Il titolo di questo articolo potrà sembrare insolito a molti lettori, abituati a considerare Osea, Amos, Giona, ecc., come singoli libri. Senza nulla togliere a questo dato tradizionale, tuttavia, l’obiettivo che cerchiamo quest’anno di perseguire è quello di mostrare che si possono individuare delle tracce, per così dire, all’interno dei Dodici profeti minori, che indicano l’esistenza di rapporti tra i singoli scritti. Tali rapporti possono essere considerati casuali oppure indizi di un progetto che, per comodità, chiamiamo «libro dei Dodici». Nel resto dell’articolo cercheremo di mostrare gli argomenti che sono stati finora elaborati per confermare o smentire questa ipotesi.
Introduzione
Prima di entrare nel vivo della questione, vogliamo aggiungere ancora due osservazioni; in primo luogo, intendiamo rassicurare il lettore che eventualmente avverta in sé una difficoltà di fronte a questa prospettiva che appare forse nuova. In realtà, si tratta di un tipo di lettura molto tradizionale, presente da secoli nel mondo ebraico e cristiano, che in epoca recente è stata riscoperta e rivalutata. Il senso di novità deriva dal fatto che la ricerca su questa questione si è sviluppata prevalentemente in ambienti nordamericani e tedeschi, mentre assai poco ancora esiste in lingua italiana
[1].
In secondo luogo, la domanda alla quale cercheremo di rispondere nel corso dell’anno, senza la pretesa di esaurire la questione, può essere così formulata: si possono leggere i Dodici profeti minori come se fossero un unico libro, con una sua struttura, teologia, successione tematica, ecc.? Il lettore accorto ricorderà subito che simili interrogativi erano stati già posti quando è stato letto il libro dei Salmi. In effetti, la domanda è molto simile e riguarda, non a caso, due libri, i Dodici e i Salmi, che hanno un marcato carattere antologico. Questi due libri sono, cioè, accomunati dal fatto di essere apparentemente composti da “pezzi” diversi (i singoli salmi o i diversi profeti minori), autonomi, eterogenei, nati in contesti ed epoche diverse. Senza negare, ovviamente, che i singoli profeti minori si siano formati in modo autonomo (come già dicemmo a proposito dei Salmi), il problema è se il contesto nel quale essi sono stati successivamente inseriti ha un senso e un valore teologico o no
[2]. Su questo punto gli esperti sono divisi tra loro, e, per il momento, esistono più domande che risposte. Le domande però sono il sintomo di un interesse nuovo che si sta facendo strada nel mondo esegetico e che avrà ripercussioni anche a livello di pastorale, di catechesi, di letture bibliche all’interno di gruppi, parrocchie, ecc.
Dicevamo in precedenza che il fatto di considerare i Dodici profeti minori come un unico libro non è un’invenzione moderna, ma una convinzione presente già nel mondo antico
[3]. Ad esempio, nella Bibbia ebraica, cioè nel testo masoretico, i profeti minori sono riportati seguendo sempre il medesimo ordine: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia
[4].
La documentazione manoscritta
L’unità del libro è attestata dal modo in cui venivano composti i manoscritti antichi nei quali venivano lasciate tre righe bianche tra ognuno dei profeti dei Dodici, mentre ne venivano lasciate quattro tra libri biblici copiati in un unico rotolo. Non si tratta di una pratica imputabile al caso, ma dell’obbedienza alle indicazioni date nel Talmud babilonese, nel quale si legge:
«Tra uno dei cinque libri della Torah e un altro libro della Torah, quattro linee (devono essere lasciate in bianco) e, similmente, tra un Profeta e un altro Profeta (quattro linee devono essere lasciate in bianco), ma per quel che riguarda un Profeta dei Dodici tre linee (devono essere lasciate in bianco)»[5].
A ulteriore conferma di tale considerazione, si possono menzionare anche le note che i Masoreti hanno aggiunto alla fine dei singoli libri dell’Antico Testamento, i colofoni, nelle quali vengono fornite alcune informazioni relative, tra l’altro, al numero dei versetti del libro in questione e l’indicazione del versetto centrale, per impedire che il testo venisse alterato, aggiungendo o togliendo qualcosa. Nel caso del libro dei Dodici, il colofone masoretico si trova alla fine di Malachia e indica il numero dei versetti non solo di Malachia, ma anche dei Dodici.
