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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario



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L’AUTORE E I SUOI DESTINATARI
Doglio C.

Il titolo: «Vangelo secondo Giovanni» è riportato sul frontespizio dei codici antichi, mentre nell’opera stessa il nome dell’autore manca. Tale informazione deriva dall’antica tradizione ecclesiastica che ha conservato la memoria vivente.

Le testimonianze della tradizione

Le prime notizie sul vangelo di Giovanni ci sono trasmesse da Ireneo, vescovo di Lione, nella sua opera fondamentale Adversus haereses, scritta intorno al 180 per combattere l’eresia gnostica. Proprio contestando il fatto che gli eretici cambiano i dati dei vangeli e insegnano cose che non sono lì presenti, ripetutamente cita la tradizione, la quale – in modo sicuro – garantisce la fede della Chiesa cattolica.
Il vangelo e tutti gli anziani, che vissero in Asia con Giovanni, il discepolo del Signore, attestano che queste cose le ha trasmesse Giovanni, che rimase con loro fino ai tempi di Traiano (Adv. Haer. II,22,5).
Poi anche Giovanni, il discepolo del Signore, quello che riposò sul suo petto, pubblicò anch’egli il vangelo, mentre dimorava a Efeso in Asia (Adv. Haer. III,1,1).

Ireneo, dunque, identifica Giovanni con il discepolo del Signore, con colui che riposò sul suo petto. Afferma che abitava in Efeso, capitale dell’Asia e che pubblicò il vangelo. Non usa il verbo «scrivere», ma dice «edidit»: usa cioè il verbo dell’edizione, che significa emettere, pubblicare, divulgare. Giovanni è riconosciuto come l’autore del vangelo, perché ha fatto crescere la tradizione di Gesù.

Un altro testo importante di Ireneo è nella Lettera a Florino, citata da Eusebio nella sua Storia ecclesiastica. Florino è un compagno d’infanzia di Ireneo, divenuto poi gnostico; a lui Ireneo indirizza una lettera per invitarlo a cambiare idea. Gli ricorda l’infanzia comune e l’apprendimento della tradizione antica dalla bocca di Policarpo. Scrive Ireneo:

Io ti potrei dire ancora il luogo dove il beato Policarpo era solito riposare per parlarci, e come esordiva, e come entrava in argomento; quale vita conduceva, quale era l’aspetto della sua persona; i discorsi che teneva al popolo; come ci discorreva degl’intimi rapporti da lui avuti con Giovanni e con gli altri che avevano visto il Signore, dei quali rammentava le parole udite intorno al Signore, ai suoi miracoli, alla sua dottrina. Tutto ciò Policarpo l’aveva appreso proprio da testimoni oculari del Verbo della vita, e lo annunziava in piena armonia con le Sacre Scritture (St. Eccl. V, 20, 4-6).

Questo passo ci permette di riconoscere i vari anelli della tradizione: Ireneo giovane ha conosciuto Policarpo anziano, il quale a sua volta è stato discepolo di Giovanni. In questo modo possiamo dire di avere delle informazioni dirette sull’origine del quarto vangelo.

Un altro testimone antico molto importante è Papia, vescovo di Gerapoli, nel II sec.; la sua testimonianza ci è conservato da Eusebio. Ecco come si esprime Papia:

Non esito ad aggiungere ciò che ho appreso bene dai presbiteri e ho conservato nella memoria [...] Se m’imbattevo in chi avesse avuto consuetudine coi presbiteri, cercavo di conoscere le sentenze dei presbiteri, ciò che avevano detto Andrea o Pietro o Filippo o Giacomo o Giovanni o Matteo o qualche altro dei discepoli del Signore; ciò che dicono Aristione e il presbitero Giovanni, discepoli del Signore. Io ero persuaso che il profitto tratto dalle letture non poteva stare a confronto con quello che ottenevo dalla parola viva e durevole (St. Eccl. III, 39, 1-4).

