Nella raccolta dei Dodici profeti, al canto di Osea sull’amore sponsale di Dio per Israele segue il breve libro di Gioele, figura di difficile collocazione storica, comunque più recente rispetto a Osea.
C’è un tema di fondo intorno al quale ruota questo libretto: l’annuncio del «giorno del Signore».
Gioele prende le mosse dalla riflessione sull’arrivo di una calamità naturale, l’invasione delle cavallette (Gl 1). Essa diviene per il profeta un segno che invita il popolo alla penitenza; se il popolo accoglierà tale invito, si aprirà per Israele una nuova era di felicità. La liturgia penitenziale di Gl 2,12-17 è significativamente ripresa dalla Chiesa cattolica nella liturgia del mercoledì delle Ceneri.
Il «giorno del Signore» non sarà perciò un momento di punizione e rovina, ma l’aprirsi a un futuro di speranza. Gioele è convinto che la parola dei profeti che lo hanno preceduto (in particolare Isaia e Geremia) non cadrà nel vuoto. Nonostante un diffuso nazionalismo che talora disturba il lettore cristiano, il libro di Gioele annuncia il dono dello Spirito per ogni essere umano (3,1-5; testo ripreso in At 2,17-21); tutti potranno diventare profeti e chiunque invoca il Signore potrà essere salvato.
Al libro di Gioele segue quello di Amos che ci pone in una ben diversa atmosfera; il contesto storico nel quale il profeta vive è lo stesso che abbiamo visto a proposito di Osea; Amos si presenta come un pastore di Tekoa, sulle montagne di Giuda, che non aveva mai avuto l’intenzione di essere profeta (Am 7,10-15).
Al cuore del libro di Amos c’è un tema di grande attualità: la giustizia. Amos denuncia un popolo che, a cominciare dai suoi capi e dai suoi sacerdoti, ha violato la giustizia, calpestando i diritti del povero e opprimendo i più deboli (cf. 2,6-7; 8,4-6): «Essi trasformano il diritto in veleno e gettano a terra la giustizia» (5,7). Su questo popolo piomberà una sciagura che non potrà essere evitata: l’ingiustizia produce soltanto morte. Con cinque celebri visioni (cc. 7-9) il profeta annuncia la rovina d’Israele, che pare essere definitiva.
Amos denuncia più volte la violenza (1,6-9; 2,6; 3,14; 5,12) intesa come peccato capitale del popolo. Alla violenza si aggiungono la ricerca sfrenata del lusso e delle ricchezze, oltre alla costante denuncia di uno stile di vita basato sul possesso e sullo sfruttamento del lavoro altrui; su questo punto le parole di Amos sono tra le più forti dell’intera Scrittura.
In questa situazione, come già in Osea, anche per Amos il culto diventa ipocrita (cf. 4,4-5; 5,21-24); in particolare Amos condanna la falsa sicurezza di un popolo ormai lontano dal suo Dio (cf. 6,1-7); il «giorno del Signore» annunciato da Gioele rischia così di trasformarsi in tragedia (5,18). Il frutto di una tale società è infatti uno solo: una catastrofe inevitabile. Non sembra pertanto che il libro di Amos lasci molto spazio alla speranza. L’amore di Dio cantato da Osea non annulla il peso delle responsabilità del popolo: «Cercate me, e vivrete» (5,4).
Anche oggi, in un tempo nel quale i nostri governanti distorcono la giustizia a proprio vantaggio e calpestano i diritti dell’immigrato, un tempo nel quale si insegue uno stile di vita non diverso da quello denunciato da Amos, risuona con forza l’ammonimento del profeta: il Signore manderà nel paese la fame e la sete della sua Parola; il popolo cercherà la parola di Dio, ma senza trovarla (8,11-12). La speranza di Amos è che il popolo ritorni all’ascolto di questa Parola, che da un lato giudica con forza la vita degli uomini, ma dall’altro – se accolta – è realmente in grado di cambiarla.