Il Vangelo di Matteo parla più di una volta di risurrezione[1], e non solo a proposito di quella di Gesù. Nello stile di questa rubrica, che con questo numero volge al suo termine, ci proponiamo qui di scoprire in che misura gli annunci di Matteo relativi alla risurrezione siano ben radicati nelle Scritture d’Israele, che Matteo rilegge nell’ottica della fede in Gesù Cristo. Scegliamo volutamente due passi del primo Vangelo nei quali non si parla della risurrezione di Cristo, ma piuttosto di quella dei credenti.
«Molti corpi di santi morti risuscitarono» (Mt 27,52): Matteo ed Ezechiele
Prendiamo le mosse da un passo che Matteo inserisce all’interno del racconto della passione. Subito dopo la morte di Gesù, l’evangelista ricorda che «i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,52-53). I commentatori hanno da tempo notato come questo testo, pur inserito in un contesto dal sapore apocalittico, si ricolleghi prima di tutto al celebre passo di Ez 37,1-14, la profezia sulle ossa aride che, per opera dello Spirito di Dio, riprendono vita. In questo passo profetico, infatti, l’annuncio delle ossa che rivivono è preceduto, proprio come avviene in Mt 27,51, dalla menzione di un terremoto (cf. Ez 37,7). Il cuore della profezia sta nell’annunzio solenne che Ezechiele pone in bocca a Dio stesso: «Ecco io apro i vostri sepolcri e vi resuscito dalle vostre tombe e vi riconduco nel paese di Israele».
Nel contesto del libro di Ezechiele un tale annuncio di risurrezione va in realtà riferito alla situazione del popolo d’Israele in esilio, il cui ritorno in patria («Vi riconduco nel paese di Israele») è appunto descritto dal profeta come una vera e propria risurrezione dai morti, con la suggestiva immagine di un mucchio di ossa inaridite che, grazie al dono dello Spirito, riprendono vita. Il testo di Ez 37 non parla dunque, in realtà, della risurrezione dei singoli individui dalla morte fisica, quanto piuttosto della rinascita di un intero popolo, ormai senza speranza a causa della catastrofe dell’esilio. In realtà, prima di Ezechiele già il profeta Osea aveva utilizzato la metafora della risurrezione per indicare la sorte del popolo dopo una catastrofe nazionale (cf. Os 6,1-3).
All’epoca di Gesù, tuttavia, il passo di Ezechiele era sentito come un vero e proprio annuncio di risurrezione dai morti, come una profezia che annunciava altresì l’avvento dell’era messianica. A ben guardare, infatti, il testo di Ez 37 contiene comunque l’idea che il Dio d’Israele è, in ogni caso, capace di ridare vita ai morti, di ricreare ciò che sembrava ormai perduto. Si comprende così come nel testo di Matteo l’episodio della risurrezione di alcuni «santi» collocata dall’evangelista subito dopo la morte di Gesù acquisti il tono di una anticipazione gioiosa di ciò che proprio la morte di Gesù ha causato: il compiersi appunto dell’era messianica, uno dei cui segni più evidenti è proprio la vittoria sulla morte.
Quando Matteo scrive, ormai nella seconda metà del I sec. d.C., la fede nella risurrezione si era da un certo tempo iniziata ad affermare in Israele, seppur in modo non esclusivo. Non soltanto dunque il testo di Ez 37, ma anche altri passi biblici stanno alla base della fede di Matteo nella risurrezione; di questo sfondo dobbiamo adesso occuparci.
La persecuzione di Antioco IV e il libro di Daniele
È opinione piuttosto diffusa tra gli studiosi della Bibbia che la fede nella risurrezione faccia la sua comparsa in Israele, in modo chiaro, soltanto in seguito alla persecuzione di Antioco IV (da collocarsi attorno al 167-164 a.C.). Questo re, della dinastia ellenistica dei Seleucidi, vorrebbe imporre a Israele uno stile di vita greco, cosa che in realtà molti giudei, specialmente delle classi nobiliari e sacerdotali, vedevano di buon occhio. Antioco incontrò la netta opposizione di una buona parte della popolazione della Giudea, che, sotto la guida della famiglia sacerdotale di Mattatia (i cosiddetti «Maccabei») inizierà una rivolta che alla fine avrà successo. E tuttavia, la dura opposizione di Antioco e la persecuzione da lui instaurata provocano in Israele domande sempre più urgenti: quei martiri che, come Eleazaro o gli anonimi sette fratelli insieme con la loro madre (cf. 2Mac 6-7) hanno pagato con la vita la loro fedeltà al Dio d’Israele, finiranno la loro esistenza nel nulla? E che ne è allora della giustizia di Dio? Sarà davvero la morte, dunque, la fine definitiva di ogni uomo? L’Israele del II sec. a.C. inizia così a sviluppare idee relative alla risurrezione che, probabilmente, affondavano le loro radici anche ben prima di tale periodo. Già nei racconti profetici relativi a Elia ed Eliseo (1Re 17,17-24; 2Re 4,31-37) sono menzionati infatti episodi di risurrezione. In un passo del libro di Isaia (Is 26,16-19), pur se inserito tardivamente nell’opera del profeta, ben dopo l’esilio babilonese, è attestata un’idea vicina a quella di Ez 37. Quando, tuttavia, Isaia scrive che «i tuoi morti rivivranno», questo passo va probabilmente inteso nello stesso senso di Ez 37: si tratta dell’annuncio della rinascita di una parte del popolo d’Israele, quella rimasta fedele a Dio; nel testo di Isaia, comunque, inizia a rafforzarsi l’idea di un Dio che è capace di vincere la morte.