Da queste osservazioni si può concludere che l’unità del libro è attestata da una tradizione scribale stabile e uniforme, riservata normalmente ai testi considerati sacri
[6].
Spesso si fa notare che esiste uno scarto cronologico tra la composizione dei singoli libri biblici e i manoscritti del Testo masoretico che noi possediamo, i quali risalgono più o meno al X sec. d.C.; ma, anche in questo caso tale intervallo temporale è stato in parte ridotto dalle scoperte fatte a Qumran e in altri siti del Mar Morto. Ad esempio, nei pressi di Qumran, in una località nota come Wadi Murabb’at, è stato trovato un rotolo di cuoio, assai deteriorato, risalente comunque al II sec. a.C., che quindi è molto più antico dei manoscritti precedenti, il quale contiene parti di un testo dei profeti minori quasi identico al Testo masoretico. Il rotolo comincia con Gl 2,20 e comprende parti di testi tratti da Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo e Zaccaria (fino a 1,4). Non è un rotolo completo, ma quello che abbiamo conferma la successione dei manoscritti masoretici.
Per quel che riguarda la LXX, cioè la tradizione greca, si può affermare che il più antico manoscritto completo, cioè il Codex Washington, un papiro del III sec. d.C., conferma sia il nome dei singoli profeti che il numero dei Dodici nei titoli apposti a ciascun libro. Bisogna però notare che la sequenza dei libri nella LXX è diversa per i primi sei libri che vengono presentati in questo ordine: Osea, Amos, Michea, Gioele, Abdia e Giona, mentre l’ordine degli altri sei è uguale a quello del Testo masoretico. Forse la LXX ha posto Amos e Michea subito dopo Osea perché il contesto storico fornito dai titoli colloca Osea-Amos e Michea sotto gli stessi re, per cui essi formano un gruppo chiuso al quale Gioele, Abdia e Giona non appartengono.
I dati biblici ed extra-biblici
La storia della trasmissione testuale che gli antichi manoscritti attestano è confermata anche da riferimenti biblici ed extra-biblici
[7], nonché da liste dei libri del canone ebraico
[8].
Limitandoci solo ad alcuni cenni, possiamo innanzitutto menzionare il libro del Siracide che può essere considerato il più antico riferimento esplicito al libro dei Dodici. Il testo recita:
«Le ossa dei dodici profeti rifioriscano dalle loro tombe,
poiché essi consolarono Giacobbe, lo riscattarono con una speranza fiduciosa» (Sir 49,10).
Anche nel Nuovo Testamento si trova una citazione analoga. In At 7, all’interno dell’ampio discorso che Stefano pronuncia prima di essere lapidato, leggiamo:
«Ma Dio si ritrasse da loro e li abbandonò al culto dell’esercito del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti (At 7,42; segue una citazione di Am 5,25-27)».
Questi sono, a nostro avviso, i dati più significativi che provengono dalla tradizione: biblica, extra-biblica e scribale. In qualche modo essi possono essere ritenuti esterni al libro dei Dodici, ma, in realtà, confermano degli indizi che possono essere individuati a livello del testo biblico.
Indizi all’interno dello stesso libro
All’interno del libro dei Dodici, infatti, si notano delle significative riprese a livello di vocabolario tra un profeta e l’altro; in particolare esistono delle ripetizioni, verbali e/o tematiche tra la fine di un libro e l’inizio di quello successivo. Citiamo solo alcuni esempi, i più vistosi, perché sul fenomeno torneremo, in maniera più approfondita, nell’analisi dei singoli testi.
Pressoché tutti gli autori fanno notare la relazione che esiste tra Gl 4,16:
«Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa sentire la sua voce; tremano i cieli e la terra. Ma il Signore è un rifugio al suo popolo, una fortezza per gli Israeliti»;
e Am 1,2:
«Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce; sono desolate le steppe dei pastori, è inaridita la cima del Carmelo».
