Quest’ultimo numero della nostra rivista si concentra su due poli: il racconto della Torre di Babele e quello della chiamata di Abramo. Secondo l’interpretazione tradizionale della Torre di Babele, l’occupazione di tutta la terra da parte dei popoli, descritta al c. 10, è interpretata come un comando di Dio, a cui però gli uomini si sottraggono con la disobbedienza, aderendo al sospetto di un Dio geloso della loro fortuna. Diventa così comprensibile l’intervento punitivo di Dio, che, confondendo le lingue degli uomini, rende di fatto vano il loro progetto.
Secondo Luca Mazzinghi e Michelangelo Priotto, invece, il progetto degli uomini è un progetto che evoca la fondazione di un impero attorno a una dinastia, che parla per tutti e che schiavizza tutti, negando loro la libertà in nome di una fantomatica unità. Il racconto allora sarebbe una denuncia di un monolitismo totalitario della civiltà di Babele, ripiegata unicamente su se stessa.
Il desiderio delle popolazioni di Babele non è quello di un’unità che impedisca la dispersione, ma di un’uniformità che abolisca le singolarità. Il Signore vanifica questo progetto disperdendo gli uomini e obbligandoli, tramite la differenziazione e la confusione delle lingue, a ricercare un’unità attraverso un cammino di dialogo e di convergenza.
La dispersione degli uomini di Babele, se da un lato costituisce oggettivamente una punizione per il progetto peccaminoso di un’umanità unidimensionale, dall’altro può essere definito come «un gesto creatore», perché indirizza l’uomo verso un percorso di comunione che parta da quella condizione di pluralismo descritta nella tavola dei popoli di Gn 10, dove la varietà delle lingue e delle culture costituiscono una ricchezza piuttosto che un ostacolo alla comunicazione e alla comunione dei popoli (Francesco Cocco).
L’invito rivolto ad Abramo a lasciare la propria terra (Gn 12,1-3) diventa allora significativo. È la storia di un progetto umano-divino che parte significativamente da quel paese di Sennaar e da quella terra di Babele teatro del fallimento umano, e che richiede uno stacco e una partenza! Ancora una volta Dio separa per unire, allontana per creare una vera comunione! Se di fronte alle precedenti figure che incarnano l’umanità, la prospettiva della chiamata di Abramo pare confinata a un piccolo clan, in realtà l’orizzonte della benedizione del patriarca è universale, perché sarà in lui e tramite lui che tutti i popoli della terra troveranno benedizione (Tiziano Lorenzin).
Infine non è stato difficile a Giuseppe De Virgilio cogliere il parallelo tra la figura di Abramo e quella di Gesù nei racconti evangelici: ciò che Abramo ha rappresentato e anticipato, Gesù svela pienamente e porta a compimento con la sua venuta nel mondo. Come negli altri fascicoli l’argomento è stato completato dalla scheda biblica (Serena Noceti) e dalle abituali rubriche dedicate all’Antico Vicino Oriente (Luca Mazzinghi), alle riletture patristiche (Cristina Simonelli) e all’arte (Natale Maffioli), nonché alla questione molto attuale della “confusione politica” nella nostra situazione italiana (Luca Mazzinghi). Infine l’indice dell’intera annata completa l’attenzione che abbiamo dedicato a Genesi 1-11.
* * *
Nel prossimo anno 2008 Parole di vita si occuperà del Vangelo secondo Matteo: concludiamo, per ricominciare! Un grazie di cuore agli autori che hanno collaborato con la rivista, alle Edizioni Messaggero Padova che ne curano l’edizione e a tutti i lettori che ci hanno seguito – e speriamo continueranno a seguirci – con fedeltà e interesse.