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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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EDITORIALE
Luca Mazzinghi

Il libretto del profeta Abdia, il più breve di tutto l’Antico Testamento, è certamente anche il più difficile da “digerire” per il lettore moderno, specialmente se si tratta di un lettore cristiano.

Subito dopo il libro del profeta Amos e le sue richieste di giustizia, gli appena ventuno versetti di Abdia costituiscono una radicale condanna del popolo degli Edomiti, la nazione confinante con Israele. Il testo del profeta Abdia trasuda violenza e intolleranza e, in superficie, ben si presterebbe ad esser letto come manifesto razzista, senz’altro gradito ad alcuni italiani, lieti di trovare nella Bibbia una giustificazione religiosa al loro comportamento xenofobo.

In realtà, Abdia è convinto che la colpa di Edom è proprio la violenza commessa contro i «fratelli» Israeliti, con i quali avrebbe dovuto andare d’accordo (vv. 10.12); ma soprattutto il profeta è persuaso che la storia non è governata tanto dagli uomini, quanto dal Signore e che sarà lui, lui soltanto, a portare giustizia al mondo; il male ricadrà su chi lo commette (v. 15).

Alle parole di Abdia segue un libretto breve (quattro piccoli capitoli), ma senz’altro molto più famoso: la storia di Giona e della sua balena, direbbero subito i bambini del catechismo! Il libro di Giona, come molti già sanno, è del tutto singolare nel panorama dei dodici profeti: più che un testo profetico è infatti una storia narrata con molta arte, un racconto che ancora oggi coinvolge e provoca chiunque lo ascolti. La storia del profeta, inviato contro la sua stessa volontà a predicare nella terribile città di Ninive, la violenta capitale del grande impero assiro, è inoltre di bruciante attualità.

Ci troviamo in un periodo della storia di Israele (probabilmente intorno al IV secolo a.C.) nel quale autori come Giobbe hanno già messo in discussione l’idea che il Dio di Israele sia legato a criteri di giustizia umana; è vero che Dio è un Dio di giustizia, come proclamano Amos e Abdia, i due profeti che nel canone precedono Giona. Ma davvero Dio punisce senza pietà chiunque compie il male? Chi dunque si salva? Che ne è allora della sua misericordia? E che cosa fare dei popoli pagani? Verranno tutti distrutti, mentre il solo Israele si salverà?

La figura di Giona, profeta recalcitrante, affronta tutte queste domande; ma una è senz’altro la questione di fondo che emerge dal libro: qual è il vero volto di Dio? Contro le sue stesse attese, Giona scopre che il volto di YHWH, Dio di Israele, è prima di tutto un volto di misericordia. Persino per i cattivissimi abitanti di Ninive c’è speranza di conversione e di salvezza; il Dio di Israele si prende cura dell’intera umanità e di tutta la sua creazione.

Il libro di Giona è così un messaggio forte diretto a tutti quei credenti di allora e di oggi che, come Giona, si ritengono così buoni da non pensare di aver bisogno di conversione, pronti a litigare con Dio, se necessario, accusandolo di troppa bontà. Un messaggio diretto a coloro che invocano la giustizia di Dio perché punisca inesorabilmente chiunque non osservi i nostri valori e le nostre immutabili verità, un Dio che permetta di escludere chiunque sentiamo come straniero. Giona è un messaggio diretto a coloro che non hanno ancora scoperto il volto misericordioso di Dio, di fronte al quale i cattivi Niniviti, come già i marinai del primo capitolo del libro, si rivelano migliori di Giona, l’israelita fedele: «…pubblicani e prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31).

 


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