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Evangeliario



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SALMO 45: LE NOZZE DEL RE MESSIA
Benzi G.

Il testo del salmo[1]

2 Effonde il mio cuore belle parole, io dedico al re i miei versi.
  La mia lingua è uno stilo di scriba veloce.

3 Tu sei il più BELLO tra i figli dell’uomo,
  sulle tue labbra è diffusa la grazia,
  perché ti ha benedetto ELOHYM per sempre.

4 Cingi la spada al tuo fianco, prode, è tuo splendore e tuo ornamento

5 cavalca vittorioso, per la verità, la mitezza e la giustizia.
  e la TUA DESTRA ti mostri cose meravigliose:

6 le tue frecce sono acute, sotto di te sono i popoli,
  si scoraggiano i nemici del re

7 Il tuo trono, ELOHYM, dura per sempre;
  è scettro di rettitudine lo scettro del tuo regno.

8 Ami la giustizia e l’empietà detesti:
  perché ELOHYM, il tuo ELOHYM, ti ha consacrato con olio di letizia,
  tra i tuoi compagni.

9 mirra, aloe e cassia sono tutte le tue vesti,
  dai palazzi d’avorio ti festeggiano le cetre.

10 Figlie di re ti vengono incontro;
  alla TUA DESTRA è in piedi la regina, in ori di Ofir.

11 Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio,
  dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;

12 al re piacerà la tua BELLEZZA, poiché egli è il tuo signore:
  pròstrati a lui.

13 (la figlia di) Tiro ti reca doni, i grandi del popolo
  blandiscono il tuo volto.

14 La figlia del re entra con tutta la sua gloria,
  vestita di gemme e tessuto d’oro.

15 È guidata al re in preziosi ricami;
  le vergini compagne con lei, a te sono condotte;

16 guidate in festa ed esultanza entrano insieme nel palazzo del re.

17 Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli; li farai capi di tutta la terra.

18 Farò ricordare il tuo nome per tutte le generazioni,
   perché i popoli ti loderanno in eterno, per sempre.

Il genere letterario

Il Sal 45 è evidentemente un epitalamio regale, cioè un poema composto in occasione delle nozze del re. Esso ha dunque uno scopo di carattere «cortese»: celebrare l’avvenimento nella cornice della corte e del regno, celebrare la sposa del re, celebrare il re stesso. Tale triplice finalità è ovvia per una poesia di questo tipo, e infatti ci si potrebbe aspettare un componimento con molte immagini di repertorio tratte dalla natura, oppure semplicemente una descrizione minuziosa degli addobbi festivi e degli ornamenti degli sposi: un esempio «alto», ma che non rinuncia ad alcune amplificazioni baroccheggianti, è senz’altro il Ct 3 in particolare i vv. 6-11 (che presentano non pochi contatti con il nostro testo). Qui il culmine è appunto la descrizione del giovane re, contemplato seduto sulla lettiga d’onore, attraverso gli occhi trasognati delle fanciulle di Gerusalemme che escono per vedere il corteo nuziale:

Uscite figlie di Sion, guardate il re Salomone con la corona che gli pose sua madre, nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore (Ct 3,11).

L’autore del Sal 45 preferisce invece capovolgere la situazione e, pur indugiando su una descrizione calligrafica dei vestiti dei due sposi, fa culminare il poema con il momento dell’incontro tra il re e la sua prescelta, attraverso la duplice presentazione dei due cortei di accompagnamento, prima lo sposo-re e poi la sposa-principessa passando dall’uno all’altro quasi con stile cinematografico.
La notazione iniziale con cui il salmista dice di avere una lingua «come stilo di scriba veloce» rende ragione di questa scelta: la narrazione sciolta, l’accumularsi delle immagini e delle sensazioni (come, ad esempio, la registrazione dei profumi delle vesti al v. 9) rende la lettura del testo molto agile, tale da far passare in secondo piano alcuni particolari importanti per capire la scena descritta.

Due cortei che si incontrano

In effetti gli studiosi hanno sollevato su questo salmo alcuni problemi di carattere narrativo, assai importanti per capire la scena e dunque il contesto in cui l’azione descritta si svolge[2].
Infatti, almeno stando alle intuizioni di L. Alonso Schökel, possiamo vedere come la narrazione si componga di due (o più) scenari distinti. Da un lato, abbiamo la corte del re-sposo, con un evidente rimando a immagini di tipo militare, ma non è chiaro se il re e il suo seguito sia nel palazzo regale in attesa della sposa (vv. 9-10) oppure si stia muovendo a cavallo (v. 5) incontro al corteo della fidanzata. Dall’altro lato, abbiamo l’ingresso nel palazzo della sposa (v. 14) insieme alle sue damigelle.
Possiamo pensare a due cortei, il primo, quello militaresco dello sposo che giunge prima a palazzo e si mette in attesa del secondo, quello della sposa col cui arrivo culmina la festa.

