La tradizione ebraica e gli studi più recenti prendono in seria considerazione la divisione del Salterio in cinque libri, come una torà di Davide in risposta a quella di Mosè. Non si tratta però di raccolte antologiche di salmi, ma di composizioni che implicano una unità superiore a quella dei singoli testi. Ogni salmo, infatti, pur essendo un testo chiuso in se stesso con un profilo individuale, è anche aperto al contesto nel quale esso si trova nel Salterio e che gli dona un’aggiunta di senso.
Dopo i primi due salmi che fanno da introduzione, inizia il primo libro dei salmi, chiamato anche primo Salterio di Davide (Sal 3-41). Ogni salmo, infatti, è attribuito a Davide, esplicitamente dalle soprascritte «di/per Davide», oppure implicitamente mediante la combinazione con il salmo precedente (Sal 10 e 33)[1]. Gli antichi editori, collocando i salmi nella vita di Davide, l’organizzatore e ispiratore del culto di Israele (cf. 1Cr 15-16), offrivano ai fedeli la possibilità di entrare spiritualmente nel clima della «comunità davidica». In questo primo libro del Salterio sono state individuate quattro collezioni parziali: Sal 3-14; 15-24; 25-34 e 35-41[2]. A mano a mano che si progredisce nella loro lettura, appare sempre più chiaro come esse siano organizzate attorno al ritratto dei giusti che «cercano un rifugio nel Signore».
Un cammino nella notte della sofferenza e della povertà (Sal 3-14)
Nella prima unità di composizione, formata dai Sal 3-14, si trova una risposta sorprendente alla beatitudine per colui che «si rifugia» nel Signore, con la quale terminava il Sal 2. Il cammino dei giusti non sembra per niente benedetto, ma già al suo inizio entra nell’oscurità più completa. Il Davide – la comunità davidica – che recita questi salmi, non è più il re battagliero del Sal 2, che frantuma come vasi d’argilla i popoli, ma un umile servo del Signore perseguitato, malato e povero. Tuttavia in questa notte la comunità dei fedeli ha ancora la possibilità di orientarsi. Basta che essi sollevino gli occhi e guardino nel cielo «la luna e le stelle», fissate per loro dalle mani stesse del Signore. Il Sal 8 – un salmo di lode al centro di una serie di suppliche e lamentazioni – mette infatti in evidenza che il Signore non lascia in asso i «bimbi e i lattanti»: i sofferenti e perseguitati dei Sal 3-7 e i poveri dei Sal 9-14.
Nei Sal 3-7 c’è la coscienza certa che il Signore ascolta il lamento e la preghiera di chi è nel bisogno e non tarderà a dargli soccorso. L’orante di questi salmi risponde a una domanda: che cos’è l’uomo che si riconosce creatura di Dio? Anche sfigurato dalla malattia, disonorato da una falsa accusa, costretto a fuggire davanti al persecutore, egli può rivolgersi a Dio come «Signore, nostro Dio» (Sal 8,2.10), e sperimentare la propria dignità regale («Di gloria e di onore lo hai coronato»: Sal 8,6).
Che cos’è, invece, un uomo quando si distacca da Dio? A questa domanda rispondono nei Sal 9/10-14 tre tipi (gruppi) di persone: l’empio, lo stolto e i figli dell’uomo. Costoro si caratterizzano per quello che dicono: «Chi sarà nostro padrone?» (Sal 12,5) e «Dio non esiste» (Sal 10,4; 14,1). In tale situazione l’unica cosa che il fedele può fare è gridare quattro volte: «Fino a quando?» (Sal 13,2-3). E la risposta divina non si farà attendere, perché Dio, come Signore del mondo e giudice, dal cielo guarda verso gli uomini per restaurare l’ordine mondiale in favore dei poveri (Sal 11,4-6; 12,6; 13,4; 14,2).
Un cammino tracciato dalla parola del Signore (Sal 15-24)
Spesso si sottolinea come i Sal 15-24 costituiscono un’unità di composizione concentrica attorno ancora a un salmo di lode alla parola del Signore nella creazione e nella torà (Sal 19), con ai suoi estremi due liturgie d’entrata (Sal 15; 24), sopra le quali, a modo di un’antica torre a gradini mesopotamica, stanno due salmi di fiducia del singolo (Sal 16; 23), due suppliche individuali (Sal 17; 22), tre salmi regali di ringraziamento (uno da un lato, il Sal 18, e due gemelli dall’altro, i Sal 20 e 21). Il Sal 19 – alla sommità – è attorniato da tre salmi regali: parola del Signore e sua sovranità attraverso il re sono legati insieme. Verso questo centro convergono la prima (Sal 15-17) e la terza parte (Sal 22-24) dell’unità di composizione.
