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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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SALMO 139: «SIGNORE, TU MI SCRUTI E MI CONOSCI». UNA LETTURA CRISTIANA
Francesco Mosetto

Testo del salmo

1 Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.

   Signore, tu mi scruti e mi conosci,

2 tu sai quando seggo e quando mi alzo.

   Penetri da lontano i miei pensieri,

3 mi scruti quando cammino e quando riposo.

   Ti sono note tutte le mie vie;

4 la mia parola non è ancora sulla lingua

   e tu, Signore, gia la conosci tutta.

5 Alle spalle e di fronte mi circondi

   e poni su di me la tua mano.

6 Stupenda per me la tua saggezza,

   troppo alta, e io non la comprendo.

7 Dove andare lontano dal tuo spirito,

   dove fuggire dalla tua presenza?

8 Se salgo in cielo, là tu sei,

   se scendo negli inferi, eccoti.

9 Se prendo le ali dell’aurora

   per abitare all’estremità del mare,

10 anche là mi guida la tua mano

   e mi afferra la tua destra.

11 Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra

   e intorno a me sia la notte»;

12 nemmeno le tenebre per te sono oscure,

   e la notte è chiara come il giorno;

   per te le tenebre sono come luce.

13 Sei tu che hai creato le mie viscere

   e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;

   sono stupende le tue opere,

   tu mi conosci fino in fondo.

15 Non ti erano nascoste le mie ossa

   quando venivo formato nel segreto,

   intessuto nelle profondità della terra.

16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi

   e tutto era scritto nel tuo libro;

   i miei giorni erano fissati,

   quando ancora non ne esisteva uno.

17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,

   quanto grande il loro numero, o Dio;

18 se li conto sono più della sabbia,

   se li credo finiti, con te sono ancora.

19 Se Dio sopprimesse i peccatori!

   Allontanatevi da me, uomini sanguinari.

20 Essi parlano contro di te con inganno:

   contro di te insorgono con frode.

21 Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano

   e non detesto i tuoi nemici?

22 Li detesto con odio implacabile

   come se fossero miei nemici.

23 Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,

   provami e conosci i miei pensieri:

24 vedi se percorro una via di menzogna

   e guidami sulla via della vita.

Una raccolta e toccante melodia, diffusa in molti ambienti italiani[1], ha avvicinato le parole del Sal 139 alla nostra sensibilità e ci ha reso familiare il suo messaggio. La lettura meditativa e il canto di un’assemblea orante ne sono forse l’interpretazione migliore; e, tuttavia, un’esplorazione analitica del salmo consente di gustare ancor più la sua ricchezza e di cogliere risonanze preziose.

Prima lettura del salmo

La soprascritta «Al maestro del coro. Di Davide. Salmo» (v. 1a) – non riportata nei libri liturgici cattolici – ci ricorda che l’intero Salterio è fatto risalire al santo re, modello di fede e di preghiera, ma anche prototipo del Messia.

La prima strofa (vv. 1-5), che sfocia in un grido di ammirato stupore (v. 6), svolge il tema dell’onniscienza di Dio, non in senso per così dire enciclopedico, bensì personale. Una serie di espressioni bipolari («Quando seggo e quando mi alzo…») rende in modo plastico e concreto l’idea che «il Signore sa tutto di me». In questa consapevolezza non si avverte tuttavia il disagio di Adamo, che si scopre nudo di fronte a Dio (Gn 3,8ss), bensì la fiducia di chi si sente avvolto da uno sguardo pieno di amore.

Il tema viene ripreso nella seconda strofa (vv. 7-12), che si caratterizza per il linguaggio spazio-temporale: non c’è luogo tanto lontano che possa sottrarre alla presenza di Dio; nemmeno le tenebre della notte sono impenetrabili al suo sguardo.

La terza strofa (vv. 13-18) adotta il registro storico-biografico: colui che tutto conosce è il Signore che ti ha creato e guida l’intero cammino della tua esistenza. L’opera del Creatore non è confinata alle origini del mondo, ma tocca i primi inizi di ogni vita («Mi hai tessuto nel seno di mia madre») e la sua signoria si estende fino all’ultimo giorno. Un secondo grido di ammirazione (vv. 17-18) corona il corpo centrale del salmo.

