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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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MATTEO, IL VANGELO DELLA CHIESA
Gastome Boscolo

Introduzione

L’evangelista Matteo è molto interessato alle parole di Gesù, alla sua dottrina. I discorsi sono più numerosi e più ampi che negli altri Vangeli. La stessa distribuzione della materia sembra seguire un ordine didattico, che fa perno attorno a cinque grandi discorsi.

Nonostante questo innegabile interesse per la dottrina di Gesù, Matteo non riduce e non intende ridurre il vangelo a una dottrina. Egli è consapevole che il vangelo è innanzitutto una persona e una storia. Ecco perché, dietro la struttura letteraria che fa perno sui cinque discorsi, è visibilissima la storia di Gesù: dalla Galilea alla Giudea, dal battesimo al Giordano alla passione/risurrezione. Matteo mostra un interesse appassionato per il Gesù terreno. Per lui Gesù non è un illustre defunto, ma il Signore vivo ed elevato presso il Padre. Per Matteo è necessario volgersi verso il passato, verso la vicenda terrena di Gesù, per capire il presente e aprirsi al futuro.

Il primo evangelista, rispetto a Marco, amplia il quadro biografico. Mentre Marco inizia il ricordo della vicenda di Gesù con il racconto dell’attività di Giovanni il Battista, Matteo va oltre quell’evento e ci informa sulla nascita e sulla prima infanzia di Gesù. Il finale del Vangelo di Marco si chiude con la scoperta della tomba vuota e la paura delle donne; Matteo va oltre quel fatto e racconta le apparizioni del Risorto ai suoi a Gerusalemme e in Galilea. Mentre Marco si limita a dire che Gesù insegnava, Matteo riferisce anche il contenuto del suo insegnamento.

Il Vangelo di Matteo è anche particolarmente sensibile alla Chiesa, oggetto dichiarato di diversi testi importanti. Matteo è l’unico tra gli evangelisti che mette in bocca a Gesù la parola ekklesía (16,18; 18,17). Tuttavia il Vangelo è ecclesiale perché i temi che tratta sono scelti in base alle esigenze della comunità. Poiché siamo in una comunità giudeo-cristiana, l’evangelista si preoccupa di indicare, nei confronti della pietà giudaica e delle questioni dei farisei e degli scribi, l’originalità cristiana e le caratteristiche della giustizia evangelica; cerca di fare il punto sulle situazioni che abbisognano di chiarezza: come concepire la missione in mezzo ai pagani e come condurla? Come risolvere, alla luce dell’insegnamento di Gesù, alcuni casi della vita quali il matrimonio, le ricchezze, l’autorità? Che posizione prendere di fronte alle divisioni che affiorano nella comunità, di fronte ai peccati e agli scandali? Si tratta di interrogativi molto concreti che Matteo non passa affatto sotto silenzio. Anche per questo il suo Vangelo risulta particolarmente vivo e attuale.

Nella Chiesa antica Matteo ha sempre occupato una posizione privilegiata. Tra tutti i Vangeli è stato il più commentato, il più citato, il più usato nei Lezionari liturgici. I motivi di questo successo sono facili da individuare: a) rispetto a Marco lo avvantaggia la maggiore ricchezza di insegnamenti, l’ecclesiologia più esplicita e la cristologia più evoluta; b) rispetto a Luca lo avvantaggia l’accurata ripartizione degli insegnamenti di Gesù in cinque grandi discorsi.

Soltanto fuori della Chiesa Matteo fu oggetto di contestazione. La forte accentuazione etica gli procurò l’ostilità degli gnostici, per i quali Gesù era venuto ad abolire la legge. Da parte ebraica Matteo venne invece accusato di presentare precetti inattuabili, superiori alle possibilità umane.

Con il sorgere della scuola della «Storia della redazione», l’accentuazione etica di Matteo non è stata più vista soltanto come l’eco di quella di Gesù, ma anche come una risposta dell’evangelista ai problemi della Chiesa dei suoi tempi. Si fa sempre più strada l’idea che con questa radicalizzazione Matteo volesse invitare i suoi cristiani a un maggiore impegno: forse aveva notato nella sua Chiesa una caduta di impegno morale, un raffreddarsi della carità.

