Il Vangelo di Giovanni indirizza lo sguardo del lettore verso il Trafitto, perché tale visione ha in sé la forza di attrarre tutti gli uomini (cf. 12,32; 19,37). Ma che cosa ha il Crocifisso di così attraente? Sulla croce si vede un condannato, morto, a cui non sono spezzate le gambe (19,31-33.36), ma che ha una ferita sul fianco da cui esce sangue e acqua (19,34.37). Probabilmente il soldato, col suo gesto, voleva accertarsi che Gesù fosse realmente morto (19,33-34); l’uscita del sangue e dell’acqua era il segno che veniva a confermare la morte di Gesù.
È evidente che la visione di un cadavere appeso non attrae nessuno; ma il testo giovanneo non permette di fermarsi a questo livello del vedere. In 19,35 l’autore attribuisce alla sua narrazione valore di testimonianza che ha come fine quello di condurre anche i lettori alla fede. Ora, la fede che egli vuole suscitare attraverso la comunicazione di ciò che ha visto (il Trafitto) non può avere come oggetto unicamente la morte di Gesù: il fatto che Gesù sia morto come, del resto, la morte di ogni uomo non costituisce oggetto di fede, è una constatazione, è un fatto che si sperimenta. Ciò che il testimone ha visto e comunica non è dunque solo il fatto che da un cadavere appeso a un patibolo esce del sangue e dell’acqua; egli è testimone perché in quel sangue e in quell’acqua ha visto qualcosa di più, tale da richiedere in lui una risposta di fede. Nel Trafitto (con sguardo insieme corporale e spirituale) ha riconosciuto e contemplato il mistero dell’opera di Dio, della vera identità di Gesù (8,28-29).
Per essere attirati è dunque necessario saper vedere, per scoprire ciò che veramente si è compiuto sulla croce. Scopo di questo articolo è quello di analizzare le indicazioni che il testimone ci trasmette per riconoscere, sul piano della fede, la verità della croce che fa di quell’evento l’esaltazione di Gesù, centro di attrazione universale, luogo di raccolta del popolo di Dio.
«Volgeranno lo sguardo»
Una prima indicazione offerta dal testimone per interpretare la scena della trafittura è il riferimento alla Scrittura:
...e un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (19,37).
Il testo citato è quello del profeta Zaccaria:
Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito (Zc 12,10).
In Zaccaria il riferimento al trafitto è posto in un contesto escatologico; in quel giorno Dio sconfiggerà le nazioni salite per combattere contro Gerusalemme (Zc 12,9) ed effonderà sul popolo uno «spirito di compunzione, di richiesta di perdono». La visione del trafitto (Zc 12,10) e il pianto sul personaggio misterioso (Zc 12,10-14) determinano una svolta nella storia. La penitenza e il lutto dispongono il popolo a ricevere il perdono dei peccati. In Gerusalemme si apre una fonte di acqua che purifica gli abitanti da tutte le loro iniquità (Zc 13,1).
La profezia di Zaccaria è stata ripresa nel Nuovo Testamento con sfumature, accentuazioni e scopi diversi (cf. Mt 24,30; Ap 1,7). Il senso della citazione in Giovanni va colta all’interno della teologia del quarto Vangelo nel quale la Scrittura viene letta complessivamente come «figura» che orienta alla verità, cioè a Gesù. Il senso, la verità del personaggio misterioso, trafitto nel giorno escatologico, la cui morte suscita il lutto, la penitenza e, quindi, la purificazione del popolo, si rivelano in Gesù. È verso di lui che tutti dovranno guardare per partecipare alla salvezza. Tale profezia va letta in continuità con gli altri testi giovannei che, nel corso del Vangelo, descrivono l’evento della crocifissione-innalzamento come evento escatologico, culmine dell’opera di salvezza (e di giudizio; cf. 12,31), luogo verso cui guardare per avere la vita (3,14), per conoscere chi è Gesù (8,28) e per essere attirati a Lui (12,32).