A prima vista, l’ultima strofa (vv. 19-24) appare come un’appendice quasi estranea alla tematica principale. In realtà, essa rivela la situazione da cui è scaturita la meditazione dei versetti che precedono. Circondato da persone maligne, che tramano contro di lui, l’orante si appella al Dio che tutto conosce: «Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri; vedi se percorro una via di menzogna…».

Il Dio che tutto conosce

La convinzione che il Signore conosce tutto e perciò interviene come giudice giusto nelle vicende umane attraversa le Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il salmo precedente affermava: «Sì, eccelso è il Signore, eppure vede l’umile e riconosce il superbo da lontano» (Sal 138,5). Coerentemente, la supplica del salmo che fa seguito al nostro salmo termina con le parole: «So che il Signore difende la causa del povero», spesso perseguitato dall’«uomo malvagio» (Sal 140,13; cf. v. 6). Simili accenti si leggono in altri salmi:

Sorgi, Signore, (…) giudicami secondo la mia giustizia (…) tu che scruti i cuori e i regni, o Dio giusto (Sal 7,7.10);

Hai esaminato il mio cuore, l’hai scrutato di notte, mi hai provato al fuoco, ma non trovi nulla (Sal 17,3);

Se avessimo dimenticato il nome del nostro Dio e teso le mani a un dio straniero, Dio forse non lo avrebbe scoperto? È lui che conosce i segreti dei cuori (Sal 44,22‑23).

Appellandosi all’onniscienza di Dio, ora il popolo ora il singolo fedele protestano di essere innocenti e si dicono certi che egli interverrà come giudice a difesa dei giusti.

Lo stesso tema ricorre negli scritti sapienziali. «Gli inferi e l’abisso sono davanti al Signore: tanto più i cuori dei figli dell’uomo!» (Pr 15,11; vedi anche 17,3; 21,2; 24,12). «Non dire: Mi terrò celato al Signore! Chi penserà a me lassù?» (Sir 16,17; vedi anche 23,18-19). Perciò il nostro salmo è talora considerato di carattere sapienziale o «di meditazione». Ma tale orientamento rimane strettamente legato alle vicende dell’esistenza, come ben dimostrano i passi paralleli del libro di Geremia, il profeta che sa di essere «conosciuto» dal Signore «fin dal seno materno» (Ger 1,5):

Signore, Dio degli eserciti, giudice giusto, che scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, perché a te ho affidato la mia causa (Ger 11,20 = 20,12; vedi anche 12,3; 17,10).

Va nel medesimo senso la preghiera di Salomone:

Se uno qualunque, oppure tutto Israele tuo popolo, dopo aver provato il rimorso nel cuore, ti prega o supplica con le mani tese verso questo tempio, tu ascoltalo dal cielo, luogo della tua dimora, perdona, intervieni e rendi a ciascuno secondo le sue opere, tu che conosci il suo cuore – tu solo infatti conosci il cuore di ogni uomo (1Re 8,39-10).

Così pure, in risposta alla preghiera del re Ezechia, il Signore affida a Isaia un severo richiamo al suo sovrano dominio, cui non potrà sottrarsi il feroce re di Assiria:

Ti sieda, esca o rientri, io ti conosco. Siccome infuri contro di me (…) ti farò tornare per la strada per la quale sei venuto (2Re 19,27-28).

Il tema dell’onniscienza di Dio o, meglio, la certezza che il Signore domina le vicende umane dall’alto del suo trono celeste, trova una singolare esemplificazione nella storia dell’«autore» stesso del salmo. Quando Iesse presenta l’uno dopo l’altro a Samuele i propri figli, il profeta si sente dire dal Signore: «Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura…» (1Sam 16,7). Solamente quando gli viene condotto il ragazzo più giovane, il Signore gli dice: «Alzati e ùngilo (ossia, consacralo con l’unzione); è lui!» (v. 12). E, allorché l’adulterio e l’assassinio di cui Davide si è macchiato sembrano avvolti nel più fitto segreto, Dio lo mette di fronte al suo peccato per mezzo di un profeta: «Così dice il Signore, Dio di Israele: poiché tu l’hai fatto in segreto, io farò questo [il castigo del peccato] davanti a tutto Israele e alla luce del sole!» (2Sam 12,7.12). Puntualmente, nella supplica penitenziale Davide confessa: «Contro di te, contro te solo, ho peccato; quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto…» (Sal 51,6).