Gesù: «Dio con noi»

Le grandi sinfonie sono impostate su un tema che viene ripreso e sviluppato nei successivi movimenti dell’opera. Anche il racconto di Matteo è percorso da un tema unico, sviluppato in movimenti successivi. Questo tema, di cui il Vangelo è lo sviluppo narrativo, è messo in evidenza grazie al procedimento dell’inclusione.

In 1,22-23, nella prima citazione di compimento, leggiamo che «sarà chiamato Emmanuele, che significa “Dio con noi”». Al termine del Vangelo, in parallelo con questa affermazione, si legge: «Ecco, “io sono con voi” tutti i giorni fino alla fine del mondo» (28,20). Anche al centro del Vangelo viene ripreso il medesimo tema: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, “io sono in mezzo a loro”» (18,20). Il tema del Vangelo è l’essere con noi di Dio in Gesù di Nazareth. Attraverso il racconto della vicenda umana di Gesù, Matteo vuole dimostrare che il Dio di Israele è con noi e come e perché è con noi.

La vicenda di Gesù si presenta come il segmento centrale e decisivo di una storia iniziata nel passato e destinata a compiersi nel futuro. L’aggancio al passato è dato dalla genealogia (1,1-17) ed è ribadito in continuazione dalle citazioni veterotestamentarie. L’aggancio al futuro s’incontra alla fine del Vangelo laddove si preannuncia l’azione della Chiesa rivolta a tutti i popoli, fino alla fine del mondo presente (28,20).

Caratteristiche del primo Vangelo

Secondo le testimonianze di Papia, di Origine e di Ireneo riportate da Eusebio[1], la Chiesa del II-III sec. aveva nei confronti del Vangelo di Matteo queste convinzioni:

– il Vangelo di Matteo fu scritto per primo;
– fu scritto da Matteo l’apostolo;
– fu scritto con maggiore ordine;
– fu scritto tra gli ebrei di Palestina;
– fu redatto nella loro lingua (l’aramaico);
– vide la luce al tempo dell’attività evangelizzatrice degli apostoli Pietro e Paolo (fra il 50 e
   il 67 d.C.).

Di questi dati della tradizione, due sono stati confermati dall’indagine letteraria moderna: a) il carattere giudaico dello scritto; b) la sua composizione ordinata.

a) Il primo Vangelo fa spesso riferimento a usi, costumi e tradizioni dell’ambiente giudaico come a realtà e forme spirituali conosciute, segno evidente che il Vangelo di Matteo è destinato a lettori di cultura giudaica. È soprattutto la costante preoccupazione teologica a indicare in modo inequivocabile che Matteo si muove e s’indirizza a un ambiente impregnato di cultura giudaica. Anche le realtà proprie del cristianesimo sono designate con termini correnti del giudaismo, si parla infatti di «figli del regno» (8,12), di «scribi ammaestrati nel regno dei cieli» (13,52), del «banchetto messianico in compagnia di Abramo» (8,11).

b) Il prestigio di cui ha goduto il Vangelo di Matteo è dovuto anche alla linearità e chiarezza della sua composizione, che si avvale di alcune tecniche ispirate alla retorica. Matteo riesce a dare unità letteraria a raccolte di sentenze e insegnamenti eterogenei collegandoli insieme mediante parole-gancio o di richiamo[2]. L’unità letteraria di parecchie sezioni è ottenuta attraverso la cosiddetta inclusione[3]; una funzione espressiva, e forse mnemonica, svolge la disposizione delle frasi in parallelismo[4].

L’ordine che Matteo pone nel suo Vangelo ha anche un intento didattico. Mediante la ripresa di alcune frasi o formule fisse conferisce alla sua opera il tono della predica o della catechesi[5]. Anche la disposizione delle sentenze o dei racconti in gruppi o blocchi di sette e di tre rientra nell’intenzione dell’autore che vuole facilitare la memorizzazione o richiamare l’attenzione sulla valenza simbolica del numero.

La marcata ricerca di chiarezza nella narrazione mostra che il nostro Vangelo è stato oggetto di un paziente lavoro redazionale portato fin nei minimi dettagli. Questo spiega perché la Chiesa se ne sia servita come di uno strumento efficace per la formazione cristiana, sia a livello catechistico che teologico.