Gioia per la torà del Signore
Nei primi tre salmi della raccolta si risente l’eco di uno dei due motivi con cui si apre tutto il Salterio: la gioia per la torà (cf. Sal 1,2), considerata come un cammino verso l’intimità con il Signore. Innanzi tutto i Sal 15-17 sono legati da una parola chiave: «Non vacillare». In Sal 15,5 e in 17,5 non vacilla colui che compie la parola del Signore seguendo le sue orme. In Sal 16,8 si chiarisce il motivo fondamentale per cui l’orante non vacillerà: il Signore sta alla sua destra. Non è confidando nelle proprie forze che il fedele osserverà alla perfezione la legge, perché solo il Signore lo può far camminare (Sal 15,2a) sul «sentiero della vita» (Sal 16,11a).
La seconda parola chiave che unisce i Sal 15 e 16 è «abitare»: se in Sal 15,1 l’orante desidera abitare nel tempio a Gerusalemme, in Sal 16,9 il nuovo tempio è costituito dall’intimità con il Signore nella vita quotidiana fuori dal santuario. D’altra parte anche il Sal 15 può essere riletto alla luce del Sal 16: il vero culto gradito a Dio è una vita secondo la sua parola. Soprattutto la «notte» è il tempo del dialogo con il Signore nell’intimità della coscienza dell’orante (Sal 16,7; 17,3), che prega di «proteggerlo» come la pupilla dell’occhio all’ombra delle sue ali presso il tempio (Sal 17,8), ma anche nella vita quotidiana (Sal 16,1). Là egli percorre il suo «sentiero della vita» (Sal 16,11), lontano dai «sentieri del violento» (Sal 17,4): ha tenuto «saldi» i suoi passi (Sal 17,5) sulle orme lasciate dal Signore, che «tiene salda» (Sal 16,5) in mano la vera ricompensa.
L’orante appartiene al gruppo dei «protetti» (Sal 17,14) da Dio, loro «parte» di eredità, e si sente in contrasto con gli uomini di questo mondo (forse altri israeliti, più esposti all’influsso della mentalità pagana straniera), la cui «parte» è in questa vita (Sal 17,14). Infine, nella finale dei due salmi, letti insieme, si può intravedere l’intuizione di una possibile «sazietà» in una vita con Dio anche oltre la morte (Sal 16,11; 17,15). Il compimento della speranza di questi tre salmi si trova in Fil 1,21: «Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno».
Anche il re cammina secondo le istruzioni del Signore
La sezione centrale della raccolta è costituita dal Sal 18 e dai Sal 20-21, una coppia di salmi che si assomigliano come fratelli. In tutti questi salmi il re è la figura centrale. Tra di essi si è lasciato uno spazio per un poema di elogio alla torà (Sal 19,8-15), la quale manifesta la gloria del Signore in modo più evidente del fatto della creazione (Sal 19,1-7). Il Sal 18 non occupa a caso la posizione attuale, ma si trova nella linea dei Sal 15-17. Il Sal 15, infatti, pone le condizioni per l’ammissione nel tempio (cf. il «camminare integro» in Sal 15,2); nei Sal 16 e 17 l’orante vuole dimostrare che egli compie queste esigenze: si è tenuto lontano dal sincretismo per consacrarsi al servizio di Dio (Sal 16) e protesta la sua innocenza (Sal 17,3-5). Questo motivo è ripreso in Sal 18,21-31, dove l’orante rivendica di aver percorso alla perfezioneil cammino indicatogli dal Signore. Il camminare integro del fedele in Sal 15,2 significa una condotta che si attiene lealmente alla sua legge (cf. Sal 19,8): questo è anche il modo di comportarsi del re (Sal 18,24.31.33). Ed è l’atteggiamento che gli assicura la protezione del Signore secondo i salmi gemelli 20-21.