Si noti anche, dal punto di vista più tematico, l’enfasi su Edom che si trova in Am 9,12:
«Conquistino il resto di Edom e tutte le nazioni sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore che farà tutto questo»;
e Abd 19:
«Quelli del Negheb possederanno il monte d’Esaù e quelli della Sefèla il paese dei Filistei».
Si diceva in precedenza che la successione degli scritti è in parte diversa tra il Testo masoretico e la LXX. In essa Giona e Naum sono testi contigui: entrambi affrontano l’interrogativo costituito da Ninive, la città nemica per eccellenza, anche se individuano soluzioni apparentemente opposte all’unico problema. Inoltre Giona e Naum sono gli unici libri dell’Antico Testamento (e di tutta la Bibbia, in realtà), che terminano con una domanda:
«Il Signore dice a Giona: “Non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere tra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?”» (Gio 4,11);
Na 3,19 recita, a proposito dell’Assiria, di cui Ninive era la capitale:
«Perché su chi non si è riversata senza tregua la tua crudeltà?».
Questi dati sono interpretati dagli studiosi che sostengono l’unità del libro dei Dodici
[9] o come il lavoro di antichi editori che avrebbero composto queste relazioni tematiche o verbali tra i vari libri, facilitando quindi la transizione tra un libro e l’altro, oppure come l’opera di editori che raccolsero in un singolo volume i libri dei profeti minori proprio a causa dei collegamenti verbali e tematici, già esistenti, che furono da essi percepiti come unificanti.
La successione degli scritti nel libro dei Dodici
Data l’esistenza di un ordine (o di due fondamentali ordini) all’interno del libro dei Dodici, si può individuare in esso un senso o va inteso, di nuovo, come un fatto casuale?
Alcuni autori hanno individuato nel libro l’esistenza di un criterio di tipo cronologico. Sia il Testo masoretico che la LXX, infatti, iniziano con Osea, un profeta dell’VIII sec. La LXX, come abbiamo visto, prosegue con Amos e Michea, due profeti che vengono di solito collocati nello stesso secolo. Il Testo masoretico, invece, inserisce Gioele tra Osea e Amos, ma poi entrambe le versioni proseguono con profeti del VII e del VI sec. Il criterio cronologico
[10], dunque, sembra avere una sua plausibilità, ma non risolve tutti i problemi. Ad esempio, non spiega in maniera soddisfacente l’inserzione di Gioele, Abdia e Malachia.
Un altro criterio utilizzato sembra essere di tipo geografico: Osea, all’inizio del gruppo, svolge una funzione introduttiva, paragonabile, per certi aspetti, al ruolo che svolge Isaia all’interno dei grandi profeti (si noti, a conferma di tale ipotesi, che i re di Giuda elencati in Is 1,1 e Os 1,1, sono gli stessi, e cioè: Ozia, Iotam, Acaz ed Ezechia). Seguono poi libri che mettono in coppia un profeta proveniente dal regno del nord con un altro che viene invece dal sud: Gioele con Osea, Abdia con Amos, Naum e Abacuc.
Viene, inoltre, fatto riferimento alla lunghezza degli scritti, che andrebbero dal più lungo al più breve, dato che sembra essere più evidente nella successione dei primi cinque libri della LXX.
A livello strutturale, i titoli dei libri, soprattutto di alcuni, possono svolgere un certo ruolo. Ci riferiamo nella fattispecie ai libri di Osea e di Malachia, i quali costituiscono la cornice del libro dei Dodici. Os 1-3 e Malachia insistono a più riprese sul fatto che l’amore di Dio non è cambiato, un dubbio che qua e là serpeggia all’interno del corpus, anche a causa degli eventi traumatici che hanno portato alla caduta della monarchia nel regno del nord, alla fine del regno, e da ultimo alla distruzione di Gerusalemme e del tempio.
Menzioniamo, ad esempio, da una parte, Gioele:
«Laceratevi il cuore e non le vesti,
ritornate al Signore vostro Dio,
perché egli è misericordioso e benigno,
tardo all’ira e ricco di benevolenza
e si impietosisce riguardo alla sventura.
