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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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RILETTURA DELLA STORIA NEI SALMI
Gianni Cappelletto

A guidarci nella nostra breve indagine sul come viene riletta la storia nel salmi saranno le seguenti affermazioni di una persona che non solo accosta con rigore i testi biblici, ma soprattutto li prega con la sua comunità:

Ogni salmo è come una persona viva che ci viene incontro. Noi vorremmo sapere il suo nome, la sua parentela, il luogo e la data della sua nascita. Ma spesso non è possibile perché nel lungo viaggio percorso per giungere a noi ha perduto tutti, o quasi tutti, i documenti e si presenta perciò come un pellegrino nel quale possiamo riconoscere unicamente i tratti del grande Pellegrino – il Verbo incarnato – e i nostri stessi tratti, quelli che ci delineano il volto interiore[1].

«Ogni salmo è come una persona viva che ci viene incontro»

Gli studiosi sono soliti indicare con l’espressione «salmi storici» alcune preghiere presenti nel Salterio da intendersi come «catechesi sulle radici della propria fede»[2]. Si tratta di istruzioni che nascono in momenti particolarmente difficili della vita del popolo ebraico, momenti non più ricostruibili nei particolari ma nei quali appare necessario riascoltare e riflettere su quanto di buono e bello il Signore ha fatto nel passato: in esso, infatti, si possono trovare motivi per sperare ancora e restare aperti al futuro. Si tratta, in modo particolare, dei Sal 78, 105, 106, 111, 114, 135 e 136[3]. «Salmi storici» non semplicemente per il cosiddetto genere letterario quanto soprattutto perché sono «memoria liturgica» di fatti ritenuti fondanti la fede di sempre di ogni credente.

In quanto genere letterario, i salmi storici nascono in particolari contesti cultuali non sempre precisabili nei dettagli (professione di fede, espressione di lode, liturgia penitenziale o altro) e si caratterizzano per una preoccupazione catechetica mirante a far riflettere sugli eventi che costituiscono l’atto di fede che ha nell’esodo il suo punto focale. Sono, così, degli autentici «memoriali» della storia intesa come historia salutis o «storia della salvezza». Quello che viene definito «credo d’Israele», infatti, non è un insieme di affermazioni astratte su Dio quanto una narrazione di ciò che di lui si è potuto sperimentare nella complessità della storia (si veda Dt 26,5-9; Gs 24,1-13). Non si tratta, per la verità, di una semplice rievocazione del passato quanto piuttosto di un suo «memoriale»: lo si narra nella consapevolezza che ciò che conta è il volto di Dio, l’alleato fedele che mai ha abbandonato il suo progetto salvifico consegnato ai padri, realizzato con la generazione dell’esodo e portato a compimento al tempo della monarchia davidica. Si entra in questo passato non per restarne nostalgicamente affascinati quanto per uscirne verso l’oggi con la certezza che quanto il Signore ha operato «allora» è capace di realizzarlo pure «adesso»: in questo modo, il presente di chi prega è inserito in una storia salvifica che continua e allarga il suo orizzonte a quel futuro cui si guarda con fiducia.

Ogni salmo storico, pertanto, è portatore della vita consegnata all’evento da quel Dio che ha lasciato in esso tracce ancora visibili e sperimentabili. Facendone memoria, la comunità credente non solo narra quelli che vengono denominati i mirabilia Dei sperimentati dai padri, ma si sente protagonista con loro. Se infatti, come afferma il Sal 106, «abbiamo peccato» non solo «come» i nostri padri ma addirittura «con» loro (così può essere tradotto il v. 6) è pure vero che riconoscere che il Signore «ricorda sempre la sua alleanza» perché «parola data per mille generazioni» (Sal 105,8) fonda la certezza che è ancora lui a guidare il suo popolo (Sal 135,14). Per questo ogni salmo storico è impastato di espressioni di lode riconoscente al Signore: il «memoriale liturgico» (Sal 135,13) diventa benedizione e lode come nel Sal 135,1-4.19-21 e nel ritornello «perché eterna è la sua misericordia» del successivo Sal 136, per dire solennemente che: «Sì, il suo amore è per sempre». Ripetuto ben ventisei volte, come la somma del valore numerico delle lettere che compongono il tetragramma sacro Jhwh[4], tale ritornello è la definizione non filologica quanto teologica del nome santo del Signore, definizione sperimentata facendo memoria del suo agire nella creazione e nella storia. L’importanza del fare memoria orante dei mirabilia Dei è illuminata anche il fatto che (secondo il computo rabbinico) il Sal 78 si trova a metà dei 2527 versetti che compongono l’intero libro dei Salmi:

