Con Mt 6 inizia una nuova sezione del discorso della montagna, incentrata sulla «giustizia del credente» (cf. Mt 5,17-20), chiamato a interpretare e testimoniare un «nuovo rapporto» con la tradizione religiosa dei Giudei. Il capitolo si compone di due parti:
a) Mt 6,1-18: la giustizia nelle pratiche religiose;
b) Mt 6,19-34: la priorità del regno.
La prima parte comprende il detto sull’elemosina, le istruzioni sul modo di pregare e la consegna Padre Nostro, il detto sul perdono e le istruzioni circa il digiuno. La seconda parte consta di quattro unità che trattano del tesoro, della lucerna, di Dio e mammona e della ricerca del regno di Dio.
Mt 6,1-18: la giustizia nelle pratiche religiose
Il discorso di apre con l’imperativo «guardatevi» (v. 1: prosechete), spesso usato per introdurre una esortazione che mette in guardia la comunità da atteggiamenti e comportamenti devianti (cf. 7,15; 10,17; 16,6.11-12). A differenza dello stile esteriore, che mira a ricercare credibilità, stima e onore pubblico, Gesù propone ai credenti uno stile «interiore», basato sulla relazione «spirituale e personale» con Dio e con gli altri, senza pubblicità. In tal modo la ricompensa (misthon) per il credente deriva unicamente dal suo rapporto con il «Padre che è nei cieli» (cf. 6,1.4.6.18). Questo motivo etico ed escatologico ricorre in tutto il discorso, applicato non solo per l’elemosina, ma anche per gli altri aspetti del comportamento religioso.
Mt 6,2-4: l’elemosina
Il primo comportamento concerne l’elemosina, molto raccomandata tra le varie pratiche di beneficienza nella tradizione biblica (cf. Dt 15,11; Tb 12,9; Prv 19,17; Sir 3,29; 29,8-13; 35,2). L’esteriorità del gesto di carità deve lasciare il posto all’interiorità della motivazione «segreta», esclusivamente fatta per amore del Padre celeste e non per la ricerca di un prestigio personale e pubblica. Il contesto matteano allude probabilmente alla prassi sinagogale che rischia di diventare un gesto «ipocrita» (vv. 5.16), finalizzato alla ricerca dell’elogio e strumentalizzato per la propria visibilità sociale. L’invito alla segretezza, introdotto dal proverbio «non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra» appare provocatorio e spinge l’uditore a una purificazione degli atteggiamenti e delle motivazioni del suo comportamento esteriore.
Mt 6,5-13: il modo di pregare e la consegna del «Padre Nostro»
La seconda pratica religiosa è la preghiera, che assume una posizione centrale rispetto all’elemosina e al digiuno (cf. 6,16-18), soprattutto per la consegna del Padre Nostro[1]. Gesù mette in guardia i suoi uditori da due atteggiamenti ipocriti: il primo è tratto dalla pratica sinagonale in cui spesso si assisteva a una pietà esteriore fine a se stessa (cf. 23,27-28). Il secondo atteggiamento si riferisce a una consuetudine comune nel mondo pagano di utilizzare lunghe e verbose suppliche a Dio, con la presunzione di essere ascoltati e assecondati. L’annotazione del Signore stigmatizza una concezione religiosa strumentalizzata da desideri e da richieste, quasi che Dio fosse persuaso («stancato») dalle lunghe preghiere e indotto a rispondere ai bisogni e alle necessità dell’uomo. Entrambi i richiami sottolineano una nuova visione teologica di Dio, che non è lontano dall’uomo, ma che viene rivelato attraverso l’immagine di «Padre».
Mt 6,14-15: il perdono
La sottolineatura della riconciliazione, evidenziata nella quinta domanda del Padre Nostro (v. 12), è ripresa nei vv. 14-15 seguendo un parallelismo antitetico in cui viene espressa la logica del perdono divino, che ha come condizione la riconciliazione interpersonale. L’attenzione è posta sul dovere del «perdonare» come elemento di responsabilità ecclesiale, tema caro all’evangelista Matteo (cf. 18,23-34)[2]. Prima che essere un impegno etico, l’azione del «perdonare» è anzitutto motivo di «preghiera» personale e comunitaria. Questo elemento rivela la natura stessa del perdono cristiano, che non va inteso in termini di compromesso umano o di sforzo psicologico, ma va interpretata e vissuta nella logica del «dono divino», che ciascun credente accoglie nel suo cuore. Tale dono libera l’uomo e lo conferma «figlio di Dio», per costruire una comunità riconciliata e capace di futuro.