Gesù sapeva tutto

Che Dio conosca intimamente ogni essere umano, negli scritti del Nuovo Testamento è talora ricordato in modo esplicito, ad esempio quando Pietro ripete all’assemblea di Gerusalemme il racconto della sorprendente conversione di Cornelio: «…e Dio, che conosce i cuori, rese loro testimonianza dando ad essi lo Spirito Santo allo stesso modo che a noi…» (At 15,8). Nella medesima prospettiva la lettera agli Ebrei afferma che la parola di Dio, «più penetrante di una spada a doppio taglio (…) discerne i pensieri e le intenzioni del cuore»; in realtà, «davanti a lui nessuna creatura è nascosta, ma tutto è aperto e nudo ai suoi occhi» (Eb 4,12-13).

Lo stupore del salmista di fronte alla sovrana onniscienza divina (vv. 6.17-18) – quasi una variazione rispetto al ritornello del Sal 8: «Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» – sotto la penna di Paolo si trasforma in un inno al disegno meraviglioso di Dio, che vuole portare a compimento il suo progetto di salvezza per tutta l’umanità:

O profondità delle ricchezze, della sapienza e della conoscenza di Dio! Come sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! (Rm 11,33).

Ma quanto a Gesù, la verità espressa dal Sal 139 per così dire si sdoppia. Da un lato, mentre egli afferma con insistenza di conoscere il Padre (cf. Gv 7,29; 8,55; 17,25), Gesù si sente oggetto della sua conoscenza amorosa ed è sicuro che il Padre è sempre con lui: «Colui che mi ha mandato è con me, e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre ciò che gli è gradito» (Gv 8,29; cf. 8,16; 16,32). La reciprocità della conoscenza tra il Figlio e il Padre celeste fa sì che egli ne sia il rivelatore unico e insostituibile. I Sinottici riportano il celebre logion, che è considerato come un meteorite cadutovi dal cielo giovanneo: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figli lo voglia rivelare» (Mt 11,27; cf. Lc 10,22). Il tema è ampiamente elaborato nel quarto Vangelo (da Gv 1,18 a 14,6-11).

Al tempo stesso, però, Gesù condivide con il Padre la sovrana conoscenza, che lo pone al di sopra di ogni creatura. Caratteristici del Vangelo di Giovanni sono gli incontri con vari personaggi che si scoprono «conosciuti» da Gesù: Simone (Gv 1,40-42), Natanaele (1,47-51), la donna di Samaria (4,16-19). Egli «sa» qual è la situazione del paralitico della piscina di Bezata (5,6), che cosa sta per fare per gli sposi di Cana (2,4) e a vantaggio della folla che lo ha seguito sull’altra riva del lago (6,6), come pure per l’amico Lazzaro (11,4-15). Gesù conosce «dentro di sé» che i discepoli trovano duro il suo linguaggio (6,61) e che le sue parole nel corso dell’ultima cena li lasciano perplessi (16,19); sfida gli accusatori della donna adultera (8,7), facendo intendere di conoscerli interiormente; conosce in anticipo e preannuncia che uno dei discepoli lo tradirà (6,71; 13,11.18.21-26), un altro negherà di averlo mai conosciuto (13,36-38) e tutti lo abbandoneranno (16,30). In linea di principio, l’evangelista afferma, che «conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro; infatti egli sapeva che cosa c’è in ogni uomo» (2,24s; cf. 16,30).

La conoscenza di Cristo «pastore» si tinge di amorevole cura nei confronti delle sue «pecore»: «Conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre» (Gv 10,14). Ciò vale non soltanto per il Gesù storico, che chiama «amici» coloro che ha scelto, «perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (15,16; cf. 17,26), quanto e più ancora per il Cristo risorto e vivente. Questi, apparendo al veggente di Patmos gli affida una serie di messaggi per le Chiese, ove è ricorrente il verbo «conosco» (Ap 2,2.9.19; 3,1.8.15), oppure «so» (2,13). «Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco» (2,18; cf. 1,14) ben conosce la situazione, le difficoltà, i difetti, ma anche i meriti e le ricchezze spirituali di ogni singola comunità cristiana. Ciò rappresenta un giudizio, ma soprattutto uno stimolo e un incoraggiamento per le giovani Chiese dell’Asia.