«Al centro del Salterio si trova un grande affresco della storia d’Israele, culminante nella scelta del Messia davidico, il pastore sapiente che “li pascolò con integrità di cuore” (Sal 78,72)»[5].

«Ogni salmo si presenta a noi come un pellegrino»

Oltre che venirci incontro con il suo carico di vita proveniente dalla fedeltà di Dio alla sua parola, «ogni salmo si presenta a noi come un pellegrino»: nel duplice senso di essere egli stesso un viandante che ha percorso una certa strada per giungere fino a noi[6] e di far compiere all’orante di ogni epoca un tragitto che tocca le principali tappe della storia fondante del popolo ebraico. Evento centrale del «credo storico» è senz’altro l’esodo nella sua triplice dimensione spaziale di uscita dall’Egitto – cammino nel deserto – entrata nella terra. Oltre a ciò, nei i salmi storici che più hanno attinenza con essa (Sal 78, 105, 106, 135, 136)[7], tale esperienza è preceduta dalla promessa della terra e della numerosa discendenza fatta ai patriarchi ed è seguita dall’istituzione della monarchia al tempo di Davide.

Si può subito notare che i salmi storici non fanno memoria degli stessi eventi: ognuno, infatti, privilegia una propria lettura, selezionando i fatti per dare un certo tono alla preghiera. Così mentre i Sal 105, 135 e 136 si propongono di lodare il Signore per quanto ha operato nella creazione e nella storia, i Sal 78 e 106 invitano a riflettere sul contrasto tra la benevolenza di Dio e la disobbedienza di Israele. Tale diversità nel ricordare il passato fa capire che il vero interesse degli autori non è quello storiografico quanto la dimensione teologica e rivelativa dei fatti. Collegando tra loro determinati avvenimenti, si intende, infatti, ripresentare il passato come fondamento di speranza per il presente; a sua volta l’oggi (pur non facile da precisare) interroga quanto successo ieri per esserne illuminato.

Inoltre, nel richiamare alla memoria di chi sta pregando un dato evento, il salmista – un sacerdote profeta capace di leggere la storia con gli occhi della fede – procede più per via evocativa che descrittiva. La cosa appare evidente se si paragona il memoriale «liturgico» dei salmi con il memoriale «narrativo» del Pentateuco. Così, per esempio, il Sal 78 registra solo sette delle «dieci piaghe» presenti nel libro dell’Esodo (cc. 4-11), mentre il Sal 105 ne riporta otto ma in un ordine diverso dalla narrazione esodale, collocando al primo posto le tenebre (v. 28) che nell’Esodo sono poste al nono (Es 10,21-29). Questo per accentuare la contrapposizione tra Israele che in Egitto è immerso nella notte della schiavitù voluta dagli egiziani (vv. 24-28) e lo stesso popolo ebraico che nel deserto cammina nella luce della provvidenza del Signore (vv. 39-41).

Altro esempio illuminante è il modo di narrare quanto successo presso il mare delle Canne nel Sal 106 rispetto al Es 14, come appare dal seguente quadro:

 

Es 14,10-12.31; 15,1

Sal 106,7-12

10 Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. 11 Poi dissero a Mosè: «Forse perché non c’erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? 12 Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto?» […]

30 In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli egiziani e Israele vide gli egiziani morti sulla riva del mare;

31 Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè.

15,1 Allora Mosè e gli israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero:

7 I nostri padri in Egitto

  non compresero i tuoi prodigi,

  non ricordarono tanti tuoi benefici.

  e si ribellarono presso il mare,

  presso il mar Rosso

8 Ma Dio li salvò per il suo nome,

  per manifestare la sua potenza.