Perfino i popoli pagani vengono al monte del Signore a vedere il vero Israele
I Sal 22-24 formano il terzo gruppo dell’unità di composizione dei Sal 15-24. L’istruzione per l’entrata nel santuario (Sal 24,3-5) porta a termine un grande arco che ha il suo inizio in Sal 15, che risponde alla domanda: chi può stare alla presenza di Dio? Un motivo sembra stringere insieme questi tre salmi: il pellegrinaggio dei popoli. In Sal 22,28 si dice: «Torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli». In Sal 23,1 la metafora del «pastore» richiama la metafora del «re», e più avanti nel v. 5 («Davanti a me tu prepari una mensa») trova compimento la promessa del grande banchetto annunciato in Sal 22,27: «I poveri mangeranno e saranno saziati». E coloro che alla fine dei tempi verranno sul «monte del Signore» (Sal 24,3), sono – secondo il testo ebraico – coloro che vogliono vedere «il tuo volto, Giacobbe» (Sal 24,6b): sono, cioè, i popoli non israeliti. E a Gerusalemme i pagani verranno a vedere qualcosa di mai visto: la gloria del nuovo Davide (Sal 18) è in realtà quella del Servo sofferente (Sal 22), il vero Israele purificato dalle persecuzioni.
Gesù Cristo sul monte Calvario, fuori della porta della città di Gerusalemme, sacrificato su un «altare del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo» (Eb 13,10), sarà il nuovo tempio senza più sbarramenti, al quale avranno accesso tutti quelli che cercano Dio (Sal 24,6a), ebrei e pagani.
La comunità d’Israele riscopre il volto del Signore e la propria missione nel mondo (Sal 25-34)
Dopo l’unità di composizione dei Sal 15-24, strutturata in forma concentrica con al suo vertice un inno (Sal 19), nel primo Salterio davidico si trova un’altra composizione con ai suoi estremi due salmi alfabetici (Sal 25; 34)[3] e al suo centro ancora un inno (Sal 29), preceduto da tre suppliche (Sal 26; 27; 28) e seguito da tre salmi di rendimento di grazie (Sal 30; 31; 32), con l’aggiunta di una tehillà(Sal 33), un canto di lode e di ringraziamento.
Desiderio d’incontrare il re del mondo e il salvatore d’Israele
I tre primi salmi della raccolta sono collegati dalla medesima invocazione: «Pietà di me» (Sal 25,16; 26,11; 27,7). È solo la grazia del Signore, infatti, che sostiene il povero (Sal 25,16) – e la sua comunità – nella ricerca del volto del Signore nella casa di Dio (Sal 27,7), liberandolo dalla compagnia di quanti lo vogliono far deviare nel peccato (Sal 26,11), ma l’aiuta anche a continuare la sua ricerca nella vita quotidiana fuori del culto accettando l’istruzione del Signore contenuta nella torà e in particolare nell’insegnamento offerto in questa collezione parziale di salmi. Nel suo cammino di avvicinamento a Dio – al suo volto – l’orante fa una consolante scoperta: in realtà è Dio stesso che lo sta attraendo a sé. Egli può cercare Dio proprio perché da lui è già stato trovato (Sal 27,8-10)[4].
In conclusione, se l’orante dovesse rispondere alla domanda: «Chi è Dio per me?», direbbe: Il Signore è colui che, attraverso mille difficoltà della vita quotidiana, apre un sentiero «piano» (Sal 27,11b), verso la «spianata» (Sal 26,12) del tempio, dove si può benedire il Signore nell’assemblea dei fedeli.
Il tramonto degli dèi
Il vertice della terza raccolta è costituito dal Sal 29, che si presenta come un documento del tramonto degli dèi di Canaan e di quelli delle nazioni che dominano Israele nel postesilio. È una professione della vera identità di YHWH, Signore del suo popolo e di tutto il mondo, e quindi è anche una chiara presa di coscienza della vera identità d’Israele e della sua missione tra le nazioni.
L’orante del Sal 29 aspetta la salvezza solo dal Signore presente nel tempio di Gerusalemme, sperimenta la liberazione dalle sue varie difficoltà e ringrazia per l’aiuto che gli viene da quel luogo santo.