Il fatto di nominare due volte il nome di Giovanni ha fatto pensare a due persone diverse con lo stesso nome; ma forse si può intendere che Giovanni sia l’unico degli apostoli che Papia abbia potuto incontrare personalmente e il titolo «presbitero» (cioè: anziano) sta a indicare, oltre l’avanzata età, soprattutto la grande autorevolezza del personaggio.

Leggiamo altre antiche testimonianze della tradizione latina. Il Canone muratoriano del II sec. così si esprime:

Il quarto dei vangeli è di Giovanni. Mentre lo esortavano i condiscepoli e i suoi vescovi, disse: «Digiunate con me oggi per tre giorni e se qualcuno avrà una rivelazione ce lo diremo l’uno all’altro». In quella stessa notte fu rivelato ad Andrea, uno degli apostoli, che, mentre tutti dovevano essere d’accordo, Giovanni a nome suo avrebbe scritto tutto.

Questo testo, a parte il tono leggendario, offre il fondamento all’ipotesi di una comunità giovannea radunata intorno all’apostolo.

Il Prologo anti-marcionita afferma:

Il vangelo di Giovanni è stato manifestato e dato alle Chiese da Giovanni quando era ancora nel corpo. Papia, vescovo di Gerapoli, discepolo caro a Giovanni, nei suoi cinque libri esoterici in modo retto scrisse il vangelo sotto dettatura di Giovanni.

Infine, il Prologo monarchiano annota a proposito di Giovanni:

Scrisse questo vangelo in Asia dopo aver scritto a Patmos l’Apocalisse.

Anche ad Alessandria d’Egitto, nel III sec., gli studiosi riconoscono che Giovanni è l’ultimo della serie, che ha scritto su invito dei conoscenti e che il suo vangelo è spirituale. È importante, a questo proposito, l’affermazione di Clemente Alessandrino, anch’essa riferita da Eusebio:

Nei medesimi libri Clemente riporta la tradizione circa l’ordine della composizione dei vangeli, tradizione che è derivata dagli antichi presbiteri [...] Ultimo poi Giovanni, vedendo che negli altri vangeli era tratteggiato il lato umano (ta somatiká) della vita di Cristo, assecondando l’invito dei discepoli e divinamente inspirato dallo Spirito Santo, compose un vangelo, che è veramente spirituale (pneumatikón) (St. Eccl. VI, 14, 7).

Da questo momento non si trova nella tradizione nulla di nuovo. I grandi Padri del IV e V sec. citano sempre e solo queste fonti, che abbiamo passato in rassegna.

Si ha pure notizia di qualcuno che nell’antichità ha negato la paternità giovannea al quarto vangelo, ma si tratta di insignificanti esponenti di piccoli gruppi ereticali, quali il presbitero romano Gaio e la setta degli «alogi».

Tempo e luogo di composizione

Secondo i dati tradizionali, non smentiti da alcuna seria obiezione, Giovanni e la sua comunità vivevano a Efeso, capitale della provincia d’Asia. Con questo non si vuole certamente affermare che Giovanni abbia trascorso tutta la vita a Efeso: non è nato lì e non sappiamo quando vi sia arrivato.

Negli anni 54-57 a Efeso ha soggiornato Paolo e nessuna notizia lascia presupporre la presenza di Giovanni. Le lettere a Timoteo vengono mandate a questi in quanto «vescovo» di Efeso: se in quel periodo nella città ci fosse stato Giovanni, difficilmente poteva essere considerato capo della comunità Timoteo. Ci possiamo quindi spingere oltre l’anno 60 e affermare che Giovanni può aver vissuto a Efeso gli ultimi 20-30 anni della sua vita, verso la fine del I sec. Pertanto, siccome il vangelo non è nato in pochi giorni, è possibile pensare che la composizione di molte parti della narrazione sia avvenuta in precedenza e in altri luoghi. Resta certa, tuttavia, l’ambientazione della stesura definitiva del quarto vangelo nell’ambiente efesino.

Per quanto riguarda la data di composizione, dobbiamo ricorrere ancora una volta alle informazione che ci hanno tramandato i Padri della Chiesa: secondo un’opinione unanimemente diffusa Giovanni è stato l’ultimo vangelo a essere messo per iscritto. Come abbiamo già detto, secondo un’indicazione di Ireneo, Giovanni visse fino al tempo dell’imperatore Traiano (98-117): quindi, l’ultima stesura del vangelo può essere collocata negli anni 90-100 del I sec.