Struttura del Vangelo

Che il primo Vangelo presenti una struttura organica e sistematica trova d’accordo tutti gli studiosi sia antichi che moderni. Le divergenze cominciano quando si tratta di ricostruire la struttura o il piano del Vangelo, problema che rimane ancora oggi non risolto[6]. Comunque un elemento che aiuta sicuramente a strutturare il Vangelo sono i cinque grandi discorsi che lo caratterizzano.

Proprio i cinque grandi discorsi permettono di paragonare il Vangelo a un tempio greco. Troviamo una base: i capitoli iniziali. Sul basamento, cinque colonne: i cinque «discorsi» preceduti e/o seguiti da una parte narrativa. Le colonne reggono l’architrave del Vangelo, che è il racconto della passione di Gesù, e su questo poggia il timpano, il capitolo conclusivo che presenta la scoperta della tomba vuota e le apparizioni del Risorto.

Autore, luogo e tempo

Nessuno degli autori dei Vangeli presenta il suo nome. La dicitura: «secondo Matteo» venne inserita nel II sec. d.C., quando la comunità cristiana aveva a disposizione più scritti evangelici e al solo fine di distinguerli tra loro.

Eusebio nella sua Storia ecclesiastica riporta una notizia che fa risalire a Papia, vescovo di Gerapoli († 140):

Matteo raccolse le parole di Gesù in lingua ebraica e ognuno le interpretò come poteva (III, 39,16)[7].

Papia mette in relazione «Matteo» con una raccolta di parole del Signore in ebraico, ma non dice chi tradusse queste parole in greco. Poiché però il nostro Vangelo fu ritenuto la traduzione in greco di questo antico testo di cui parla Papia, fu considerato già molto presto il Vangelo più antico e, nella serie dei quattro Vangeli, prese il primo posto. L’antica tradizione cristiana ha quindi sempre attribuito la composizione del Vangelo all’apostolo Matteo. Questo dato della tradizione sembra confermato dal fatto che solo in Mt 9,9 il pubblicano chiamato da Gesù porta il nome di «Matteo» (invece di «Levi» come in Mc 2,14 e Lc 5,27) e solo nel primo Vangelo l’apostolo Matteo porta il soprannome di «il pubblicano» (Mt 10,3 contro Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13).

L’esegesi moderna tuttavia non si mostra più tanto sicura di questa identificazione. Se l’autore del primo Vangelo fosse stato un testimone oculare avrebbe dovuto mostrare un coinvolgimento più diretto negli avvenimenti narrati. Gli studi recenti ci garantiscono che il primo Vangelo ha utilizzato come fonte Marco, ma come accettare che un apostolo, un testimone diretto dei fatti dipenda da un discepolo che non ha vissuto in prima persona gli avvenimenti che narra? La critica letteraria ritiene l’attuale testo greco una composizione redatta in greco e non una traduzione dall’ebraico o aramaico, cosa che non è conciliabile con la paternità matteana.

Conoscendo il cammino che ha portato alla formazione dei Vangeli si può dire che, se questo Vangelo aramaico attribuito all’apostolo Matteo è realmente esistito, nel processo di formazione dei Vangeli appartiene alla fase preistorica, cioè può identificarsi con una delle fonti che stanno alla base della tradizione sinottica, fonte da cui può avere attinto l’autore del nostro Matteo, ma non in modo esclusivo.

Oggi quindi si tende a vedere nella testimonianza di Papia non un dato rigorosamente storico, ma il risultato di una preoccupazione teologica: affermare l’autorità apostolica degli scritti del Nuovo Testamento. L’analisi interna dello scritto mostra che non si tratta di una traduzione, ma di un originale greco. Si ha perciò a che fare con un cristiano anonimo della seconda generazione cristiana. L’autore appare come un credente giudeo di lingua greca, forse di formazione rabbinica.

Il primo Vangelo quindi non è opera di un testimone oculare, non è la raccolta dei ricordi dell’apostolo Matteo. Anche se il Vangelo è stato posto sotto l’autorità di quel discepolo di Gesù, si tratta in realtà di un’opera che rispecchia una comunità formata da cristiani della seconda metà del I sec. Il Vangelo tuttavia non è frutto di immaginazione, ma si basa su tradizioni che sono giunte all’evangelista e che quest’ultimo ha raggruppato in un racconto coerente.