L’uscita dell’acqua dal suo fianco si collega con un altro testo giovanneo che annuncia, mediante il simbolo dell’acqua, il dono dello Spirito come frutto della glorificazione di Gesù:
Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato (7,37-39).
Alla luce di questi dati, la ripresa del testo di Zaccaria costituisce fondamentalmente un annuncio di salvezza ed è finalizzata ad aiutare il lettore a vedere la croce, cogliendone il valore salvifico.
Nel contesto del Vangelo di Giovanni la citazione di Zaccaria dovrà essere considerata anzitutto come interpretazione dell’universale forza salvifica che promana dal Crocifisso: colui che è stato innalzato vergognosamente sulla croce diventa, paradossal-mente, il Glorificato. Riguardando al senso originario del passo veterotestamentario si può anche dire: come un tempo i giudei «trafissero» Jahvé e proprio in questo modo si realizzò la svolta alla conversione e alla grazia, così l’Inviato di Dio, che sulla croce viene realmente «trafitto», diventa segno di salvezza per il mondo. Dal suo fianco perforato fluisce una corrente di vita e di benedizione[1].
Ma il ricorso a Zaccaria, dove si parla solo di trafitto, non fornisce la chiave per comprendere il senso della menzione del sangue e dell’acqua. D’altra parte, considerato il contesto e la solennità con cui in Giovanni è descritta la scena della trafittura, è poco probabile che sangue e acqua non abbiano, nelle intenzioni dell’evangelista, un contenuto da comunicare. Per cogliere tale contenuto si dovranno allora tener presenti i dati che il Vangelo stesso fornisce.
Il sangue e l’acqua
Il significato dell’acqua è più semplice da decifrare grazie al rapporto tra 19,34.37 e 7,38-39: nell’ultimo giorno della festa delle Capanne Gesù aveva promesso che dal suo seno sarebbero sgorgati fiumi d’acqua viva. In tal modo egli si presentava come il nuovo tempio preannunziato dai profeti (cf. in particolare Ez 47,1-12) da cui sarebbe uscita l’acqua che portava la vita. In 7,39 Giovanni precisa che Gesù, attraverso il simbolo dell’acqua, si riferiva allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti. Le parole di Gesù si realizzano sulla croce quando dona lo Spirito. Gesù, sulla croce, è il nuovo tempio e l’acqua che esce dal suo fianco è il segno della preannunciata effusione dello Spirito.
Prima di soffermarci ad approfondire lo sguardo sull’acqua che esce per comprendere il valore di quel dono e il senso della stretta dipendenza tra la morte di Gesù e la comunicazione dello Spirito, resta da interpretare l’altro segno consegnato dal testimone: l’uscita del sangue.
L’interpretazione dell’uscita del sangue è più complessa. Letto in coppia con l’acqua e in relazione alla profezia del trafitto (Zc 12,10), il sangue indica il valore salvifico della morte di Gesù. Interpretato in se stesso il sangue che esce rende evidente il fatto della morte di Gesù, ma colui che alza lo sguardo verso il Trafitto è guidato dal testimone a vedere – in una dimensione sensibile e insieme spirituale – ciò che si realizza con quella morte e che la rende necessaria per comunicare lo Spirito. Per giungere a questa visione è necessario riconoscere che cosa la morte, indicata dall’uscita del sangue, ha rappresentato, prima di tutto, per Gesù stesso.
Il Vangelo stesso fornisce gli elementi per giungere a tale visione-interpretazione. Nella descrizione della fine di Gesù, vengono evidenziati alcuni dati che permettono di scoprire come Gesù ha «vissuto» la sua morte, con che spirito l’ha affrontata. In tal senso il sangue è un simbolo che si riallaccia a due espressioni (19,28-30) che esprimono la coscienza con cui egli vive gli ultimi momenti: «Sapendo che già tutto era compiuto...» (19,28); «È compiuto» (19,30). Gesù ha coscienza che la sua morte è un compimento, una realizzazione.