La principessa-sposa e la regina-madre

Un altro punto abbastanza enigmatico è chi sia la «regina» in piedi vicino al re. Anche se molti hanno optato per l’idea che qui si tratti della sposa regale, ci sembrano assai convincenti le argomentazioni di Alonso Schökel che vede in questa figura la regina-madre. Infatti come potrebbe essere al v. 10 la sposa già arrivata, se poi al v. 15 essa viene condotta al re? E ancora, come starebbe «in piedi» alla sua destra, se poi al v. 12 le si chiede di prostrarsi?
Alonso Schökel cita a prova della sua interpretazione i costumi antichi d’Israele, che si muovevano in un contesto di carattere poligamico. In tal senso la «regina» importante non è la moglie del re, che per quanto «preferita» comunque si colloca tra molte, ma la regina-madre del sovrano: infatti essa è unica. Si può così vedere come viene descritta Betsabea (madre di Salomone) in 1Re 1,16.28 e in 1Re 2,19 dove il re Salomone colloca alla sua destra un trono per la madre. L’attenzione per la regina-madre è molto diffusa nella Bibbia; anche Ger 13,18 la presenta incoronata come il re. Questa presenza della regina-madre accanto allo sposo regale è amplificata nel Cantico dei Cantici, là dove, come si è visto, è lei che pone la corona in testa al figlio nel giorno delle nozze.
Un ultimo problema è a chi appartenga la voce che si rivolge alla sposa nei v. 11-12. Sono state avanzate molte proposte: un messo del re, il ninfagogo (colui che conduce la sposa dallo sposo), oppure un ignoto personaggio di corte. Forse però non c’è bisogno di introdurre personaggi di fantasia; può essere lo stesso salmista che nell’atto di contemplare la sposa e la sua bellezza, le ricorda come ciò che si sta compiendo per lei è una strada che la porrà in uno stato nuovo, in una vita diversa.
Rimane da sottolineare come in questo testo di straordinaria poesia, ci siano tanti elementi sensibili che creano un’atmosfera di commosso tripudio: il rumore dei cavalli (i vv. 4-5 sono pervasi da un accumulo sonoro di consonanti ebraiche k e b ), le musiche delle cetre, gli odori delle essenze, lo sfavillio degli abiti riccamente adorni e dei gioielli, e infine il lento e solenne movimento del corteo della sposa.

Analisi retorica

L’analisi retorica del salmo[3], mostra come le intuizioni di Alonso Schökel fossero pertinenti. Infatti il Sal 45 può essere suddiviso in quattro passi.
I due passi estremi (vv. 2 e 18) sono relativamente brevi e fungono da cornice all’intero salmo. In essi il salmista interviene direttamente e mostra il suo compito: in primo luogo, un compito laudativo e poetico (v. 2); in secondo luogo, il compito ben più arduo di far ricordare (v. 18) gli eventi attraverso i suoi versi. È legittimo qui chiederci se si tratta solo di un’«exegi monumentum aere perennius»di oraziana memoria!
I due passi centrali (vv. 3-8 e vv. 9-17), suddivisibili entrambi in quattro parti, compongono il corpo del poema. Essi scandiscono evidentemente la narrazione poetica in due scene:

- vv. 3-8:    il corteo dello sposo che arriva a cavallo;
- vv. 9-17: l’interno del palazzo regale dove giunge il corteo della sposa.

Questa suddivisione è suffragata dalla ricorrenza di alcuni termini che hanno una funzione retorica evidente.
Il primo brano (vv. 3-8) porta come termini estremi due espressioni: «tra i figli dell’uomo» (v. 3) e «tra i tuoi compagni» (v. 8), che delineano appunto il corteo che accompagna il re. Altre due espressioni introdotte da un «perché» (‘al-ken) collocate all’inizio e alla fine del passo designano[4] come «Dio» (Elohîm), e la sua benedizione che promana dalla consacrazione regale, sia causa della virtù e della gioia del re. Altre espressioni con funzione retorica all’interno del passo sono l’espressione «per sempre» ai vv. 3 e 7 e il termine«giustizia»ai vv. 5 e 8: essi danno una scansione parallela alle quattro parti in cui si suddivide il passo.

Il secondo brano (vv. 9-17) porta come termini estremi il vocabolo «palazzo» e il tema della «festa» (vv. 9 e 16). Così come nel passo precedente, anche qui troviamo all’inizio e alla fine due riferimenti al corteo di principesse e damigelle che accompagnano la sposa: le «figlie di re» (v. 10) e le «vergini compagne» (v. 15). La ripetizione insistente del termine «figlia» scandisce tutto il passo.
Possiamo osservare anche rimandi significativi tra i due passi: il termine «bellezza» ai vv. 3 e 12 e l’indicazione della «destra» del re ai vv. 5 e 10.