Mt 6,16-18: il digiuno
Il digiunare (nēsteuein) è la terza pratica religiosa raccomandata dalla tradizione biblica: Gesù invita i credenti a uno stile di sobrietà e di segretezza, basato sulla profonda relazione con Dio Padre, che conosce intimamente ogni uomo. Anche in quest’ultima pratica si conferma l’idea del credente che vive la «nuova giustizia» del regno, centrata sulla consapevolezza della paternità di Dio e della sua provvidente liberazione da ogni forma di schiavitù, sia essa contenuta nell’interpretazione farisaica della legge, sia proveniente dalle credente e dalle consuetudini pagane.
Mt 6,19-34: la priorità del regno
La seconda sezione, anch’essa composta da quattro unità, riguarda l’impegno prioritario dei discepoli di ricercare il regno di Dio (6,33). Le prime tre unità di questa seconda parte rivelano una certa affinità tematica che consente di interpretare i vv. 19-24 come un unico discorso che rappresenta la prima parte della catechesi di Gesù, a cui fa eco la quarta unità (vv. 25-34), più ampia e autonoma. Il tema della prima parte sembra avere il suo nucleo nell’espressione del v. 24 («Non potete servire Dio e mammona!»), unendo l’aspetto religioso (concezione di Dio) con quello etico (scelta di mettersi a servizio di Dio).
Mt 6,19-21: il tesoro
Il detto si fonda sul parallelismo antitetico dei due termini-chiave: «tesoro»/«cuore». Il termine thēsauros è usato nel primo Vangelo per indicare il regno di Dio, obiettivo unico della ricerca del discepolo (13,44; 19,21). L’immagine del tesoro riceve una connotazione duplice: «Non accumulate tesori sulla terra» indica la precarietà e il rischio di poggiare la propria vita su false sicurezze e su valori corruttibili (cf. Gc 5,2-3); invece l’espressione «tesori nel cielo» evoca il simbolismo della tradizione sapienziale che allude alla ricompensa di Dio di fronte alle «buone opere» e alla generosità dell’uomo saggio (le elemosine, cf. Tb 4,7-11; Sir 29,9-12). Inoltre, l’immagine del tesoro è utilizzata per descrivere la Sapienza personificata (Pr 3,13-15; 8,10-11), che invita a preferire se stessa all’oro e all’argento[3]. Nella prospettiva matteana si suggerisce l’idea che il discepolo dovrà aderire con cuore indiviso a Dio e al suo regno.
Mt 6,22-23: la lucerna
La seconda esortazione assume il simbolismo suggestivo dell’occhio-luce in contrapposizione con la tenebra, anch’esso inteso in una doppia prospettiva, religiosa ed etica. È comune nella mentalità biblica indicare l’occhio come «lucerna del corpo» e segno dell’orientamento spirituale della persona[4]. L’«occhio semplice», che indica la purezza e la luminosità del cuore dell’uomo generoso (Pr 22,9), è la condizione perché tutto il corpo rimanga nella luce, simbolo della presenza di Dio, la quale si manifesta attraverso la testimonianza dei discepoli (5,14-16). Nel contesto matteano la metafora dell’occhio-luce è riferita al «corpo», cioè alla totalità della persona nelle sue relazioni (5,29-30). All’occhio «buono» si contrappone l’occhio «malvagio», che viene a significare l’intento cattivo dell’uomo avaro e invidioso (cf. 20,15). L’adesione al Dio schiude l’intimo dell’essere umano alla luminosità della sua trascendenza, che emana dall’azione del discepolo. Si ha l’idea che è sempre la luce di Dio a risplendere nella vita dei credenti, la sua provvidenza continua attraverso l’esistenza illuminata degli uomini. L’ammonizione conclusiva del logion segue un ragionamento paradossale che tende a mostrare come la tenebrosità dell’occhio trasforma l’intero corpo in «tenebra», cioè nella più completa malvagità.