Il motivo del tempio presente in Sal 29,9 dà il tono ai salmi che precedono (Sal 26-28). In 26,8 l’orante dichiara di amare la casa dove dimora il Signore, il luogo dove risiede la sua gloria, e in Sal 27,4 chiede di abitare nel tempio tutti i giorni della vita per contemplare l’amabilità del Signore, ammirare il suo santuario e trovare là un «riparo» sicuro nel giorno della sventura (Sal 27,5). Egli prega tendendo le mani verso il Santo dei santi, da dove il Signore ascolta il suo grido (Sal 28,2). Nella grande teofania del Sal 29, il Signore manifesta tutta la sua gloria proprio nel tempio donando la sua «forza al suo popolo» (Sal 28,8; 29,11) e concedendogli la «benedizione» da lui invocata (Sal 29,11b; 28,9).
La missione dei poveri di YHWH nel mondo
Anche i canti di ringraziamento che seguono (Sal 30-34) hanno al loro centro il motivo del tempio, e sono da leggersi come una risposta alle preghiere dei Sal 25-28, piene di nostalgia per un incontro nel santuario con il Signore re degli dèi e del mondo e allo stesso tempo salvatore di Israele. Sono infatti una testimonianza concreta di come la bontà del Signore, celebrato nella liturgia (Sal 29), si manifesta nella vita concreta di ogni giorno: «La grazia circonda chi confida nel Signore» (Sal 32,10). I nemici lo deridono, tramano di togliergli la vita. È caduto dal cuore degli amici. La malattia gli consuma gli occhi, la gola e le viscere. Soprattutto il nemico interiore – il suo peccato – lo sta svuotando delle poche forze che gli rimangono (Sal 31). Eppure può ancora dire bene del Signore che lo risolleva: «Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia» (Sal 30,12).
Un gruppo particolare all’interno della comunità si distingue nell’affermare la vera identità del Signore e di Israele cantata nel Sal 29. Sono i «poveri», gli «umili», coloro che «temono il Signore», i «santi», i «fedeli» (Sal 34, cf. Sal 25). È un gruppo che aiuta tutta la comunità di Israele a percepirsi come un popolo «servo del Signore», liberato e inviato in mezzo alle nazioni nemiche. Non deve temere, perché «chi si rifugia in lui non sarà condannato» (Sal 34,23).
Il Sal 34, alfabetico, che chiude una parentesi apertasi con l’altro salmo alfabetico (il Sal 25), indica che l’ambiente di questa composizione non è ristretto entro i confini del culto, ma è diventato il cuore e l’esperienza del fedele lettore, che «medita» i salmi.
Il Sal 33 privo di soprascritta, sembra sia stato inserito dalla redazione postesilica direttamente dopo il Sal 32 come un nuovo commento al tema centrale della collezione espresso nel Sal 29: l’ascesa di YHWH a re universale e giudice del mondo dona ai «poveri» e agli «umili» degli ultimi tempi quella dignità che veniva loro negata dai falsi dèi (cf. Sal 33,13-14.19).
Lo scopo che i redattori hanno dato a questa collezione sarà raggiunto quando le piccole comunità cristiane disperse in mezzo a un mondo pagano, meditando questi salmi, scopriranno in essi una profezia dell’ascesa in trono di Cristo alla destra di Dio Padre, dal quale possono sperare perdono e salvezza.
Ma i problemi continuano (Sal 35-41)
La soprascritta degli ultimi sette salmi del primo libro del Salterio indica che per i redattori essi appartengono alla collezione davidica. Con il Sal 42, invece, inizia la collezione dei salmi dei figli di Core (Sal 42-49). Inoltre la dossologia finale del primo Salterio davidico (Sal 41,14) segnala anche il termine dell’unità di composizione (Sal 35-41).
Questi sette salmi chiariscono l’esperienza globale del povero sofferente. È perseguitato dal nemico, ma salvato dal Signore, che gli procura giustizia e salvezza (Sal 35). Ha ricevuto da Dio il dono del discernimento, con il quale può distinguere l’interpretazione della storia fatta dal peccato personificato da quella della parola di Dio che egli ascolta nella recita dei salmi. Solo in Dio e nella sua parola egli raggiunge la sorgente della vita. E solo la sua luce l’ha condotto a questa scoperta (Sal 36). Come uomo giusto e retto deve confrontarsi con gli empi, ma la sua relazione con il Signore l’aiuta a superare la prova e a farlo continuare per la retta strada (Sal 37). È sfidato dalle malattie come pena per i suoi peccati e i nemici attaccano la sua bontà (Sal 38). Il suo silenzio di fronte questa sofferenza non può continuare: la malattia deve essere riconosciuta e accettata come richiamo della fine dell’esistenza dell’uomo e del suo stato di provvisorietà (Sal 39). Così il povero, che cerca rifugio nel Signore, vive tra il ringraziamento e il lamento, tra salvezza e tentazione, tra peccato e legge del Signore nel suo intimo, ma alla fine il Signore lo proteggerà e lo manterrà in vita (Sal 40; 41).