Uno scriba abile con la parola

Sulla scia dell’analisi retorica possiamo affrontare l’esegesi di questo salmo, partendo da quegli elementi che sono stati messi in rilievo.
Innanzitutto la funzione del salmista che appare nei due brevissimi passi estremi. Il v. 2 mette in evidenza l’ispirazione poeticadel salmista: essa è descritta in modo sintetico ed efficace. Il verbo «effonde» – si tratta dell’unica ricorrenza di questa forma verbale ebraica in tutto l’Antico Testamento – mette in evidenza lo stato d’animo del poeta: le belle parole nascono dal cuore, che nella Bibbia è sede dei pensieri e non solo dei sentimenti, e si cristallizzano in versi. L’espressione ebraica al plurale («parole») mette in evidenza proprio la composizione letteraria; mentre la recitazione («lingua») di questi versi corre fluente, come la perizia dello scriba che digita le parole sul papiro.
C’è una fortissima consapevolezza dell’opera che il salmista ha intrapreso, così inusuale nell’Antico Testamento. Questa parola è fortemente umana, anche se attinge ai vertici dell’esperienza artistica. Eppure proprio a fronte di questa consapevolezza poetica, il versetto finale – attraverso la ricorrenza delle espressioni «perché» e «per sempre», che nel corpo del poema sono fortemente coniugate con l’azione di Dio – fa evolvere lo scopo del salmo da una funzione solamente «cortese» a un componimento di ispirazione religiosa, ovviamente senza tradire la finalità primitiva. In definitiva, cantare la bellezza del re prode, valoroso e virtuoso nel giorno del suo matrimonio, insieme alla bellezza della sua sposa, che sarà madre dei suoi figli tra i quali nascerà il futuro re, non ha solo funzione di una celebrazione dinastica, ma apre anche uno squarcio nei confronti dell’azione di Dio, il quale attraverso i re, fedeli alla sua alleanza, compie la sua opera di verità e di giustizia.

Il ruolo di Dio nelle nozze del re

A riprova, possiamo notare all’interno dei due grandi passi centrali, altri interventi del salmista, meno espliciti, ma ugualmente significativi. Nel primo passo abbiamo ai vv. 3 e 8 l’esplicitazione della causa «divina», della parola di grazia che si diffonde dalla bocca del re e della sua opera di giustizia, radicata nella benedizione e consacrazione regale; nel secondo passo, poi, troviamo al v. 11 l’intervento del salmista rivolto alla sposa, che richiamandosi liberamente a Gn 2,24 («Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne»), collega lo sposalizio di corte alle narrazioni archetipiche di Israele, là dove è Dio stesso che viene presentato come ninfagogo della sposa (Eva) nei confronti dello sposo (Adamo).
Assumono importanza in questo contesto le ricorrenze: è da notare, infatti, la posizione chiastica (a-b + b’-a’) dei termini (bello - destra - destra - bellezza). La bellezza dello sposo e della sposa (una bellezza «esterna», adorna però di virtù interiori) è la base umana sulla quale è stabilito un retto agire del re in favore del popolo: la destra del re, valorosa in battaglia, e la presenza della regina madre alla destra del re, segno di una continuità dinastica in senso ascendente, afferma simbolicamente la saldezza dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, alleanza significata attraverso la saldezza del trono davidico[5].
In sintesi possiamo vedere come il tema della stabilità del trono, sul quale siedono coloro che sono unti re (vv. 7-8), si colleghi tematicamente con quello della stabilità dinastica assicurata dalla presenza della regina-madre e rinnovata attraverso il nuovo legame sponsale (vv. 9-10). Questi versetti costituiscono il vero nucleo tematico di tutto il salmo, che, imperniato su un evento di corte, si apre dunque alla contemplazione dell’azione di Dio «per tutte le generazioni» e anche alla possibilità di un’interpretazione di carattere messianico.
Il re, lo sposo, celebrato in questo salmo, non è semplicemente un certo re appartenente a una galleria storica di personaggi: egli è il «consacrato», l’unto per eccellenza, cioè colui che attraverso la benedizione incarna il volere divino. Il passaggio dalla celebrazione di un re storico alla profezia di un re futuro, ammantato di tutte le virtù necessarie per l’instaurazione e la difesa della giustizia, è certamente breve, ed è già tutto contenuto all’interno del testo di questo salmo.