Chi sa che non cambi e si plachi
E lasci dietro a sé una benedizione?» (Gl 2,13-14);
e, dall’altra, Giona:
«Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato» (Gio 4,2).
All’interno del libro dei Dodici si ripropone una domanda inquietante che riguarda la relazione tra Dio e il suo popolo e la validità della Torah. È significativo dunque il fatto che la cornice del libro, Os 1-3 e Malachia, si faccia carico di questo interrogativo e vi risponda affermando l’amore continuo e fedele che Dio, lo sposo, nutre nei confronti della moglie adultera, e insieme la necessità di praticare il diritto e la giustizia come richiesto dalla Torah:
«Io mi accosterò a voi per il giudizio e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adulteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova e dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero» (Ml 3,5).
Molti autori individuano, infine, l’esistenza di un principio tematico (in realtà, diversi temi vengono ritenuti strutturanti a livello dell’insieme), il quale costituirebbe un elemento di unità nel libro dei Dodici. Tra i temi che svolgerebbero tale funzione unificante, quelli più ricorrenti sono: il tema del «giorno del Signore», presente in tutti gli scritti ad eccezione di Giona e di Naum; oppure si fa notare che esiste una sequenza ricorrente all’interno del libro che prevede i seguenti momenti: peccato d’Israele (affrontato dai primi sei libri), punizione (Naum, Abacuc, Sofonia) e restaurazione (Aggeo, Zaccaria e Malachia).
La relazione tra Israele e le nazioni
Come si vede, molte domande attendono ancora di trovare una risposta decisiva, però riteniamo molto interessante il fatto che questo libro abbia innestato un processo riflessivo che porterà frutto a suo tempo, parafrasando il testo biblico! Dal canto nostro, anche se riteniamo fragili le ipotesi di organizzazione di un libro che adottino criteri (esclusivamente) tematici, non possiamo tuttavia fare a meno di notare, con altri autori, che un filo rosso che attraversa l’insieme è sicuramente costituito dalla riflessione sul rapporto tra Israele e le nazioni.
L’ipotesi di lettura dalla quale partiamo è che si tratta di una questione fondamentale all’interno dell’Antico Testamento (ma, in realtà, la trattazione di questo argomento chiama in causa la relazione tra Antico e Nuovo Testamento), in quanto mette sul tappeto il rapporto che esiste tra elezione e universalità della salvezza. Ci sembra di poter dire che il libro dei Dodici, ma questa affermazione andrebbe supportata dall’analisi puntuale dei testi, è attraversato dal tema del rapporto tra Israele e le nazioni, variamente articolato.
In alcuni casi, si tratta di prendere le distanze dalle nazioni, di contrapporsi a esse in quanto portatrici di valori alternativi a quelli dell’alleanza. In questo senso risalta il ruolo di Edom, considerato quasi “tipo” della nazione “altra” da Israele, oppure il ruolo riservato a Ninive, che nell’immaginario collettivo aveva assunto un significato simbolico che andava al di là della sua funzione puramente storica.
In alcuni libri sembra che l’identità d’Israele debba costituirsi in termini oppositivi, sia che si tratti di reagire al sincretismo, una sorta di confusione e di annacquamento della propria vocazione (di qui l’insistenza di Osea e la sua denuncia di atteggiamenti peraltro oggi molto diffusi all’interno di ambienti new age), sia che si esprima come distruzione dell’altro (Edom, Ninive, ecc.).
In altri testi, invece, come nel caso di Giona, il rapporto con l’altro, col nemico, sembra essere diverso. Il profeta Giona concepisce se stesso in termini oppositivi rispetto a Ninive, tant’è vero che quando egli finalmente accetterà di obbedire al Signore e si recherà a Ninive, non resterà tuttavia a lungo nella città, ma porrà un gesto di estrema rottura, unico nella tradizione profetica, uscendo da essa e andando a cercare per sé un posto dall’alto del quale contemplare il destino della «grande città»:
«Giona uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì un riparo di frasche e vi si mise all’ombra in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città» (Gio 4,5).
