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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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EDITORIALE
Luca Mazzinghi

I dodici profeti «minori»: un’intera annata della nostra rivista dedicata a una raccolta di dodici piccoli libri spesso poco conosciuti. Che avranno mai da dirci oggi Abdia, Sofonia, Naum, Aggeo... nelle poche (e talora difficili e strane!) pagine che ci hanno lasciato? La scommessa di Parole di vita è come sempre quella di introdurci, con semplicità e serietà insieme, all’ascolto di questi testi.
Il libro del profeta Osea, che apre la serie dei dodici, ci conduce in Israele, nel regno del Nord, nel corso dell’ottavo secolo a.C.; la storia della composizione del libro è in realtà, come vedremo, ben più complessa. Siamo in un periodo caratterizzato dal contrasto tra una certa prosperità e una diffusa situazione di povertà e disuguaglianza sociale. Alla morte del re Geroboamo II si apre un periodo d’instabilità e di guerre fratricide che condurrà ben presto il regno del Nord alla rovina, fino alla distruzione operata dagli Assiri nel 722.
In questo contesto storico Osea ci offre un messaggio attuale: il potere, quando è ingiusto, si trasforma in oppressione; la tentazione di rifugiarsi all’ombra di qualcuno ancor più potente è illusoria (5,13; 7,11; 12,2). L’amore per il potere e soprattutto la ricerca della ricchezza divengono una forma sottile di idolatria (cf. 8,14).
Ma c’è di più: Osea ha di fronte un popolo che preferisce, invece di Yhwh, il Dio d’Israele Signore della storia, seguire Baal, la divinità cananea della natura e della fertilità. Osea concepisce buona parte del suo libro (cf. 4,1-3) come un processo che Dio intenta al suo popolo; il profeta rilegge la storia passata di Israele, mostrandone il valore esemplare per il presente. Osea denuncia inoltre un popolo che celebra un culto superficiale, ma che non si cura di conoscere veramente Dio (4,11-14; 6,4-6).
Il libro si apre raccontando la tragica esperienza matrimoniale del profeta (1-3); questa è la novità che ha reso celebre Osea. Egli parla come un marito tradito da una moglie infedele e forse prostituta; è pur vero che il libro parla in prospettiva esclusivamente maschile (cosa che ha attirato su Osea le critiche di molte studiose della Bibbia), eppure tale esperienza di tradimento diviene per Osea un simbolo molto suggestivo. Egli rilegge la storia del rapporto tra Dio e Israele alla luce della propria esperienza personale: Dio è come uno sposo che si sente tradito dalla propria sposa. Questa celebre immagine sarà ripresa, poco dopo, da Isaia e Geremia.
Osea, tuttavia, non si arresta alla denuncia: in modo sconvolgente egli annuncia che Dio è così innamorato del suo popolo da offrirgli il perdono nonostante i suoi peccati, tornando a sedurlo ancora con il proprio amore (2,16-25). Non soltanto Dio è sposo, ma è anche padre e madre di Israele (11,1-5); egli perdona per puro amore, invita alla conversione (14,2-10). Ecco un’altra novità: la conversione è preceduta dal perdono! Si tratta di un’idea che il Nuovo Testamento non lascerà cadere (cf. Mt 9,13).
In questa chiave, anche i tanti annunci di giudizio contenuti nel libro, che danno forse fastidio alle nostre orecchie talora troppo devote, acquistano un senso. Il profeta non gode nell’annunciare rovina e devastazione; il giudizio sul comportamento malvagio del popolo serve a comprendere il senso del passato e ad adottare, nel presente, un comportamento retto, che impedisca al popolo stesso di correre verso la catastrofe. In questo modo il futuro si colora di speranza: il ritorno di Dio verso la sua sposa infedele: «Ti farò mia sposa per sempre...».


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