Il Cristo incarna il «re-sposo»

Quanto abbiamo detto, senza dimenticare una tradizionale lettura messianica da parte dell’ebraismo, introduce subito la lettura che i primi cristiani hanno fatto di questo salmo.
Nella lettera agli Ebrei sono citati i vv. 7-8 del nostro salmo, in applicazione al Cristo, riconosciuto come «Figlio», quindi superiore agli angeli:

Del Figlio invece afferma: «l tuo trono, Dio, sta in eterno»; e: «Scettro giusto è lo scettro del tuo regno; hai amato la giustizia e odiato l’iniquità, perciò ti unse Dio, il tuo Dio, con olio di esultanza più dei tuoi compagni» (Eb 1,8-9) [6].

Tale interpretazione cristologica ci sembra legittima e non contraddice la lettura letterale del salmo: infatti, come si è visto, i simboli della nuzialità feconda, della difesa della verità e della giustizia nella mitezza, della bellezza regale, si possono schiudere a una comprensione più profonda che determina uno sguardo di eternità.
Sant’Agostino, nel commentare questo salmo, ci ha regalato una pagina di ineguagliabile bellezza che vale la pena di ascoltare e meditare:

Quel diletto è stato visto dai suoi persecutori, ma senza comprenderlo. Se lo avessero conosciuto, mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Egli stesso spingeva gli occhi degli altri a questa intelligenza, dicendo: «Chi vede me, vede anche il Padre» (Gv 14,9).Canti dunque lui questo salmo: rallegriamoci nelle nozze e saremo insieme a coloro che compiono le nozze, che sono invitati alle nozze; e gli stessi invitati sono la sposa. Infatti la sposa è la Chiesa, lo sposo Cristo. I retori sono soliti cantare certi carmi che si chiamano epitalami; a quelli che si sposano tutto quanto in essi si canta è in onore dello sposo e della sposa; forse che in queste nozze alle quali siamo invitati non c’è il talamo? E com’è che allora in un altro salmo si dice: «Nel sole haposto la sua tenda, ed egli stesso come sposo che esce dal suo talamo?» (Sal 18,6). È unione nuziale quella tra il Verbo e la carne: il talamo di questa unione è il seno della Vergine. Infatti la carne stessa si è unita al Verbo; per cui si dice anche: «Non più due, ma una sola carne» (Mt 19,6).La Chiesa è tratta dal genere umano, affinché il capo della Chiesa sia la carne stessa unita al Verbo, e gli altri credenti siano le membra di quel capo. Vuoi vedere infatti chi verrà alle nozze? «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio» (Gv 1,1).Si rallegri la sposa amata da Dio. Quando amata? Quando era ancora deforme. «Perché tutti hanno peccato – dice l’Apostolo – e hanno bisogno della gloria di Dio» (Rm 3,23). E di nuovo: «Infatti Cristo è morto per gli empi» (Rm 5,6).Deforme è amata, affinché non resti deforme. Non è amata infatti perché deforme, in quanto non è la deformità che è amata; se fosse amata, verrebbe conservata; ha eliminata la deformità, e ha creato la bellezza [7].

Guido Benzi


[1] Offriamo qui una nostra traduzione, con alcune indicazioni strutturali per un’analisi retorica.
[2] Uno studio abbastanza completo di queste problematiche si ha in L. Alonso Schökel - C. Carniti, I Salmi, vol. I, Borla, Roma 2001, 735-739. Si può anche vedere L. Alonso Schökel, «Simboli matrimoniali nell’Antico Testamento. I. L’amore cerca e trova», in G. De Gennaro (ed.), L’antropologia biblica, Dehoniane, Napoli 1981, 365-387.
[3] Per la terminologia retorica di passi, parti, brani e per le denominazioni funzionali dei termini all’interno delle singole unità testuali si fa riferimento al manuale di R. Meynet, L’analisi retorica, Queriniana, Brescia 1992.
[4] Cf. D. Scaiola, «Una cosa ha detto Dio, due ne ho udite». Fenomeni di composizione appaiata nel Salterio Masoretico, Urbaniana University Press, Roma 2002, 396.
[5] Si vedano al riguardo le promesse a Davide e alla sua dinastia in 2Sam 7.
[6] Una solida e ininterrotta tradizione patristica commenta questa citazione nella Lettera agli Ebrei, tra i più antichi: Ireneo, Contro le eresie, III, 6; Esposizione della predicazione apostolica, 47; Giustino, Dialogo con Trifone, LVI, 14; Tertulliano, Contro Praxea, XIII, 1-3; Eusebio, Dimostrazione Evangelica, IV, 15, 47-64. Cf. Alonso Schökel - Carniti, I Salmi, 746.
[7]Agostino, Enarratio in Psalmum XLIV, 3.


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