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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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UNA RELAZIONE CHE DÀ PIENEZZA DI VITA
Serena Noceti

Scheda per il gruppo

Il testo biblico: Genesi 3,1-7

1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Domande per la riflessione in gruppo

1. In questo testo viene presentata l’essenza di ogni peccato, ne vengono descritte le dinamiche, mostrate le conseguenze. Secondo noi, che cos’è il peccato? È concepito come rottura della relazione con Dio o è solo considerato come una disubbidienza a precetti morali? Come presentare il peccato oggi? Con quali parole e immagini parlarne?

2. Per raggiungere il suo obiettivo il serpente non compie un’azione di forza, ma insinua il dubbio nella donna. Ella si lascia convincere dal serpente che prospetta un Dio egoista, geloso del suo potere. Abbiamo mai dubitato di Dio e della sua identità? Come reagiamo nei momenti di prova, quando ciò che pensiamo di conoscere di Dio è messo in crisi? Attraverso quali vicende della nostra vita abbiamo maturato il senso della nostra creaturalità?

La Genesi e la tradizione della Chiesa

Gaudium et spes, 13 (il peccato); 17 (la libertà).
Catechismo degli adulti, La verità vi farà liberi, 908-910. 926-930.
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 115-123.

Per la preghiera

Salmo 24(25) («A te, Signore, elevo l'anima mia») oppure il più classico e conosciuto Salmo 50(51) («Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia»).

Scheda per l’animatore

Obiettivo

Riflettere sulla natura del peccato e sulla dinamiche che portano l’uomo a rifiutare Dio. Il peccato per la Bibbia non è tanto trasgressione di un precetto, di una legge, quanto rifiuto di una parola, quella di Dio, capace di dare la vita in pienezza.

Il nucleo del messaggio: una parola tradita

Il brano, a tutti ben noto, esprime con il linguaggio simbolico del mito una verità profonda sull’essere umano e risponde a quell’interrogativo radicale che ogni uomo si pone: «Perché il male?». Il v. 1 inizia con un gioco di parole, intraducibile in lingua italiana: il serpente è indicato con l’aggettivo ‘arûm, che significa «astuto» e «nudo» (cf. 2,24), a ricordarci che l’astuzia del serpente è legata alla nudità dell’uomo, cioè alla sua fragilità; esso è ricordato come una «creatura», per mostrare che non c’è Dio all’origine del male, né una fatalità, ma il peccato degli uomini. È essenziale porre attenzione al dialogo che il serpente instaura con la donna; esso mostra, infatti, la dinamica che è sottesa a ogni peccato: il rifiuto della parola di Dio, parola di vita, di conoscenza, di realizzazione vera. Il serpente prima di tutto fa nascere nella donna il sospetto sull’identità di Dio, come mostra il confronto tra questi versetti e Gn 2,16-17: Dio è presentato qui come un’astratta divinità (il nome «Signore» scompare), che dietro un’apparente concessione vuole in realtà limitare il potere dell’uomo. La donna, da parte sua, cede a questa prospettiva: anche lei non chiama più Dio per nome («Signore») e ne modifica le parole. Non ripete più quanto ascoltato da Dio: confonde l’albero della vita, che sta «in mezzo al giardino» (Gn 2,8-9) e di cui l’uomo può mangiare, con «l’albero della conoscenza del bene e del male»; aggiunge poi sua sponte una parola che Dio non ha detto («Non toccare di quest’albero»). La dinamica di peccato diviene più radicale quando si comincia a pensare che Dio non sia a favore del nostro bene, ma menta per tutelare i suoi interessi e impedirci di compiere i desideri profondi dell’umano: la vita per sempre («Non morirete affatto!»), la vita in pienezza («Essere come Dio»), la conoscenza autentica («I vostri occhi si apriranno», «Conoscerete il bene e il male»). Al nucleo di ogni peccato sta questa logica: il pensare di poter realizzare noi stessi al di fuori di un rapporto con Dio, che viene pensato come un despota, la cui parola è detta come limite alla nostra libertà. Il v. 7 ci descrive la prima conseguenza del peccato: la scoperta dolorosa di quella nudità, fragilità, che già ci segnava (Gn 2,24), ma che ora ci appare insostenibile in noi stessi e negli altri. La rottura del rapporto con Dio, porta alla paura e al disagio con l’altro, che non sappiamo più accettare così com’è, nella sua povertà e umana fragilità.

Suggerimenti per l’animatore e piste di riflessione

Si può prima di tutto chiedere ai partecipanti di definire che cosa sia il peccato, spiegando che in questo testo biblico ci viene presentata, in sintesi, la natura e la logica ultima di ogni peccato.

Si può, quindi, cercare insieme quali siano le radici del nostro modo comune di pensare il peccato prima di tutto sul piano della morale (peccato come trasgressione di una legge, peccato e senso di colpa, ecc.).

Dopo la lettura del testo di Gn 3,1-7 è utile aiutare i partecipanti a porre a confronto le parole del serpente e la risposta della donna (vv. 3,1.2-3) con quanto detto da Dio in Gn 2,16-17, spiegando anche così la necessità di leggere insieme i cc. 2-3. Sulla base di questo confronto si può presentare il peccato come tradimento di un rapporto e rifiuto di una parola di alleanza data da Dio.

Si può, infine, invitare i presenti a fare memoria di altri testi biblici nei quali appare la problematica del peccato, dei suoi effetti sulla vita, dell’universalità della condizione di peccatori.

In questo testo non si parla direttamente della dottrina del peccato «originale», ma può essere utile – per chiarire i diffusi dubbi e fraintendimenti sulla questione – dedicare un incontro specifico a questa dottrina cattolica, invitando un teologo o un esperto che ne illustri i fondamenti biblici, la storia dell’elaborazione dottrinale da Agostino in poi e il contenuto alla luce del decreto del concilio di Trento. Sul peccato «originale» si può vedere anche il Catechismo degli adulti, La verità vi farà liberi, 389-400.

Serena Noceti

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