9 Minacciò il mar Rosso e fu disseccato,

  li condusse tra i flutti come per un deserto;

10 li salvò dalla mano di chi li odiava,

   li riscattò dalla mano del nemico.

11 L’acqua sommerse i loro avversari;

   nessuno di essi sopravvisse.

12 Allora credettero alle sue parole.

 

 

 

 

   e cantarono la sua lode.

 

Nei vv. 7-12 del Sal 106 è percepibile la tensione tra l’incomprensione e la ribellione di Israele (v. 7) e l’azione salvifica di Dio (vv. 8-10), contrasto che diventa lode riconoscente solo dopo aver sperimentato la bontà del Signore (v. 12). Il salmista utilizza con libertà i dati provenienti dalla tradizione esodica: accentua solo la ribellione del popolo presso il mare delle Canne e non la sua paura di fronte agli egiziani; nell’Esodo, poi, il mare non è presentato come oppositore di Dio come avviene nel salmo per il quale il Signore «minaccia» le acque come fossero un nemico, la rappresentazione simbolica del caos che si oppone alla parola creatrice. Al salmista interessa probabilmente far riflettere sulla capacità che ha Dio di mettere ordine nel caos della storia mediante la sua parola e di liberare da esso il suo popolo: chiaro invito alla speranza per le comunità ebraiche che, soprattutto nel periodo postesilico, vivono nel disordine della dispersione politica e dell’appannamento della fiducia nel Dio dei padri. Egli, infatti, è «colui che salva» e «colui che riscatta» (cf. v. 10) non solo al tempo dell’esodo ma anche nella situazione socio-religiosa di ogni oggi.

«I tratti del grande Pellegrino» nel Sal 106

L’annotazione precedente ci porta a ritenere come vertice o «punta teologica» dei salmi storici la proclamazione della grandezza di Dio raggiunta mediante la confessione del proprio peccato e il riconoscimento della sua bontà manifestata in determinati eventi storici. Il memoriale storico diventa così – anche nel contesto liturgico – autentica «matrice generatrice della lode»[8] che nasce dalla constatazione che in tutto l’arco della storia è presente il Signore Dio: al tempo nostro sta agendo come ha agito all’epoca dei padri! Questo appare evidente soprattutto nel Sal 106, una supplica comunitaria che segue una preghiera di ringraziamento con la quale forma un «dittico a tavole contrastanti». Infatti, il Sal 105 appare «luminoso e pieno di fiducia nell’azione divina»[9] di cui richiama cinque testimonianze positive: l’alleanza con i patriarchi (vv. 8-15), l’esperienza di Giuseppe (vv. 16-22), i prodigi delle piaghe (vv. 23-36), l’uscita dall’Egitto e il cammino nel deserto (vv. 37-43), l’entrata nella terra promessa (vv. 44-45). È la lettura della storia dalla prospettiva del cuore di Dio e pertanto carica di vita e di libertà che suscita gioia e lode nella comunità orante (vv. 1-7). All’opposto, nel Sal 106 la storia è letta dal punto di vista del popolo peccatore e ribelle, infedele alla relazione d’amore che il Signore ha cercato di stabilire con lui negli eventi storici.

L’andamento narrativo del Sal 106 è molto semplice e lineare. Nella parte iniziale troviamo l’invito alla lode: «Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia» (cf. vv. 1-5). Alla fine c’è la preghiera della comunità in diaspora: «Salvaci, Signore Dio nostro, e raccoglici di mezzo ai popoli, perché proclamiamo il tuo santo nome e ci gloriamo della tua lode» (v. 47), cui segue la dossologia che chiude il quarto libro del Salterio: «Benedetto il Signore, Dio d’Israele da sempre, per sempre» (v. 48). Nel mezzo (vv. 6-46) vengono evocate otto esperienze di ribellione del popolo al Signore avvenute durante il cammino esodale. Questa parte centrale è una «supplica penitenziale» sullo stile di altre attestate nella letteratura postesilica (cf. Ne 9,5-37; Esd 9,6-15). Il peccato riconosciuto e sul quale scende la misericordia divina assume forme diverse a seconda delle circostanze geografiche e storiche. All’uscita dall’Egitto è ribellione presso il mar delle Canne per la mancanza di fede in Yhwh (vv. 6-12), mentre all’entrata nella terra è aderire alla pratica idolatrica delle popolazioni cananee (sincretismo, sacrifici umani, aberrazioni varie, adulterio cultuale; vv. 34-46). Nella fase intermedia del cammino nel deserto appare come impazienza e ingordigia che creano sfiducia in Dio (vv. 13-15) e come gelosia in Datan e Abiron che provoca divisioni tra il popolo (vv. 16-18); si manifesta nell’adorazione del vitello d’oro con rifiuto del Dio liberatore (vv. 19-23) e come protesta contro il Signore presso le tende e rifiuto della terra (vv. 24-27); diventa pratica dei culti presso il santuario di Baal Peor (vv. 28-31) e ribellione alle acque di Meriba con punizione di Mosè (vv. 32-33).

