisce l’apice del nostro brano, ma anche uno dei vertici dell’intero messaggio profetico! Il cambiamento è improvviso; termina la serie delle domande, che in realtà servono a nascondere l’incapacità di una vera scelta. Non viene più interpellato soltanto Israele, bensì l’uomo, l’adam di ogni tempo e di ogni luogo; e viene specificato che il vero bene (tôb) non è una chimera né una meta irraggiungibile, bensì semplicemente quello che Dio vuole dalla sua creatura. Esso può venire soltanto da lui; è infatti apparso sulla scena del mondo fin dall’inizio della creazione (cf. Gn 1) ed è stato rivelato a Israele lungo l’intera storia salvifica, quella storia ricordata prima da Dio (cf. vv. 4-5). Perciò quello che Yhwh chiede all’uomo è nient’altro che quello che lui stesso gli ha offerto: un rapporto personale, una presenza costitutrice di comunione. L’uomo perciò deve passare dalla domanda sul che cosa offrire a Dio, alla disponibilità di offrire se stesso a lui!

Tre proposizioni specificano ciò che è buono davanti a Dio. Anzitutto praticare (letteralmente: fare) la giustizia. È una giustizia concreta (vedi il verbo fare) quella che Michea intende, una giustizia cioè che si esprime nelle giuste sentenze dei tribunali, nella equa distribuzione dei beni, nella solidarietà con le persone più emarginate, come gli orfani e le vedove. È stato questo l’agire di Dio verso Israele ed è soltanto dalla pratica di questa giustizia che può nascere una vera comunità.

La seconda specificazione costituisce un’espressione unica nell’Antico Testamento: amare la bontà («h*esed»). Il termine h*esed denota sempre l’impegno a costruire un rapporto fortemente personale, quale quello fra uomo e donna, fra padre e figlio, fra parenti e amici. Un esempio significativo viene dalla storia di Rut, là dove Booz le dice:

Sii benedetta dal Signore, figlia mia! Questo tuo secondo atto di bontà (h*esed) è ancora migliore del primo... (Rt 3,10).

È questo l’amore con cui Yhwh ha amato Israele (cf. Sal 136) ed è questo amore che deve costituire l’anima e il movente della pratica della giustizia. Dunque non si tratta soltanto di una seconda specificazione, da aggiungere alla prima, bensì di una determinazione della prima: ogni atto di giustizia deve essere espressione di questo amore!

L’ultima espressione «camminare umilmente con il tuo Dio» non vuole essere un’ulteriore aggiunta, bensì una ulteriore specificazione di quel bene che Dio chiede all’uomo. Si tratta anzitutto di scoprire la fede come movimento dinamico che anima l’intera nostra vita, essendo la fede una sequela; Dio infatti si rivela all’uomo come presenza e compagno di viaggio. Questa «umiltà» di cui parla il profeta non appartiene all’ordine emotivo, bensì a quello esistenziale: è la presa di coscienza che l’offerta divina è una presenza che ci accompagna costantemente nel nostro cammino esistenziale. Soltanto l’attenzione a questa presenza consente all’uomo la pratica di una giustizia completamente animata dell’amore misericordioso! Quello che è costantemente presente è «il tuo Dio», un Dio che ama con amore gratuito e misericordioso e che con la sua presenza consente all’uomo di fare altrettanto.

Michea ci ha condotto in questo passo al cuore stesso della fede. Gli farà eco Paolo, quando scrivendo ai cristiani di Roma, sintetizzerà il messaggio evangelico con le parole:

La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità (Rm 13,10).



[1] Il termine compare una volta nella forma verbale al v. 1: far causa, e poi due volte nella forma nominale al v. 2: processo, causa.

[2] Qui non abbiamo un rîb penitenziale, perché la disputa non termina nella conversione e nel perdono. Il nostro passo è piuttosto simile a quello di Ger 7,1-28 o 11,1-17.

[3] L’espressione ebraica del v. 1a suona letteralmente: «accusa i monti», risultando perciò problematica, tanto più che la costruzione di rîb con l’accusativo non ricorre altrove. Con le versioni antiche e la maggioranza dei commentatori moderni interpretiamo l’espressione nel senso di «illustrare la causa».

[4] I LXX traducono hārîm (monti) con laoi (popoli), traduzione certamente non corretta (a meno che i LXX abbiano avuto un originale diverso dall’attuale testo masoretico), ma in linea col contesto immediato che parla appunto dei popoli; come in Ez 6,3; 36,4.6 i monti e le colline rappresentano Israele, così qui i monti potrebbero rappresentare i popoli.

[5] Michea usa qui il verbo ‛lh (salire), anziché il più usuale ys*’ (uscire). Il primo verbo compare specialmente nei testi che si ispirano alla teologia del Deuteronomio (cf. Dt 20,1; Gs 24,17; Gdc 6,8.13; 1Sam 12,6) e sottolinea soprattutto la meta dell’esodo, cioè l’entrata nella terra promessa, entrata che gli ebrei hanno sempre concepito fino ad oggi come un salire.

[6] Anche questo termine, come quello precedente, appartiene all’interpretazione dell’esodo propria della teologia deuteronomista.

[7] Sarà la tradizione targumica a interpretare il ruolo specifico dei tre personaggi. Secondo essa Mosè è colui che insegna e trasmette la torà e la sua retta interpretazione; Aronne è colui porta la riconciliazione al popolo; Maria dal conto suo ha il compito di istruire le donne.


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