Uno dei primi frutti della persecuzione di Antioco IV, verso la fine del II sec. a.C., è il libro di Daniele. Il testo di Dn 12,1-3 parla ormai della risurrezione con una certa chiarezza. «Molti di quelli che dormono nel paese, nella polvere si desteranno, questi alla vita eterna, ma quelli alla vergogna, all’infamia eterna», scrive Daniele. Il testo parla qui per immagini, e non per concetti; il libro di Daniele menziona una risurrezione di «molti», ma non di tutti. Il contesto lascia pensare che ciò riguarda soltanto gli israeliti, per i quali vi sarà in realtà una doppia risurrezione: per quelli rimasti fedeli nelle persecuzioni, vi sarà la vita, per gli altri, invece, una rovina eterna; la vita eterna non è dunque promessa a tutti. I «saggi», in particolare, ricordati in Dn 12,3, coloro cioè che sono davvero rimasti fedeli alla legge mosaica, «saranno come le stelle in eterno, per sempre». Il valore simbolico di quest’ultimo passo è evidente; dobbiamo probabilmente intenderlo in riferimento a un trasferimento dei saggi nel cielo, dove essi saranno trasformati, trasfigurati come stelle, per vivere nell’eternità di Dio; Daniele tace sulle modalità della risurrezione, che pure ormai sembra una fede sufficientemente attestata.
Il secondo libro dei Maccabei
Ben più chiare sono le affermazioni contenute nel noto c. 7 del secondo libro dei Maccabei, un libro composto verso la fine del II sec. a.C., passo dove si racconta del martirio subito da sette fratelli e dalla loro madre da parte del perfido re Antioco IV, il quale pretendeva di far loro abbandonare la fede dei padri.
In un contesto di violenza e terribili torture, uno dei sette fratelli afferma con molta chiarezza che «il re del mondo farà risorgere per la vita eterna noi che siamo morti per le sue leggi» (2Mac 7,9) e, a proposito di Antioco, un altro fratello proclama che al contrario «per te non vi sarà risurrezione per la vita» (7,14).
È interessante notare che nel testo di 2Mac 7 la risurrezione è intesa sulla base di una visione dell’uomo tipicamente giudaica e cioè unitaria; ciò che risorge è difatti l’uomo concreto, nella sua corporeità. Dice uno dei fratelli di fronte alla minaccia della tortura:
Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo (7,11).
Non ci troviamo perciò di fronte a una prospettiva dualistica di matrice greca, ovvero alla proclamazione di una supposta immortalità dell’anima. La fede nella risurrezione nasce piuttosto, nel secondo libro dei Maccabei, dalla fede biblica nel Dio creatore. Il narratore pone queste parole in bocca alla madre dei sette martiri:
Senza dubbio il creatore del mondo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi (2Mac 7,23).
La fede nella risurrezione appare perciò il frutto della fede biblica nel Dio della vita; ritroveremo più avanti questa idea anche proposito del Vangelo di Matteo.
Il libro della Sapienza
Anche nel libro della Sapienza, che riflette invece un profondo rapporto con il mondo greco, la fede nella risurrezione si basa su presupposti biblici. Questo libro, scritto appunto in greco verso la fine del I sec. a.C. ad Alessandria d’Egitto, riesce a far crescere e maturare la fede d’Israele senza per questo chiudersi agli apporti della cultura greca.