Per chi e perché Giovanni ha scritto?

La questione che stiamo per analizzare è uno degli argomenti che ha interessato di più gli studiosi giovannei e quindi le opinioni in proposito si sono moltiplicate. Cerchiamo di dipanare la complicata matassa con alcune affermazioni semplici e fondamentali.

Il fine remoto per cui un apostolo scrive un vangelo è quello di custodire la tradizione e offrirne un’interpretazione. Si mette per iscritto la predicazione quando ormai è maturata l’idea che il mondo non sta per finire da un giorno all’altro e – di conseguenza – si sente la necessità di testi che conservino la tradizione orale. Queste opere scritte ovviamente comprendono i contenuti che interessano di più la comunità cristiana, cioè i testi che servono per formare i credenti e difendere la comunità, e anche per annunciare la fede a chi ancora non la conosce.

Questi tre scopi – formativo, apologetico e missionario – non sono dunque alternativi e non si escludono a vicenda. Possono benissimo stare insieme; la stessa pagina può essere usata con finalità missionaria, se l’uditorio non è credente, o con finalità formativa, se l’uditorio è credente. Inoltre avendo una lunga storia di composizione, è seriamente ipotizzabile una presenza di fini diversi a seconda degli stadi diversi della composizione.

Alla fine del racconto di Giovanni, però, troviamo una dichiarazione esplicita dell’evangelista:

Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (20,30-31).

Il fine principale della stesura scritta del vangelo, dunque, è la fede dei destinatari. E l’oggetto di questa fede è Gesù Cristo, Figlio di Dio, esattamente come si esprime Marco all’inizio del suo vangelo (Mc 1,1). Ma decisivo per Giovanni è il rapporto fede-vita: infatti, solo attraverso l’adesione completa al Cristo è possibile ottenere la vita in pienezza. L’obiettivo ultimo a cui tendere è la vita, ma la strada per giungervi è la fede nel Figlio di Dio.

Un problema testuale, però, evidenzia una possibile sfumatura di intenti. Negli antichi testi greci la formula «perché crediate» è riportata in due modi: nella forma pisteuēte e in quella pisteusēte. Nel primo caso si tratta di un presente, che indica continuità dell’azione, e quindi significa «continuare a credere»: l’intento, dunque, sarebbe quello di incoraggiare la fede di chi ha già aderito al Signore Gesù. Nel secondo caso, invece, si tratta di un aoristo, che in greco esprime piuttosto una sfumatura di evento puntuale e ingressivo, per cui il significato dell’intento sarebbe quello di «iniziare a credere».

Fra i due, il primo sembra più attendibile, perché corrisponde meglio al tono generale dell’opera giovannea e rispetta alcuni indizi che orientano in questa direzione. Infatti Giovanni insiste sulla necessità di «rimanere» attaccati e fedeli (cf. 8,31; 15,17), nonché di «conservare» (cf. 8,51.52; 14,15.23.24) la parola e l’insegnamento che sono stati trasmessi. Difficilmente questi discorsi sono rivolti a principianti. Inoltre è fondamentale la visione di una escatologia realizzata, secondo la quale la comunità cristiana vive già adesso i beni escatologici della salvezza («È giunta l’ora ed è questa..»); infine, è decisiva la ricchissima presenza di segni sacramentali, con chiaro riferimento a quegli elementi con cui il credente vive nel tempo l’esperienza di Gesù Cristo, come pure l’insistenza sullo Spirito Santo, i cui doni la comunità sperimenta nella vita quotidiana.