La consapevolezza di essere conosciuto e amato dal Signore è particolarmente viva nell’apostolo Paolo. Scrivendo ai Galati, egli ricalca una celebre espressione di Geremia: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre…» (Gal 1,15; cf. Ger 1,5; vedi anche Rm 1,1), ed è consapevole di essere stato personalmente «amato» da Cristo (Gal 2,20). D’altra parte, tutti i credenti sono «da sempre conosciuti» da Dio, il quale li ha «predestinati, chiamati, giustificati», in vista della gloria futura che dev’essere rivelata in loro (Rm 8,29-30; cf. v. 18).

Voce di Cristo e della Chiesa

In armonia e sulla scia dell’esegesi patristica, da sempre la liturgia della Chiesa legge ogni salmo come preghiera di Cristo e dell’intera comunità cristiana, suggerendo in vari modi ai fedeli come fare propria e attualizzare la preghiera biblica, nata all’interno della fede di Israele[2].

L’antifona all’Introito del giorno di Pasqua applica audacemente le parole del salmo alla risurrezione di Cristo:

Sono risorto e sono sempre con te. Tu hai posto su di me la tua mano. Meravigliosa è la tua conoscenza su di me (Resurrexi, et adhuc tecum su. Posuisti super me manum tuam. Mirabilis facta est scientia tua, Alleluja!).

Si ricalcano alcuni versetti della Vulgata, conducendo al grado più alto ed esplicito l’intuizione profonda che il salmo parli di Cristo e sia Cristo stesso a parlare nel salmo:

v. 2: Tu cognovisti sessionem meam et resurrectionem meam;

v. 4: Posuisti super me manum tuam;

v. 5: Mirabilis facta est scientia tua super me.

Lo spiega un antico «titolo salmico»:

Rivolto al Padre, Cristo parla del suo riposo e della sua risurrezione, esaltando la potenza della divinità del Padre, poiché in quanto uomo mai poté celarsi alla sua conoscenza (Series VI).

Una «colletta salmica» – la preghiera conclusiva recitata dal sacerdote, che raccoglie le preghiere personali fatte nella pausa di silenzio dopo la recita del salmo – riprende invece il tema centrale, la meravigliosa onniscienza di Dio che avvolge ogni uomo:

O Dio, che solo conosci i novissimi del mondo così come le sue antiche origini, cui sono manifesti i pensieri nascosti degli uomini e accogli la creatura che la tua stessa mano ha formato nel grembo materno, illumina le nostre tenebre e, perché non siamo di nuovo e maggiormente resi oscuri dagli inganni malvagi, ci guidi felicemente la tua luce benigna affinché, iscritti nel libro della vita, meritiamo di entrare nella via della vita eterna insieme con i tuoi amici (III serie).

E S. Rinaudo conclude affermando che il Sal 139

ci lascia un profondo e prezioso insegnamento: la nostra esistenza, in ogni suo più piccolo movimento, è avvolta dallo sguardo e dalla presenza di Dio e di Cristo. Dalla conoscenza e dal pensiero di Dio essa trae origine, in essi si fonda (…). In questo insegnamento sta il segreto per vivere bene. Esso consiste nel pensare e operare costantemente alla presenza di Dio, il quale già ad Abramo aveva detto: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gn 17,1). Questa presenza ci libera dalla nostra angosciosa solitudine, ci sorregge, ci dona la pace, a patto che non tentiamo di sottrarci ad essa e non cerchiamo di rizzare tra noi e Dio alcuna barriera[3].



[1] Cf. D. Machetta, «O Signore, tu mi scruti e mi conosci», in La famiglia cristiana nella casa del Padre. Repertorio di canti per la liturgia, LDC, Leumann (TO) 1997, n. 729.

[2] Vedi l’opera recente di F.M. Arocena - J.A. Goñi (edd.), Psalterium Liturgicum. Psalterium crescit cum psallente Ecclesia, vol. I: Psalmi in Missale Romano et Liturgia Horarum, LEV, Città del Vaticano 2005, 488-491: sul Sal 138 (LXX e Vulgata). In questo testo sono raccolte le antifone usate nella liturgia per i salmi e soprattutto gli antichi titoli e le orazioni salmiche.

[3] S. Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, LDC, Leumann (TO) 19735, 750.


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