Il saggio alessandrino introduce nel suo libro la nozione greca di immortalità (athanasia), ma evita di legarla direttamente all’idea di «anima», intesa in chiave platonica (cf., ad esempio, Sap 3,1-4). Egli pensa piuttosto, come avviene nel testo di Sap 2,23, all’«incorruttibilità» (aftharsia) come progetto di Dio sull’uomo, ovvero a una vita eterna dell’uomo inteso come unità di anima e corpo, e di un corpo che appunto non si corrompe. L’incorruttibilità di cui parla la Sapienza prelude così alla fede nella risurrezione della carne, che pure il libro della Sapienza non annuncia ancora con sufficiente chiarezza.
Notiamo, infine, come tra il II e il I sec. a.C. anche in altri testi giudaici non entrati poi nel canone appare una crescente fede nella risurrezione dai morti; ricordiamo soltanto i cosiddetti Testamenti dei XII Patriarchi; in un passo emblematico si legge che «coloro che sono morti nella tristezza, si rialzeranno nella gioia (...); coloro che sono morti a causa del Signore, si risveglieranno per vivere» (Test. Giuda 25,4; cf. anche Test. Zabulon 10,2; Test. Beniamino 10,7). Anche nella comunità di Qumran è ben attestata la fede nella risurrezione che, all’epoca di Gesù, appare ormai come uno degli aspetti che caratterizzano la fede d’Israele.
I presupposti biblici della fede nella risurrezione
Più che continuare qui a offrire una carrellata di testi, è tuttavia per noi interessante osservare, in tutti questi libri che abbiamo ricordato, quali sono i presupposti teologici che portano allo sviluppo e al consolidamento, in Israele, della fede nella risurrezione, senza qui voler entrare nel complesso problema dei possibili presupposti storici e culturali, che certo potremmo cercare anche fuori della Bibbia. Ne ricordo brevemente alcuni, senz’altro utili per comprendere la prospettiva di Matteo.
Osserviamo prima di tutto come le Scritture d’Israele tradiscano la salda convinzione dell’esistenza di uno stretto legame tra il Dio d’Israele e il suo fedele, nei termini in cui si esprime il Sal 16,10: «Non permetterai che il tuo fedele scenda nella fossa» (cf. anche i testi di Sal 49,16; 73,23-24), che pure può essere letto in termini di semplice salvezza fisica dalla morte. Il Dio d’Israele non può dunque permettere che il suo popolo, e dunque ogni suo fedele, sparisca nel nulla, non può abbandonare l’uomo che spera in lui, neppure nella morte (cf. Sap 3,1-9).
Com’è evidente, poi, nei libri di Daniele e 2Maccabei, c’è una seconda idea che l’israelita sente in modo molto forte: Dio deve intervenire per far giustizia, per salvare i giusti e punire invece gli empi; se ciò non avviene in questa vita, come spesso sembra accadere, deve necessariamente avvenire in un’altra dimensione. E infine, Dio è il Signore non solo della vita e della morte (cf. Dt 32,35), ma soprattutto è il Dio che ama la vita (cf. Sap 11,26); se dunque in questo mondo non sembrano esserci né giustizia né vita, ciò deve accadere, invece, nella risurrezione che segna il mondo a venire.
Ciò che scrive Matteo a proposito della risurrezione dei «santi», in relazione alla morte di Gesù in croce (Mt 27,52), si iscrive dunque all’interno di una fede che è sempre più forte nel mondo giudaico. Matteo non intende semplicemente narrare un miracolo, ma sta ancora una volta cercando di far comprendere ai suoi ascoltatori che l’intera vicenda di Gesù va letta come un compiersi delle Scritture. Del testo di Ez 37, prima di tutto, il cui senso viene ampliato dall’evangelista proprio alla luce della morte in croce di Cristo e sviluppato sulla linea della fede in una reale risurrezione dei «santi». Ma non solo: Matteo può saldamente fondarsi su una tradizione ormai abbastanza diffusa che fa della risurrezione dei morti un aspetto sempre più importante della fede nel Dio d’Israele. La croce di Cristo conduce al loro compimento tali speranze d’Israele: il Dio della vita non può abbandonare suo Figlio nella morte, né può abbandonare coloro che credono in lui.
«Alla risurrezione si è come angeli del cielo» (Mt 22,30): Matteo e l’Esodo
Un altro testo del Vangelo di Matteo nel quale traspare con molta chiarezza la fede nella risurrezione è la nota controversia con i sadducei contenuta in Mt 22,23-33. Per comprendere bene questo passo occorre tuttavia ancora ricordare che non soltanto nel giudaismo del tempo di Gesù la fede nella risurrezione era ormai maturata, ma anche che essa trovava ancora una certa opposizione. Se infatti i farisei la accoglievano con entusiasmo, non così accadeva per i sadducei, la classe sacerdotale e nobiliare, che si opponeva con forza a tale credenza, ritenendola non tradizionale e degna soltanto del popolo che non conosceva la legge di Dio. La posizione dei sadducei è difficile da definire con chiarezza, anche a causa dell’ottica polemica dei testi che ne parlano; è difficile anche dire con certezza fino a che punto la fede nella risurrezione fosse in rapporto con la credenza, di stampo più greco, relativa all’immortalità dell’anima. Quel che è certo è che una volta scomparsi i sadducei, dopo la distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 d.C., per i farisei la risurrezione diventerà definitivamente un sicuro articolo di fede.