Non è una cosa ovvia leggere la passione come compimento di un’opera da parte di Gesù. Egli infatti, nella passione, non agisce, è invece la vittima di un concatenarsi di avvenimenti negativi: il tradimento di un amico (13,21-30), la paura di un governatore romano (19,8), il rifiuto da parte del popolo (19,12-16). La passione è inoltre il momento della venuta del principe di questo mondo (12,31; 14,30; 16,11); la passione e la morte poi sono i segni dello scacco, della fine. Gesù vi appare come colui che è stato vinto, che non agisce più, non tanto come colui che porta a compimento un’opera. Ma non sono questi gli unici elementi per interpretare la passione e la morte.
È alla luce della verità profonda dell’operare di Gesù che è possibile spiegare la morte come compimento, realizzazione e non invece come ultimo atto che inaugura il tempo del silenzio, della non attività. Nel suo operare Gesù vive una totale adesione al Padre e raggiunge e manifesta, sul piano dell’agire, attraverso l’obbedienza, la sua vita filiale, la sua unità col Padre. Gesù guarda alla passione con la coscienza che essa è il calice che il Padre stesso gli ha dato (18,11), al di là delle cause contingenti che l’hanno provocata. La venuta del principe del mondo nell’ora della passione è vista da Gesù come l’occasione in cui il mondo potrà riconoscere che egli ama il Padre, in quanto fa tutto quello che il Padre gli ha comandato (14,31). La croce rappresenta dunque il culmine dell’obbedienza di Gesù al Padre e del suo amore per lui: non c’è infatti manifestazione d’amore più radicale del donare la propria vita (15,31) nella perfetta libertà (10,17-18). Gesù non subisce la morte, ma la «vive» come compimento; e la morte ha questo valore perché è il momento in cui l’operare di Gesù è in assoluta conformità con l’operare del Padre: affrontando la morte Gesù fa spazio al Padre, diventa segno perfettamente trasparente dell’amore del Padre, ne glorifica il nome (12,28). In tal modo egli realizza l’opera del Padre che dona il Figlio perché ama il mondo e lo vuole salvare (3,16).
Il sangue che esce dal costato di Gesù – simbolo della vita donata – è dunque il segno molto eloquente che sottolinea la necessità e il valore della sua morte: è il dono che egli fa della sua vita in radicale e libera disponibilità a condurre fino alla fine l’opera che il Padre gli aveva dato, opera d’amore e di salvezza per il mondo. Tale visione di fede a cui perviene l’interpretazione del sangue si apre a un duplice approfondimento; da una parte conduce alla dimensione teologica (trinitaria) della croce; dall’altra ne evidenzia la dimensione economico-salvifica.
Unità del Padre e del Figlio
Nell’obbedienza fino alla fine si compie l’unità tra Gesù, la Parola incarnata (1,14) e il Padre, quell’unità che il Figlio unigenito (1,18), la Parola, vive da sempre (1,1). L’evento della croce rinvia quindi «fino all’origine estrema: l’unità d’amore eterna e sostanziale tra Padre e Figlio al di sopra del mondo»[2].
Il sangue che esce dalla ferita, «visto» (interpretato) come il simbolo dell’obbedienza spinta fino alla fine, fino al dono della vita, rivela ciò che si compie sulla croce: Gesù va dove solo lui può andare: va al Padre; morendo sulla croce, riceve dal Padre quella gloria che, in quanto Figlio, aveva prima che il mondo fosse (17,5.24).
Colui che è guidato da Giovanni a vedere il Trafitto comincia a rendersi misteriosamente conto di quell’altra realtà da cui Gesù proviene.