L’insieme delle ribellioni è un rinnegamento dell’atto fondante la fede ebraica, cioè l’esperienza esodale qui richiamata nei suoi tre luoghi più significativi (Egitto, deserto, terra). Inoltre, il primo (vv. 6-12) e l’ultimo (vv. 34-46) sono i peccati più sviluppati, quasi a ricordare che «da sempre» e «per sempre» il popolo ebraico è contaminato dall’infedeltà, compreso il suo migliore rappresentante, Mosè: è sì l’eletto del Signore che con la sua intercessione tiene lontana l’ira divina (v. 23), eppure viene punito per aver detto «parole insipienti» (v. 33). Del tempo trascorso nel deserto, poi, il salmista ricorda alcuni fatti non nella successione cronologica presente nel Pentateuco[10] ma secondo una sua ricostruzione che tende – probabilmente – sia a collocare al centro l’adorazione del vitello d’oro e il rifiuto di entrare nella terra promessa sia a preparare quanto succederà nella terra: la sua contaminazione con le pratiche idolatriche verrà punita con l’allontanamento da essa mediante l’esilio a Babilonia e la successiva diaspora, situazione in cui vive ora chi sta pregando (v. 47).

La storia è riletta secondo linee interpretative presenti anche in altri contesti biblici: quella della retribuzione con delitto-castigo e quella della salvezza con conversione-perdono. In modo particolare, sembra che l’autore faccia riferimento all’interpretazione della storia tipica della tradizione deuteronomistica (cf. Gdc 2,6-3,6) che prevede il succedersi di quattro momenti: peccato di ribellione e di idolatria (cf. vv. 6.7.13-14.16.19-22.24-25.32-39), giudizio divino come punizione (cf. vv. 15.17-18.29.40-42), lamento come disponibilità alla penitenza e, infine, salvezza offerta da Dio con il perdono (cf. vv. 8-12.23.30-31.43-46). Come si vede, mancano nel nostro salmo accenni all’esperienza della conversione pur essendoci l’intercessione di Mosè (v. 23) e l’azione positiva di Pincas/Finees (vv. 30-31). Questo sta a indicare, ci sembra, che il perdono-salvezza non è condizionato dal previo pentimento del popolo ribelle perché proviene dalla libera iniziativa del Signore di essere fedele all’«amore per il suo popolo» (v. 4) e al suo «santo nome» (v. 47). È proprio la cornice laudativa, cioè l’esperienza cultuale, a sottolineare la fiducia nell’amore fedele del Signore: i credenti raccolti in preghiera riconoscono di aver peccato «con» e «come» i loro padri (v. 6) e invocano il «ricordos e la «visita» del Signore, cioè la sua azione potente di perdono (v. 4), per essere riuniti dalla dispersione tra i popoli in comunità che vive la fede celebrando la lode al suo Signore (v. 47) e che gusta la felicità praticando diritto e giustizia (v. 3).

Letto nel contesto redazionale attuale, il Sal 106 che con i precedente 105 chiude il quarto libro del Salterio, appare pertanto come un atto di fiducia in Yhwh, Dio misericordioso, buono e fedele, capace di rinnovare anche oggi il suo popolo con il perdono come aveva fatto al tempo di Mosè e di donargli felicità piena. Da qui l’invocazione della comunità orante che continua quella di Davide espressa nei precedenti Sal 101-104:

«Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza, perché vediamo la felicità dei tuoi eletti, godiamo della gioia del tuo popolo, ci gloriamo con la tua eredità» (vv. 5-6).