Il Signore gli rivela però che esiste anche un’altra modalità di relazione possibile, anzi che Giona sarà addirittura «salvato» dai pagani e che, attraverso il suo perdono, a sua volta, «salverà» i pagani, cioè li riconcilierà con Dio. Il libro resta aperto, come dicevamo, quindi non sappiamo quale esito avrà nel profeta tale sconcertante rivelazione di Dio, che tipo di decisione produrrà.
Si potrebbe continuare questo percorso, ma, senza anticipare quello che emergerà dalla ricerca condotta sui testi, ci sembrava utile mostrare che, nonostante le apparenze, questo libro dei Dodici presenta più di un elemento d’interesse e di attualità, anche a livello di pastorale biblica.
Il rapporto fra i primi tre: Osea, Gioele e Amos
Ci sembra di aver mostrato che, a partire da una serie di indizi, anche se di diverso peso e consistenza, abbia senso l’ipotesi di considerare i Dodici un libro degno di rispetto, come i Salmi, Proverbi, ecc. A ulteriore conferma di ciò, introducendoci anche alla lettura di Osea che costituisce il tema dominante del presente fascicolo, vorremmo aggiungere alcune conclusioni sulla successione iniziale di profeti che il Testo masoretico propone, in particolare, sul rapporto che intercorre tra Osea, Gioele e Amos, successione che, come abbiamo visto, suscita qualche interrogativo. Da un punto di vista tematico, infatti, la successione della LXX, Osea-Amos-Michea, costituisce un insieme più coerente. Osea e Amos sono profeti del regno del nord, ma anche Michea contiene un oracolo contro Samaria (Mi 1,1-7) e in seguito menziona Omri e Acab, re di Israele:
«Tu osserva gli statuti di Omri
e tutte le pratiche della casa di Acab, e segui i loro propositi,
perciò io farò di te una desolazione,
i tuoi abitanti oggetto di scherno
e subirai l’obbrobrio dei popoli» (Mi 6,16).
Tuttavia esistono degli indizi, ai quali accenniamo solo brevemente, a partire dai quali comprendere la “strana” successione iniziale del Testo masoretico. Se consideriamo, ad esempio, i titoli di questi libri, vediamo che si riferiscono quasi allo stesso periodo:
«Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beerì, al tempo di Ozia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo figlio di Ioas, re d’Israele» (Os 1,1).
«Parole di Amos, che era pecoraio di Tekòa, il quale ebbe visioni riguardo a Israele, al tempo di Ozia re della Giudea, e al tempo di Geroboamo figlio di Ioas, re di Israele, due anni prima del terremoto» (Am 1,1).
D’altro canto, il titolo di Gl 1,1 («Parola del Signore, rivolta a Gioele figlio di Petuèl») è uguale a Os 1,1 e un po’ diverso da quello di Amos. A livello di testo finale si potrebbe dire che i titoli dei primi tre libri collegano, pur se con modalità differenti, Osea e Amos, da un lato, e Osea e Gioele, dall’altro. Tra Osea e Amos, due profeti del nord, viene inserito Gioele, la cui predicazione riguarda fondamentalmente il regno di Giuda («Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza», 3,5; cf. anche 4,1.16-17). Si potrebbe dire che Gioele, inserito tra Osea e Amos, fa valere anche per Giuda il messaggio rivolto a Israele.
A questo proposito, notiamo che tra i temi fondamentali di Osea c’è quello del ritorno al Signore. Anche se la sposa viene descritta come infedele (Os 2,5), il profeta chiude tuttavia il suo libro con un appello a tornare al Signore:
«Torna, dunque, Israele, al Signore tuo Dio,
poiché hai inciampato nella tua iniquità» (Os 14,2).
Non sappiamo come Israele risponderà a tale appello, che Gioele a sua volta riprende:
«Laceratevi il cuore e non le vesti,
ritornate al Signore vostro Dio,
perché egli è misericordioso e benigno,
tardo all’ira e ricco di benevolenza
e si impietosisce riguardo alla sventura» (Gl 2,13).
Il tema del ritorno a Dio verrà sviluppato infine da Amos, ma esso è declinato in modo negativo: in 4,6-11 il profeta per cinque volte ripete: «E non siete ritornati a me» (Am 4,6.8.9.10.11).