Il dono dello Spirito Santo
Ma il compimento realizzato sulla croce non esaurisce il suo significato solamente sul piano del rapporto Padre-Figlio. La morte di Gesù si apre a una dilatazione universale: essa è intrinsecamente feconda (12,23). Ciò avviene perché la croce è, essenzialmente, un evento rivelatorio.
L’ultimo segno infatti, testimoniato solennemente da Giovanni, è il cuore aperto (19,34): il fine del peso del compito ricevuto dal Padre e del continuo far spazio del Figlio obbediente basta ad annunciare tutto intero il «nome» del Padre e ad espandere in modo esauriente tutta la sua magnificenza[3].
Tutta la vita e l’opera di Gesù sono state un continuo far conoscere il nome del Padre (17,4.26); nell’opera complessiva di rivelazione, il Trafitto costituisce la parola più eloquente, il segno più trasparente per conoscere il nome del Padre. Infatti nel «Figlio sempre meno suo e più dell’Altro»[4], nel Figlio che porta a compimento e rivela la sua vita filiale nel dono di sé in obbedienza al Padre per il mondo (3,16), amando i suoi fino alla fine (13,1; 19,30), il Padre glorifica il suo nome (12,28). Chi guarda Gesù sulla croce vede il Padre (cf. 14,9), impara da Gesù il nome del Padre. È per questa trasparenza che la croce è innalzamento, è l’esaltazione di Gesù.
La dimensione intrinsecamente rivelatoria della croce – è il compimento dell’opera svolta dalla Parola fatta carne – rende questo evento fecondo. L’innalzamento costituisce per Gesù il momento in cui egli, rivelando il mistero della sua identità (8,28-29), rende possibile ai credenti partecipare al dinamismo che ha animato la sua stessa vita.
La considerazione sul valore salvifico della croce ci rinvia nuovamente al Trafitto, alla ferita del costato e all’uscita del sangue e dell’acqua. Già è emerso, alla luce dei testi giovannei (in particolare di 7,38), che il simbolo dell’acqua richiama il dono dello Spirito, dono che Gesù fa agli uomini nel momento della sua morte. È l’approfondimento della natura di questo dono, alla luce dei dati offerti dall’evangelista, che permette di spiegare la fecondità della croce. Dire che Gesù dona lo Spirito significa riconoscere che Gesù trasmette ai credenti ciò che intrinsecamente gli appartiene: Gesù infatti è il nuovo tempio escatologico dove lo Spirito è sceso e rimane (1,32-33). Gesù lo può donare perché egli lo possiede in modo permanente, nella sua pienezza; lo Spirito che viene dato è lo Spirito di Gesù.
Comunicandolo, Gesù fa partecipare della sua stessa vita, quella del Figlio, che egli ha portato fino alla «fine» donandola in obbedienza alla volontà del Padre e per amore dei discepoli. In questa luce acquista significato la coppia di simboli sangue e acqua e anche la stessa successione dei termini: prima il sangue e poi l’acqua. L’effusione dello Spirito è infatti frutto del dono della vita che Gesù ha fatto in obbedienza al Padre e per amore degli uomini e di cui il sangue è simbolo, ed è finalizzato a comunicare la vita stessa di Gesù.
Grazie al dono del Paraclito anche a colui che sa guardare e credere nel Trafitto è possibile partecipare, con Gesù, alla relazione filiale che lo lega, in quanto Figlio, al Padre (cf. in modo particolare 14,1-28) e, quindi, essere animati dallo stesso dinamismo che lo ha condotto al dono della sua vita nel compimento della volontà del Padre e nell’amore per gli uomini (15,12-13).
La contemplazione (visione nella fede) del Crocifisso offre dunque un duplice dono a chi si lascia guidare dal testimone: la rivelazione della vera identità di Gesù (la sua gloria di Figlio) e la comunicazione del suo stesso Spirito che introduce il credente nella relazione che il Figlio ha con il Padre e con gli uomini.