Lo studio dei salmi è stato fatto spesso, nel recente passato, secondo i generi letterari in cui le varie composizioni possono essere catalogate: secondo quel metodo, avremmo dovuto dedicare un fascicolo agli inni, un altro alle suppliche, e così via. Invece si è fatta la scelta di seguire l’ordine canonico dei salmi, valorizzando la composizione dell’intero libro: il Salterio, dunque, come è stato spiegato nel primo fascicolo, appare organizzato in cinque parti, che vengono generalmente chiamate «libri».
Pertanto, dopo il primo numero che conteneva un’introduzione generale, questo fascicolo di Parole di vita è dedicato alla presentazione del primo libro del Salterio, che comprende i Sal 3-41. Anzitutto uno sguardo complessivo all’intera sezione che comprende quattro collezioni parziali: Sal 3-14; 15-24; 25-34 e 35-41. A mano a mano che si progredisce nella loro lettura, appare sempre più chiaro come esse siano organizzate attorno al ritratto dei giusti che «cercano un rifugio nel Signore». È un cammino che la comunità giudaica del post-esilio sente di non aver ancora concluso. Esso inizia con una supplica (Sal 3); la scoperta della presenza di Dio fa nascere la fiducia (Sal 16; 23), che sfocia nella lode per il suo amore visibile nella creazione e nella storia (8; 19; 29), e nel rendimento di grazie (Sal 30-34). Ma i problemi continuano: è necessaria quindi ancora la supplica (Sal 40-41).
Gli altri articoli offrono delle esemplificazioni di commento, esegetico e spirituale, ad alcuni salmi di questo primo libro. Si comincia con il Sal 6, un classico esempio di supplica, che contiene l’invocazione rivolta da un malato a Dio, con la descrizione dello stato di sofferenza e l’espressione di fiducia nell’intervento divino. Il Sal 23, una delle perle più preziose del Salterio, esprime i motivi della confidenza e del pieno abbandono in Dio: di grande bellezza poetica, il salmo del Signore pastore e ospite affascina per la sua dolcezza e la spiritualità insuperabile. Arcaico e strano è, invece, il Sal 29, vertice innico della terza collezione: in esso il mistero di Dio, espresso nel simbolo della tempesta, richiama l’aspetto tremendo della trascendenza ineffabile del Signore e al contempo il fascino che emana dalla sua grazia, il mistero dell’amore che si effonde sui fedeli capaci di riconoscerne la gloria. Il Sal 30, quindi, ci fa compiere un importante passo in avanti, aiutandoci a scoprire che la lode non è un dovere o un semplice atto di riconoscenza, ma è la sovrana dignità della polvere: l’uomo liberato dalla fossa di morte ringrazia Dio con confidente intimità, vivendo la lode come il gioioso abito quotidiano dell’incontro con il «mio Dio». Infine, il Sal 40, al termine del primo libro del Salterio, anticipa il ringraziamento rispetto alla supplica, mostrando come sia proprio il ricordo del passato ad essere istruttivo per il presente.
In tutti questi esempi di commento, gli autori terminano il loro studio con alcune note per aiutare i lettori a pregare con le parole di quei salmi: in forza del loro uso nel Nuovo Testamento o attraverso le spiegazioni dei Padri e l’uso nella liturgia, queste antiche preghiere sono intese come preghiera di Gesù Cristo e, in comunione con lui, possono diventare espressione viva per l’orazione di ciascuno di noi.
Proprio a questo intento vogliono servire anche le rubriche che completano il fascicolo, per cogliere il ruolo centrale del Cristo nella preghiera dei salmi e l’impegno che la Chiesa ha posto nell’appropriarsi di questa orazione, per gustare la bellezza del simbolismo poetico e anche per trasmettere in una omelia il fascino della Parola.
Claudio Doglio