Dedicheremo l’intera annata 2006 allo studio della Lettera ai Romani, il «vangelo di Paolo»: un testo che ha avuto un influsso enorme nella storia della Chiesa e della teologia cristiana. Per i nostri lettori sarà certamente qualcosa di impegnativo, ma la fatica sarà abbondantemente ricompensata.
Romano Penna introduce il discorso con un articolo su come leggere la lettera, indicandone le circostanze della composizione, lo scopo per cui Paolo l’ha scritta, la posta in gioco (i cristiani di Roma erano giudeo-cristiani, che facevano coesistere l’adesione a Cristo con l’osservanza della Torà, relativizzando così il significato della morte di Cristo), l’articolazione dello scritto.
Esaminando il prescritto della lettera, Claudio Doglio ci presenta i destinatari a cui Paolo si rivolge e, soprattutto in base ai dati presenti nel capitolo 16, cerca di chiarire come era composta la comunità cristiana di Roma.
Antonio Pitta espone la «tesi» centrale della lettera: «Non mi vergogno del vangelo» (Rm 1,16-17). In che senso Paolo non si vergogna del vangelo? E qual è il contenuto fondamentale del suo vangelo? Che cosa intende con la salvezza e la giustizia divina? E come bisogna considerare il rapporto tra il giudeo e il greco rispetto alla salvezza? Ogni termine della tesi nasconde domande cariche di significato che sono affrontate brevemente nell’articolo.
Stefano Romanello offre, quindi, un quadro d’insieme di un’intera sezione (Rm 1,18-3,8), in cui Paolo sembra svolgere un’ampia argomentazione ignorando la rivelazione della giustizia salvifica di Dio, già annunciata in Rm 1,16-17. L’intento dell’Apostolo è quello di dimostrare che nessun popolo gode di una relazione privilegiata con Dio, ma tutti (ebrei e pagani) indistintamente e gratuitamente dipendono da un dono salvifico offerto da Cristo. L’assenza di differenze permette alla giustizia divina di raggiungere per grazia tutti gli uomini.
Giuseppe Casarin, chiarisce come Paolo in Rm 3,9-20 intenda preparare il grande annuncio dell’assoluta e completa gratuità della salvezza, dimostrando mediante la Scrittura la comune condizione di peccato che tocca tutti gli uomini. Non esiste alcun «rimedio» umano o religioso che possa sanare una situazione di peccato universale: nessuno sarà reso giusto davanti a Dio per mezzo delle opere della legge.
Una sintesi teologica del pensiero di Paolo in questa prima parte della lettera ci viene offerto, infine, ancora da Romano Penna, approfondendo il significato della formula «giustizia di Dio». L’Apostolo fa vedere come, non avendo l’empio alcuna opera (buona) da presentare a Dio, solo la sua fede gli permette di venire giustificato (lo si vedrà meglio nei fascicoli seguenti).
Una rassegna bibliografica ragionata (Giuseppe De Virgilio) – esclusiva di questo primo fascicolo – aiuterà il lettore a integrare lo studio su questa grande epistola; le altre rubriche, invece, continueranno in tutta l’annata, approfondendo il modo con cui Paolo interpreta l’Antico Testamento (Luca Mazzinghi), proponendo alcuni significativi studi della tradizione protestante (Angelo Maffeis) e offrendo spunti di catechesi sui concetti principali sviluppati da Paolo (Andrea Fontana). Infine, una novità, rivolta soprattutto ai gruppi d’ascolto, è la scheda sintetica (Guido Benzi) che aiuta a impostare la riflessione su un passo significativo della lettera.
A tutti i nostri lettori auguriamo di crescere insieme nell’ascolto della parola di Dio.
Tiziano Lorenzin