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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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EDITORIALE
Carlo Broccardo

Nei primi capitoli della lettera ai Romani Paolo aveva tratteggiato un panorama non certo esaltante: non c’è salvezza, né per i pagani né per i figli di Israele; anzi, l’ira di Dio incombe sul capo di tutti gli uomini, a causa dei loro peccati. Posto questo scenario così desolato, a Rm 3,21-5,21 il compito di mostrare come Dio questa umanità riesca a salvarla.
Cominciamo con Rm 3,21-26: nessuno è degno della salvezza, eppure non c’è condanna alcuna da parte di Dio. Egli infatti ha giustificato tutti gratuitamente, ha ristabilito cioè quella relazione che il peccato aveva interrotto. Mettendo a tema questo discorso Paolo usa verbi al passato, perché è un evento preciso, la morte in croce di Gesù, che ha portato a tutti gli uomini l’immeritata salvezza.
Se il primo brano sottolinea l’elemento oggettivo della salvezza (l’azione di Cristo), il secondo, Rm 3,27-31, ne evidenzia invece la dimensione soggettiva: Dio offre la salvezza a ogni uomo, il quale però la deve accogliere per mezzo della fede. Questa è la chiave di accesso al mistero di Dio che dà vita: la fede.
A sostegno di questa sua tesi, Paolo porta come prova la parola di Dio. L’intero capitolo quarto della lettera è dedicato infatti ad Abramo; con un procedimento tipicamente ebraico di lettura della Bibbia – a cui è dedicata pure la rubrica «Paolo rilegge l’Antico Testamento» – l’Apostolo dimostra che Abramo non ha avuto bisogno della legge per entrare nell’alleanza con Dio: è stata sufficiente la fede. Così è per noi, è la fede che salva.
Poggiando su questa certezza, Rm 5,1-11 può lasciare spazio al sussulto di gioia di chi percepisce un dono immenso. Sorprendentemente, tale gioia non viene meno neppure nelle tribolazioni! È un’affermazione ardita ma logica, se ricordiamo la croce di Cristo: l’amore di Dio è così grande che il suo Figlio Gesù è morto per noi quando eravamo peccatori, «nemici di Dio»; a maggior ragione possiamo sperare in lui ora, che siamo giustificati per la fede. L’amore di Dio è una base solida per la nostra speranza.
Rm 5,12-21 rinforza tale base, facendo risaltare la grandezza del dono di Dio; per questo chiama in causa Adamo, per mostrare che non c’è paragone tra la caduta del primo uomo e la salvezza di Cristo. Ciò che interessa a Paolo non è definire con precisione se il peccato sia più responsabilità del singolo o fatale errore di Adamo (la questione del peccato originale); a lui sta a cuore ripetere l’infinita grandezza del dono di Dio in Cristo Gesù nostro Signore.
Questo secondo fascicolo di Parole di vita abbraccia Rm 3,21-5,21; è un testo dall’ampio respiro, in cui Paolo ripercorre a grandi tappe la storia della salvezza: Adamo, Abramo, Gesù, il credente. Non però secondo quest’ordine cronologico; egli parte dall’oggi, dalla situazione dell’uomo salvato gratuitamente dalla morte in croce di Gesù. Si apre così lo scenario sulla terza parte della lettera ai Romani, i capitoli 6-8, centrati sulla vita nuova del credente in Cristo.
Proseguono, quindi, le rubriche, che presentano il modo con cui Paolo interpreta l’Antico Testamento, l’interpretazione della lettera fatta da Lutero e una catechesi sul concetto fondamentale di «giustificazione». Infine la scheda sintetica, rivolta soprattutto ai gruppi d’ascolto, vuole aiutare a impostare la riflessione comunitaria sul passo della lettera che parla della speranza cristiana.


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