Mt 6,24: Dio e mammona
Si tratta dell’esortazione che conclude questa sezione proponendo un’alternativa ancora più radicale e netta: servire Dio o mammona. L’idea che sorregge l’espressione fa riferimento allo stato giuridico del servo che non poteva appartenere simultaneamente a due padroni. È rilevante osservare che il verbo del servizio nella tradizione biblica è carico di connotazioni religiose, soprattutto in Dt 6,4-12 l’idea del servizio verso Dio come «unico Signore» implica l’adesione incondizionata della persona a YHWH e il rifiuto di ogni forma di idolatria. Su questo sfondo religioso si coglie la contrapposizione dualistica odiare/amare, dove «mammona» indica il simbolo idolatrico di ciò che si contrappone a Dio stesso. Inoltre, la tensione antitetica portata a termine in quest’ultima esortazione implica a fronte della trascendenza di Dio (mistero del cuore, luce) la situazione di immanenza del male (caducità, tenebrosità) e più concretamente invita il discepolo a trarre le conseguenze etiche riguardo al denaro e al suo uso idolatrico[5].
Mt 6,25-34: la ricerca del regno di Dio e della giustizia
Questi versetti completano il discorso di Gesù, indicando ai discepoli le priorità che dovranno caratterizzare la vita del credente nella logica del regno e la sua giustizia. Anche in quest’ultima parte il parallelismo antitetico, arricchito da ulteriori immagini esemplificative, gioca un doppio ruolo, religioso ed etico. La struttura interna del brano è scandita quasi come un ritornello dal verbo merimnaō (preoccuparsi, darsi cura) che ricorre sei volte nel testo (vv. 25.27.28.31.34a.b) e sta a indicare l’ansia e l’agitazione che ostacola la ricerca di Dio e offusca la sua bontà gratuita. L’intento principale del discorso (che si trova senza grandi differenze nel suo parallelo di Lc 12,13-21) è quello di mostrare come nella missione di Cristo s’inaugura una nuova coscienza religiosa, a partire dall’annuncio del regno di Dio e dalle conseguenze per la vita del credente. Infatti è rilevante osservare come gli interlocutori del dialogo vengano sollecitati a superare la «poca fede» (v. 30: oligopistoi) che li caratterizza e a dare priorità al rapporto con Dio e alla costruzione del suo regno. È questa la condizione necessaria per diventare discepoli e assumere un atteggiamento di libertà nei confronti dei bisogni e delle necessità che si sperimentano all’interno delle umili e feriali situazioni della vita.
Sul piano narrativo il brano è costruito con un martellante crescendo di sette domande che culminano nei vv. 32-33, dove alla denuncia riguardante il «preoccuparsi per il domani» segue la risposta del «cercare nell’oggi» Dio e la sua provvidenza. Tale messaggio religioso è presente all’interno della tradizione sapienziale biblica (cf. Sir 31,1-11) e giudaica[6]. La motivazione è data dalla fiducia in Dio creatore che si prende cura di coloro che si affidano a lui e si danno allo studio della Torà. In questa luce sapienziale si colgono le due esemplificazioni dell’azione creatrice e provvidente del Signore, che mirano a esplicitare la motivazione religiosa dell’esortazione.