Anche se l’autore del Vangelo si rivolge a una comunità giudaica di lingua greca, questo non esclude la possibilità che abbia avuto origine in qualche città fuori della Palestina; si propone come molto probabile Antiochia di Siria. Poiché Matteo sembra conoscere la distruzione di Gerusalemme (vi è un accenno abbastanza chiaro nella «parabola del banchetto di nozze»: 22,7), la data di composizione viene collocata negli anni ’70.

Un lavoro da «teologo»

Scrivendo il suo Vangelo Matteo ha fatto un lavoro da teologo. Il concetto di fede cristiana da lui sostenuto con il suo racconto è originale e si basa su tre scelte che conferiscono al primo Vangelo un profilo caratteristico e unico nell’ambito del Nuovo Testamento.

La prima scelta di Matteo consiste nel suo attaccamento appassionato al Gesù terreno. Per l’evangelista, la storia di Dio con gli uomini si concentra e si compie nella storia e nell’insegnamento di Gesù di Nazareth. Per conoscere Dio e il suo progetto di salvezza l’unica via possibile è quella di mettersi in ascolto e al seguito del Gesù terreno. Questo riferimento forte e insistente al Cristo storico si oppone a tutte le evasioni e tentazioni spirituali. Non sono né la pietà né le esperienze spirituali a rivelare Dio, ma il ricordo di una storia concreta e accaduta nella realtà: la storia di Gesù di Nazareth, l’Emmanuele, il Dio con noi.

La seconda scelta di Matteo consiste nell’accento etico conferito al suo racconto. Gesù si presenta come l’interprete autentico della legge divina che libera dalla sterpaglia di tradizioni che la soffoca. Propone una nuova relazione con Dio, che rivela come Padre, e il modo per compiere la sua volontà. Inquadra tutta la legge antica in termini di amore per il prossimo dichiarando che in ciò consiste l’essere figli di Dio. Tutta la sua insistenza viene posta sull’agire, sul compiere la volontà di Dio:

Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (7,21).

La terza scelta di Matteo consiste nel suo costante ricorso all’Antico Testamento. La vicenda terrena e l’insegnamento di Gesù non possono essere compresi se non sullo sfondo dell’Antico Testamento, in quanto suo compimento e sua piena realizzazione nella storia degli uomini. Gesù non elimina il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma offre l’accesso definitivo ad esso. Pur riflettendo la mentalità di un gruppo giudeo-cristiano, Matteo non è affatto particolarista, anzi il messaggio di Gesù è destinato a tutti i popoli. Questo viene esplicitamente affermato nella missione finale (28,19), ma appare già nel corso del Vangelo (13,38; 24,14).

Con queste tre scelte Matteo ha dato alla Chiesa di tutti i tempi gli strumenti della sua esistenza. Ha quindi assolto pienamente alla sua vocazione di teologo che, nel senso etimologico, è quella di parlare di Dio. Inoltre, parlando di Gesù di Nazareth, ha dato volto a un Dio che illumina la vita dell’uomo e la libera in vista di un impegno.



[1] Nella sua Storia Ecclesiastica III, 39,15-16; V, 8,2-4; VI, 25,3.

[2] Avviene, ad es., con «bambini / bambino» (gr. paidía / paidíon) in 18,3.4.5; oppure con «piccoli» (gr. mikrói) in 18,6.10.14.

[3] Cf. Mt 5,3.10 (all’inizio e al termine delle beatitudini); 16,6.11 (all’inizio e chiusura dell’esortazione-spiegazione di Gesù ai discepoli).

[4] Cf. Mt 7,9.10; 10,8.

[5] Vedi la formula in Mt 8,12; 13,42.50; 22,13; 24,51; 25,30.

[6] A questo proposito, vedi: U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. I. Introduzione e commento ai capp. 1-7, Paideia, Brescia 2006.

[7] La citazione, riportata dallo storico Eusebio, si presta ad alcune varianti non prive di valore: anziché «raccolse» si può intendere «mise per iscritto» e anziché «interpretò» si può mettere «tradusse», ma non sappiamo se «le parole» siano da identificare con i detti di Gesù o con tutto il Vangelo.


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