Si può, dunque, affermare con buona sicurezza che lo scopo principale di Giovanni sia quello di formare i credenti, cioè persone già avanzate nella fede; l’autore vuole radicare più profondamente nella fede coloro che già credono. Non si tratta, dunque, di un testo di primo annuncio, destinato alla prima evangelizzazione, ma piuttosto di uno strumento di formazione e di maturazione. Nella tradizione patristica si era teorizzata una distinzione dei quattro vangeli secondo il cammino del credente: se Marco è il vangelo dell’iniziazione cristiana, rivolto soprattutto ai catecumeni, Matteo e Luca costituiscono i testi di formazione per comunità cristiane già configurate ma in crisi; invece Giovanni rappresenta il vertice del cammino, il vangelo della perfezione e della contemplazione, rivolto a cristiani maturi, desiderosi di approfondimento.

Altri scopi e altri destinatari

In secondo ordine possiamo individuare anche altri scopi e altri potenziali destinatari, ma non tali da caratterizzare pienamente il vangelo di Giovanni.

In alcuni versetti s’intravede un intento apologetico, di difesa del Cristo contro i seguaci di Giovanni il Battista. Effettivamente sono presenti dei testi che sottolineano la superiorità di Gesù nei confronti del Battista (cf. 1,8-9.20.30; 3,28.30; 10,41), ma, nonostante tutto, Giovanni ha un posto d’onore nel racconto e lo scopo apologetico non può essere quello principale.

Alcune particolari sottolineature fanno intuire qualche intento di controversia e di polemica: la tradizione patristica ha accennato a un fine polemico contro cristiani eretici, mentre gli studiosi moderni notano piuttosto un’insistenza polemica contro i giudei increduli, quelli cioè che non hanno voluto riconoscere Gesù come il Messia.

Secondo Ireneo, il vangelo di Giovanni fu scritto contro Cerinto, un eretico dell’Asia Minore con inclinazioni gnostiche (Adv. Haer. III,11,1); eppure nel vangelo c’è poco per confutare queste idee, mentre è possibile che tale polemica sia presente nella prima lettera di Giovanni. Girolamo aggiunge che Giovanni ha scritto anche contro Ebione e gli altri che negano la carne di Cristo: ma Ebione non è personaggio storico, bensì emblema degli «ebioniti», cristiani rimasti ebrei, improbabili destinatari del quarto vangelo. Alcuni autori moderni, infine, intravedono nelle intenzioni di Giovanni una polemica contro il «docetismo», cioè la tendenza a negare la realtà dell’incarnazione, accettando solo l’apparenza umana del Cristo: testi anti-doceti possono essere considerati l’affermazione della carne assunta dal Logos (1,14), il realismo eucaristico di 6,51-58 e la trafittura del costato (19,34); ma non può essere questo l’intento determinante.

Anche la polemica contro i giudei increduli è presente nel racconto di Giovanni, grazie a un clima di forte contrapposizione fra «chi crede» e «chi non crede»; in questi casi la questione riguarda sempre il Messia Gesù. Mentre il termine «Israele» è positivo (cf. 1,31.47), Giovanni usa per ben 70 volte la formula «i giudei» con valore negativo, intendendo soprattutto le autorità religiose ostili a Gesù. È probabile che la situazione storica posteriore all’anno 70 e il forte contrasto tra Chiesa e Sinagoga abbiano influenzato questa impostazione dualista di contrapposizione, dove la discriminante è costituita dal riconoscimento di Gesù come Messia.

Infine, alcuni passaggi lasciano presupporre una volontà di annuncio e di incoraggiamento: si è ipotizzato un voluto appello ai giudeo-cristiani della diaspora perché scelgano decisamente il Cristo, staccandosi dalla Sinagoga (cf. 12,42-43; 19,38); e si visto anche nel quarto vangelo un’intenzionale apertura missionaria rivolta ai pagani, dati i numerosi richiami all’universalismo (1,9.29; 3,17; 12,32) e i riferimenti specifici ai pagani da salvare e raccogliere nell’unico ovile (cf. 4,35.42; 7,35; 10,16; 11,52; 12,20-21).

Anche in questi casi bisogna riconoscere che i toni polemici ci sono, così come le aperture missionarie, ma non costituiscono il motivo principale del quarto vangelo, che è diretto al credente, senza distinzione di origine, col fine di aiutarlo a rimanere nella fede per avere la vita.

Claudio Doglio


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