Il «padre provvede» il cibo a tutti gli animali, in particolare agli uccelli del cielo che non seminano e non mietono (cf. Gn 1,30; Sal 104,10.30; 145,15-19); tanto più con maggiore sollecitudine difenderà e proteggerà i discepoli (cf. 10,29-30) e provvederà al sostentamento di tutti i viventi (Gb 38,41; Sal 147,9). Dio solo è provvidente, mentre l’uomo nella sua impotenza non potrà aggiungere nemmeno un’ora alla sua vita. La seconda esemplificazione verte sulla preoccupazione del vestire posta a confronto con i gigli del campo, i quali anche se non lavorano e non filano sono ugualmente molto belli. Parimenti la caducità dell’erba è paragonata all’aspetto effimero e mortale dell’esistenza umana. Entrambe le immagini sono tratte dalla simbolismo biblico e indicano con il fiore del giglio (v. 28) lo splendore superiore alla maestà dello stesso re Salomone, l’idea della prosperità (Os 14,6), la bellezza dello sposo nel Cantico (Ct 2,1.16; 4,5; 6,2) e la magnificenza del sommo sacerdote Onia (Sir 50,8). Con l’immagine dell’erba (v. 30), simbolo biblico di ciò che è caduco si vuole evidenziare da una parte lo stile di Dio che si prende cura dell’uomo e dall’altra la «poca fede» dei credenti[7].
In realtà la preoccupazione ossessiva per le necessità quotidiane non è soltanto un problema di natura morale, bensì solleva la questione della fede esitante e il bisogno di un cammino di maturità verso l’incontro con Dio. Nel v. 31 si riprende l’esortazione a liberarsi nei confronti delle preoccupazioni materiali con una formula che riassume le espressioni precedenti e afferma la centralità del «Padre celeste» che conosce i bisogni dell’uomo (v. 32). Nel v. 33 si ha il passaggio dal verbo «preoccuparsi» all’invito di «cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia». Mentre i «pagani» (ta ethnē) si preoccupano dei beni materiali e per questi perdono la vita, i discepoli sono invitati a cercale il regno e la giustizia del loro Padre celeste, confidando che lui darà loro «in aggiunta» tutte queste cose.
In definitiva il punto centrale del messaggio non consiste nell’esclusione delle preoccupazioni e nell’offerta di un modello di vita irreale, bensì nella capacità di orientare l’intera esistenza in direzione del regno e della giustizia del Padre. Si tratta della capacità di fiducia e di abbandono del credente alla provvidenza di Dio. L’invito a «cercare» implica per il credente la capacità di rimettersi in discussione davanti a Dio e di orientare nella giusta direzione le scelte fondamentali che nascono dalla fede[8]. Inoltre l’aspirazione alla «sua giustizia» diventa concretamente il proposito deciso di fare la volontà del Padre (cf. 5,6) mediante la quale si entra nel regno. Così all’iniziativa di Dio, il quale porta a compimento il regno, deve corrispondere l’azione dell’uomo che si impegna a vivere nella giustizia, cioè nell’attuazione della volontà del Padre (cf. 5,6.10.20; 6,1).
Il v. 34 costituisce un’aggiunta finale che si avvicina a una sentenza sapienziale con un velato sapore pessimistico. Si raccomanda di occuparsi solo dell’oggi in quanto la pena e il dolore saranno sempre potenzialmente presenti nella vita futura (cf. Qo 2,23; Sir 11,10s; 40,1ss). Nondimeno l’interpretazione di questa sentenza finale è da collegare con il senso del v. 32b, che porta a una conclusione consolante: il Padre celeste nella sua provvidenza ha cura del nostro domani.
Conclusione
Dall’analisi proposta emerge come Gesù riaffermi in un modo nuovo e completo la categoria teologica della «provvidenza» applicata a Dio e riletta all’interno della rete di relazioni che i credenti sono chiamati a realizzare. L’orientamento del testo nella sua intenzionalità pratica, rivela la dinamica teologica della provvidenza di Dio e l’ethos che ne deriva da una simile visione per lo stile di vita dei singoli discepoli e della comunità intera. Il messaggio complessivo che si evince dalla catechesi matteana non suggerisce
né una delega rassegnata e passiva alla provvidenza, né un ottimismo incurante e ingenuo, ma propone quella libertà dei figli che è la condizione per attuare la giustizia di Dio che, anche nell’uso dei beni, anticipa storicamente la pace e la felicità definitive del regno[9].