Si pensa che la redazione finale di questa unità di composizione sia avvenuta nel tardo giudaismo, quando si faceva più serrato il confronto tra coloro che volevano vivere anche interiormente la torà del Signore, e chi era invece attratto dalla nuova cultura illuminista dei greci. Il re Davide, umile e sofferente, era diventato il modello di coloro che continuavano ad attendere l’intervento salvifico del Signore. Egli ricopiava in sé anche le caratteristiche del Servo di YHWH (Sal 35,27; 36,1), a cui è stato aperto l’orecchio perché non opponga resistenza agli insulti (cf. Sal 40,7 e Is 50,5-6). La lettera agli Ebrei vede realizzata questa figura in Cristo. Vi si cita il Sal 40 nella versione greca, che invece dell’espressione «gli orecchi mi hai aperto» ha «un corpo mi hai preparato» (Eb 10,5). Il nuovo culto si compie nel corpo risorto di Gesù Cristo, che secondo la lettera ai Romani è la comunità cristiana: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Il sacrificio che piace a Dio è la vita stessa della comunità in ascolto della parola del suo Signore.
Conclusione
I primi due salmi – il portale del Salterio – ci danno la chiave d’interpretazione anche del primo libro dei salmi. Fin dall’inizio l’ispirazione sapienziale e l’ispirazione profetica sono la duplice sorgente che fa dei salmi la partitura della vita del popolo ebraico ma anche di ogni uomo e donna.
Il contenuto e la struttura delle quattro raccolte che abbiamo individuato in questo libro fanno di questi salmi un canto nella notte in attesa che l’aurora generi al mondo il «sole di giustizia».
Se ne facciamo una lettura continua, scopriamo il cammino dell’uomo attraverso le tenebre. A mano a mano che avanza nel sentiero tracciato dal Signore, egli diventa sempre più cosciente della potenza distruttiva del peccato. Nel Sal 1,1, infatti, viene dichiarato felice l’uomo che prende le distanze dai peccatori, mentre nel Sal 32 si dichiara felice l’uomo il cui peccato viene perdonato. Il peccato rimane esterno all’uomo nel Sal 1, mentre si scopre che è nel cuore stesso dell’orante nel Sal 32. Addirittura in Sal 36,1 – secondo il testo ebraico – il peccato personificato parla come un falso profeta nel cuore di Davide. I salmi sono però diventati la torà dell’uomo. Essi sono parola di Dio in grado di smontare la falsa interpretazione della storia suggerita dal peccato. Sono la «luce» che rompe le tenebre della notte e illumina il sentiero giusto che lo conduce alla «sorgente delle vita» (Sal 36,10).
In questa lectio continua del primo libro dei salmi possiamo inoltre notare che vi è anche uno sviluppo del motivo del «regno», iniziato nel salmo secondo. Se nei Sal 18 e 20-22 si parla ancora di un re terreno, nei sal 23-24, 29 e 33 si parla di un re di Israele celeste, l’unico che tiene saldamente in mano le redini della storia mondiale ma anche quella della piccola comunità ebraica ospite nella sua casa (Sal 23).
Si può dire allora che il filo, che lega questo primo libro dei salmi (Sal 3-41), è il cammino di ricerca di un luogo di rifugio in Dio. Un cammino, però, che la comunità giudaica del postesilio sente di non aver ancora concluso. Esso inizia con una supplica (Sal 3). La scoperta della presenza di Dio fa nascere la fiducia (Sal 16; 23), che sfocia nella lode per il suo amore visibile nella creazione e nella storia (Sal 8; 19; 29), e nel rendimento di grazie (Sal 30-34). Ma i problemi continuano. È necessaria quindi ancora la supplica (Sal 40-41).