Noi che ci accingiamo a prendere in mano il libro dei Dodici, siamo innanzitutto invitati a confrontarci con questo appello, che ci riguarda, come riguardava sia Israele che Giuda, e a prendere una decisione.
[1] Rimando a due contributi nei quali ho presentato uno
status quaestionis sull’argomento:
D. Scaiola, «Il libro dei Dodici Profeti Minori nell’esegesi contemporanea. Status quaestionis», in Rivista Biblica 48 (2000) 320-334, Id., «I Dodici Profeti Minori: problemi di metodo e di interpretazione», in Rivista Biblica 54 (2006) 65-75.
[2] Analoghe domande vengono oggi rivolte ad altri libri biblici scarsamente considerati fino a poco tempo fa, come il libro dei Proverbi, del quale si cerca oggi di individuare il senso complessivo e la coerenza.
[3]Ad es., la LXX intitola il libro
Dōdekapróphēton, indicando così che si tratta di un’unica opera. La
Vulgata invece lo intitola
Prophetae minores, dal quale viene la nostra attuale denominazione. Da precisare, però, che «minori» fa riferimento alle dimensioni dei libri, non al loro valore. Nella premessa alla
Vulgata, tuttavia, Gerolamo scrive: «Unum librum esse duodecim prophetarum», ribadendo l’unità del libro.
[4] Questo è l’ordine seguito anche dalla Bibbia di Gerusalemme e quello che adotteremo all’interno dei singoli fascicoli della presente annata. Altri studi scelgono invece di privilegiare un criterio di tipo storico, distinguendo, ad es., i profeti dell’VIII sec., Osea, Amos, Michea, da quelli dei sec. VII, VI, ecc. Questo è l’orientamento del volume di
B. Marconcini (ed.), Profeti e apocalittici, LDC, Leumann (To) 1995 (nel 2007 ristampato e aggiornato, mantenendo però la medesima impostazione).
[5]La citazione è tratta dal trattato
Baba Batra 13b, da noi tradotta dal volume edito da
I. Epstein, The Babylonian Talmud, The Soncino Press, London 1935, 66.
[6] Come già si diceva in precedenza, non tutti gli autori concordano con questo tipo di interpretazione. Alcuni infatti considerano questi dati piuttosto casuali, a motivo del fatto che nell’antichità si scrivevano i testi su singoli rotoli che, secondo questi autori, difficilmente potevano seguire un ordine dato. Non abbiamo lo spazio per studiare a fondo la questione e forse questa non è neppure la sede per fare tale discorso, ma riteniamo che sarebbe importante approfondire il discorso relativo al modo in cui si scrivevano e si conservavano i manoscritti nell’antichità. L’esistenza di prestigiose biblioteche, come quella di Alessandria, per citare un esempio a tutti noto, fa supporre che esistesse un sistema di catalogazione dei manoscritti, i quali dovevano poter essere rintracciabili e non solo accatastati, per così dire, senza ordine. Questo porterebbe a rivalutare le pratiche di scrittura scribali e, nel nostro caso, le indicazioni fornite in questo senso dai Masoreti.
[7] Tra i riferimenti extra-biblici menzioniamo:
4Esd 1,39-40, che elenca i Dodici seguendo l’ordine della LXX;
Le vite dei profeti in cui pure viene seguito l’elenco della LXX con l’eccezione di Michea che precede Amos invece di seguirlo. Citiamo infine un testo, il
Martirio e ascensione di Isaia, nel quale si elencano i Dodici seguendo un ordine che non è né quello del Testo masoretico né quello della LXX, anche se è più vicino a quest’ultima.
[8] Flavio Giuseppe (
Contra Apionem I,8) dice che i libri dell’Antico Testamento sono ventidue, e questo presuppone che egli consideri i Dodici come un solo libro. Melitone di Sardi, poi, conservato da Eusebio (
Historia Ecclesiastica IV,26), parla dei «Dodici in un libro».
[9] Naturalmente esistono anche molti studiosi che considerano questi dati puramente casuali e non attribuiscono loro alcun valore strutturale e/o teologico.
[10]Sembra che il primo autore, almeno a nostra conoscenza, a formulare questa ipotesi sia stato C.F. Keil nel 1869!