In conclusione segnaliamo tre prospettive teologiche:
a) Una prima prospettiva è costituita dalla proposta di vivere e accogliere una «giustizia superiore» fondata sulla centralità dell’idea di Dio, stigmatizzando l’ipocrisia di una religione «senza cuore» e «senza misericordia». L’elemento decisivo dell’agire morale è dato dall’intenzione del cuore, centro della personalità e della religiosità del credente. Solo nell’intimità del cuore umano si coglie la gratuità della provvidenza di Dio e la verità delle proprie scelte morali. Si comprende così la beatitudine del «cuore puro» (5,8), luogo del vero discernimento dell’uomo (12,34s) e delle proprie scelte interiori (5,28).
b) In secondo luogo è rilevante cogliere l’idea teologica del «regno dei cieli/di Dio» come categoria dinamica e funzionale del messaggio cristologico matteano, che indica il fine ultimo della volontà del Padre a cui gli uomini sono chiamati a partecipare. Il dinamismo della provvidenza sta proprio in questo dinamismo liberante: il regno manifesta la storia delle relazioni di Dio con l’umanità, iniziate con Israele e compiutesi nella persona e nella missione di Gesù Cristo. Il discepolo «beato» è chiamato a entrare in questa storia provvidenziale, affidandosi al Padre del cielo e liberandosi dagli ostacoli che ne imprigionano il cuore.
c) Infine, le antitesi proposte in 6,1-34 implicano il salto della fede e la fondamentale dimensione della fiducia del credente. Occorre rilevare come nel discorso della montagna non si trova elencata esplicitamente una «beatitudine della fede» (cf. Lc 1,15), anche se va interpretata in questa direzione l’espressione «beato chi non si scandalizzerà di me» (Mt 11,6; Lc 7,23). Tuttavia, come per un negativo fotografico sviluppato in positivo si ottiene l’immagine, così l’idea della fede nella provvidenza di Dio si coglie suggestivamente dalla descrizione dei racconti segnati dalla «poca fede» dei discepoli. La provvidenza nella sua interpretazione cristologica ed ecclesiologica è contrassegnata nei credenti dal paradossale intreccio tra fede e incredulità. L’accenno all’oligopistia non riguarda la carenza di fede solo da parte di alcuni discepoli o della stessa comunità matteana, bensì ritrae una condizione permanente dell’uomo di ogni tempo.
[1] Per il commento alla preghiera del Signore, vedi in questo fascicolo l’articolo di C. Doglio, «Nuova giustizia nei rapporti con dio. Il “Padre Nostro” (Mt 6,9-13)», alle pp. 24-31.
[2] Cf. G. Segalla, «Perdono “cristiano” e correzione fraterna nella comunità di “Matteo”», in Studia Patavina 38 (1991) 27-46.
[3] Il tema appare nella tradizione giudaica, apocalittica e rabbinica, cf. Ap Bar. 14,17; 1Enoch 32,2; 4Esd 7,7; PsSal 8,33; 9,5; Test Levi 13,5.
[4] Le espressioni dell’Antico Testamento sono diverse: l’occhio si illumina o si oscura (Gn 27,1; 48,10; Dt 34,7; Lam 5,17), è come il sole che manda i suoi raggi (Sir 23,19) e risplende di luce (Dn 10,6; Ap 1,14; 2,18; 19,12); cf. Dt 15,9; Pr 15,30; 22,9; Sir 14,8-10.
[5] Un ottimo commento a questa esortazione può essere individuato nella scena del giovane ricco in 19,16-30 (cf. S. Grasso, Il Vangelo di Matteo, Dehoniane, Roma 1995, 202). Circa l’identificazione del termine «mammona», cf. H. Balz, «Mamōnas», in DENT, II, 268s.
[6] Cf. R. Fabris, Matteo, Borla, Roma 1982, 171, nota 7.
[7] L’espressione oligopistoi riferita ai discepoli (cf. 8,26; 14,31; 16,8) è indicativa di una più ampia visione ecclesiologica: cf. V. Fusco, «L’incredulità del credente: un aspetto dell’ecclesiologia di Matteo», in Parole Spirito e Vita 17 (1988) 118-142.
[8] Cf. Fabris, Matteo, 173.
[9] Fabris, Matteo, 175; cf. G. De Virgilio, «Mt 6,19-34: provvidenza divina e realismo cristiano», in Rivista Biblica 1 (2002) 3-29.