I tratti che «delineano il nostro volto interiore»

Richiamiamo solo alcuni tratti del volto della comunità credente emersi. Primo tra tutti, una preghiera (non solo sacramentale) che sia «memoriale» dei mirabilia Dei presenti nella storia fondante della nostra salvezza. Per l’esperienza biblica «ricordare è vivere» e «vivere è ricordare». Infatti, il dimenticare quanto il Signore ha fatto è rinnegare non solo la sua opera salvifica, ma anche il proprio volto di redenti e ciò può portare alla perdita del senso della vita di credenti (cf. Dt 8). La memoria è la carta geo-temporale indispensabile perché ognuno viva la consapevolezza di essere nella storia salvifica ed è un fondare le responsabilità dell’esserci ancora oggi, anche se ciò può disturbare perché porta a percorrere nuove strade per vivere la fede.

In secondo luogo, guardando al Sal 106, appare la necessità di riconoscerci – come comunità cristiane – solidali con questa storia di peccato e di ribellione al Signore. Basterebbe solo rileggere alcune pagine dei Vangeli come le incomprensioni dei discepoli in Mc 8,27-10,52 e il tradimento di Pietro in Mc 14,26-31.66-72, oppure soffermarci su alcuni brani degli Atti degli Apostoli (cf. la frode di Anania e Saffira in 5,1-11) o delle lettere di Paolo (cf. le divisioni nella comunità di Corinto, dove non si vivono bene neppure i momenti celebrativi come appare da 1Cor 11,17-34), per ricomporre un nostro salmo simile al Sal 106!

Infine, è da sottolineare la funzione positiva del «ricordare» la storia concreta delle nostre comunità ecclesiali, perché essa sia non solo «maestra di vita» che ci educa a non ripetere oggi gli stessi errori di ieri, ma diventi soprattutto memoriale della bontà del Signore che ci raduna in unità come sua famiglia per condividere la fede nel suo amore e per proclamare la lode al suo santo nome di Salvatore e Redentore (cf. Mt 1,21; Lc 2,11).



[1] A.M. Canopi, I Salmi. Canto di Cristo e della Chiesa, Paoline, Milano 19972, 17-18.

[2] G. Ravasi, I Salmi, Rizzoli, Milano 1986, 52.

[3] Per la verità, accenni agli eventi storici fondanti la fede veterotestamentaria si trovano sinteticamente pure nei Sal 44; 47; 50; 60; 65; 68; 74; 75; 76; 77; 78; 79; 80; 81; 83; 89; 95; 99; 107; 108; 114; 124; 125; 126; 129; 132; 137; 144; 147A; 149.

[4] J = 10 + H = 5 + W = 6 + H = 5 = 26.

[5] A. Mello, L’arpa a dieci corde. Introduzione al Salterio, Qiqajon, Magnano 1998, 99.

[6] Il percorso fatto da ogni singolo salmo non è più ricostruibile con esattezza nei dettagli, nonostante lodevoli tentativi di narrare la «storia dei salmi» (cf. W.L. Holladay, La storia dei Salmi. Da 3000 anni poesia e preghiera, Piemme, Casale M. 1998). Attualmente ogni salmo si trova all’interno di un libro con una sua struttura letteraria e con delle linee teologiche abbastanza definite (cf. in proposito il commento di T. Lorenzin, I Salmi. Nuova versione, introduzione e commento, Paoline, Milano 20022).

[7] Si può vedere l’analisi dei salmi citati fatta da A. Magnante, La teologia dell’esodo nei Salmi, Dehoniane, Roma 1991.

[8] Magnante, La teologia, 324.

[9] Si rimanda a G. Ravasi, «La storia come preghiera: i salmi storici», in Parola Spirito e Vita 47 (1/2003) 51-63 (qui: 59-60).

[10] Per esempio, la gelosia di Datan e Abiron nel salmo precede l’episodio del vitello d’oro, mentre nel Pentateuco lo segue (cf. Es 32 e Nm 16).


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