Nel canone dei Dodici profeti al libro di Giona seguono i libri di Michea e Naum; avremo modo di scoprirne la dimensione storica e letteraria e i motivi della collocazione dei due profeti a questo punto del canone.
I sette capitoli di Michea alternano annunci di sventura e di salvezza. Tutti i popoli del mondo (1,2) sono convocati dal profeta nel giudizio contro Israele, un giudizio duro che tocca temi di grande attualità, come la condanna di coloro che si ritengono potenti a causa delle loro ricchezze (2,1-5) o come la polemica contro quei politici corrotti che cercano solo il proprio interesse (3,1-4), contro i capi politici che distorcono la giustizia (3,9-12): parole di cui oggi abbiamo più che mai urgente bisogno!
Per Michea la diffusione dell’ingiustizia è un dato pressoché universale (7,1-7). Egli si trova di fronte a una società nella quale la rapacità di pochi ha portato alla distruzione di ogni idea di solidarietà e fratellanza; governanti e sacerdoti insieme sono corrotti e, nascondendosi dietro il nome di Dio, cercano solo il proprio personale interesse (3,11). Il lettore cristiano, nell’Italia del XXI secolo, non faticherà a comprendere come queste accuse ci toccano molto da vicino. Solo rispettando l’uomo si può affermare di servire davvero Dio; in 6,1-8 Michea utilizza la forma letteraria del processo per rendere più vive le accuse che il Signore rivolge al suo popolo.
Eppure la parola di Michea si apre alla speranza: la guerra avrà fine e la pace verrà ristabilita per sempre a Gerusalemme (4,1-5), armi e idoli insieme verranno eliminati (5,9-14) e, soprattutto, giungerà il tempo messianico della salvezza. Il testo di Mi 5,1-3 è ben noto al lettore cristiano a causa della menzione della piccola cittadina di Betlemme come patria del futuro Messia, della stirpe di David (cf. Mt 2,6).
Il libro si chiude con parole forti di speranza e di perdono (7,18-20): un messaggio chiaro, se letto in chiave cristiana, per una Chiesa troppo spesso tentata di condannare, piuttosto che di far respirare agli uomini l’aria della misericordia e della fedeltà di Dio.
Il libro di Naum, soprattutto dopo aver letto Giona e la parte finale di Michea di cui abbiamo appena detto, sorprende il lettore: esso appare come una polemica molto nazionalista contro l’Assiria, il grande impero nemico di Israele tra l’VIII e il VII secolo. Il libro descrive la caduta della città di Ninive, conquistata nel 612 a.C. dai babilonesi; le immagini utilizzate sono davvero molto forti e violente (cf. 3,1-7).
L’inizio del libro ci offre una chiave di lettura: anche Naum (1,3), come Giona (Gio 4,2), utilizza il testo di Es 34,6-7, ma mentre l’autore di Giona sottolinea, sempre a proposito di Ninive, la misericordia di Dio per tutte le creature, Naum ne mette in luce piuttosto la giustizia. La vendetta e l’ira divina che sono al centro della profezia di Naum mettono in luce un aspetto del volto di Dio ben noto anche al Nuovo Testamento: pur essendo misericordioso, Dio non tollera il male e l’ingiustizia; egli si schiera dalla parte degli oppressi.
L’ultimo versetto del libro è emblematico: l’Assiria diviene il modello di ogni impero mondiale che, nella sua arroganza, ha diffuso soltanto violenza e crudeltà. La vicenda di Ninive ricorda anche quella di Babilonia nel libro dell’Apocalisse: la caduta di Ninive è così profezia dell’agire di Dio che «abbatte i potenti dai troni», come canta Maria (Lc 1,56). In definitiva, pur nella sua crudezza, Naum pone ai suoi ascoltatori il grande problema della giustizia di Dio.