Al di là della polemica anti-sadducea, il brano di Matteo attesta un punto importante della predicazione di Gesù: la risurrezione. Con molta chiarezza, Gesù afferma, di fronte ai dubbi e ai cavilli dei sadducei, che «alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo». Notiamo come Gesù non dica qui che i risorti diventano angeli, come talora ancora oggi ci si immagina, ma che essi sono «come» angeli. Ovvero, la risurrezione inserisce l’uomo in una dimensione che non è più quella terrena, un rapportarsi con la vita diverso da quello che noi possiamo pensare; anche le relazioni tra gli uomini, compreso quelle matrimoniali, saranno perciò diverse nella vita del mondo a venire.
Più che l’immagine degli angeli è tuttavia interessante, per lo scopo della nostra rubrica, notare su che cosa Gesù fondi la sua affermazione relativa alla risurrezione:
E Gesù rispose loro [ai sadducei]: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio» (22,29).
Sono le Scritture, dunque, che secondo Gesù attestano la fede nella risurrezione dai morti, quelle stesse Scritture a cui gli stessi sadducei si appellavano attraverso il cavilloso e singolare esempio della donna andata in sposa di sette fratelli, i quali sono morti uno dietro l’altro: di chi sarà moglie questa donna, nella risurrezione. I sadducei si richiamavano qui alla cosiddetta «legge del levirato» contenuta nella legislazione mosaica, ovvero in Dt 25,5-6. In che senso, dunque, per Gesù, la testimonianza delle Scritture fonda la fede nella risurrezione?
Il testo biblico scelto da Gesù per rispondere ai sadducei è un passo importante della Torah, della legge mosaica ricordata dai sadducei stessi. Si tratta di Es 3,6, testo collocato all’inizio del ben noto episodio della vocazione di Mosè. A lui il Signore si rivela nel roveto ardente come «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». E Gesù aggiunge: «Non è Dio dei morti, ma dei vivi!».
La citazione del testo esodico appare per noi particolarmente significativa: la fede nella risurrezione dai morti non si fonda infatti sulle risposte che la fede stessa dovrebbe provare a dare, come vorrebbero i sadducei, spinta dalla curiosità relativa a ciò che saremo o che non saremo dopo la morte, dove andremo e come risorgeremo. Si fonda piuttosto sull’immagine che le Scritture ci offrono del volto di Dio: un Dio della vita e non della morte. Un Dio che sceglie persone concrete, come Abramo, Isacco e Giacobbe e che dunque non può abbandonarle nel momento della morte e che non può non trasformare la morte in risurrezione.
È certamente vero che il testo dell’Esodo non parla affatto di risurrezione né probabilmente la risurrezione entrava nel quadro della fede di chi ha composto l’Esodo. Matteo coglie tuttavia un aspetto importante del testo biblico da lui citato: il Dio dell’Esodo – il Dio di Gesù! – è il Dio della vita. Il messaggio di Gesù non inventa perciò nuovi valori o nuove dottrine, ma sviluppa ciò che la parola di Dio in germe già contiene e si fonda saldamente sulla testimonianza delle Scritture, delle quali il Signore stesso costituisce il definitivo compimento; l’esempio della risurrezione costituisce così un ulteriore esempio della relazione profonda che Matteo pone tra le Scritture e Gesù Cristo.
[1] Una visione molto semplice del tema della risurrezione, in relazione all’intera Scrittura, si può trovare nel testo di A. Bigarelli (ed.), L’aldilà. La risurrezione nel testo biblico e nella visione del magistero, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2005. Cf. un buon punto di partenza: R. Fabris, «Risurrezione», in P. Rossano - G. Ravasi - A. Girlanda (edd.), Nuovo dizionario di teologia biblica, Paoline, Cinisello B. (Mi) 1988, 1342-1361. Per l’uso delle Scritture da parte di Matteo rimandiamo ai cinque contributi editi nei fascicoli precedenti di questa annata di Parole di vita (a cura di C. Doglio, D. Scaiola, G. Benzi, T. Lorenzin).