«C’era una volta nella terra di Uz...». Sembra di leggere l’inizio di una fiaba di Andersen e, difatti, potrebbe esserlo se non ci trovassimo tra le mani, anziché un libro per bambini, la storia biblica di Giobbe...
Giobbe il paziente, l’uomo provato da Dio, il credente incrollabile: si affollano gli epiteti per questa figura che, molto più di altre provenienti dalla storia biblica, appartiene da sempre all’immaginario collettivo, credente e non; un successo decretato dalla storia dell’arte di tutti i secoli. Ma da dove nasce questo successo? Che cosa fa di Giobbe un primo attore della letteratura mondiale? La singolarità compositiva del testo offre, in realtà, numerose risposte: una cornice narrativa brillante, efficace, impressionante nella sua capacità di imprimersi rapidamente nella mente dei lettori; un immaginario poetico vibrante, che raggiunge altezze vertiginose; una tematica universale, capace di parlare all’uomo di ogni tempo quanto poche altre.
1. La cornice del racconto
Il piacere della lettura comincia proprio in quell’inizio tra il mitico e il fiabesco («C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male...») che dà l’avvio ad una sorta di sacra rappresentazione, avente come protagonisti, oltre ad un ignaro Giobbe, persino Dio in persona e l’avversario di sempre, l’accusatore, il satana. Ed ecco allestirsi davanti ai nostri occhi due scenari, uno in terra e l’altro addirittura in cielo. Sì, perché la cornice in prosa si muove magistralmente tra questi due piani, terrestre e celeste, mettendo il lettore in grado di guardarli entrambi in campo lungo: offrendogli, in pratica, la stessa prospettiva di Dio... Con questa mossa accattivante il racconto procede e ci avvinghia alle sorti altalenanti di quest’uomo, in balia di inedite ‘scommesse’ divine.Ma procediamo con ordine. Può aiutarci organizzare il prologo secondo l’alternanza dei due piani d’azione, ricavandone lo schema seguente:
c. 1 vv. 1-5 prologo in terra
vv. 6-11 prologo in cielo
vv. 13-22 in terra: le prove di Giobbe (I). La perdita delle ricchezze:
– i buoi e le asine (13-15)
– le pecore e i guardiani (16)
– i cammelli e i guardiani (17)
– i figli e le figlie (18-19)
reazione di Giobbe e giudizio del narratore (20-22)
c. 2 vv. 1-6 prologo in cielo
vv. 7-10 in terra: le prove di Giobbe (II). La perdita della salute:
– la piaga maligna (7-8)
– la provocazione della moglie (9)
reazione di Giobbe e giudizio del narratore (10-11)
vv. 11-13 in terra: intervento dei tre amici
Come appare dallo schema, le corrispondenze tra i due piani, nonché i richiami tra le varie fasi di una stessa ambientazione, sono numerose, e se al lettore moderno e smaliziato possono risultare spesso ripetitive o martellanti, sono esse a decretare l’efficacia narrativa del prologo.
Il prologo in terra
La presentazione di Giobbe non sarebbe potuta essere più esemplare: il nostro eroe di Uz[1] è introdotto da due endiadi, la prima di attributi («integro e retto»), la seconda di predicati («temeva Dio ed era alieno dal male»): praticamente perfetto! Di questo giudizio morale così impegnativo il narratore si assicura un garante d’eccezione, tant’è che in 1,8 e 2,3 è Dio stesso a parlare di Giobbe nei medesimi termini dell’introduzione. Non solo: come se non bastasse, dopo aver elencato le ricchezze infinite di quest’uomo[2] e averlo definito «più grande tra tutti i figli d’Oriente», il narratore ci mostra Giobbe in opera mentre purifica i figli dopo i frequenti pranzi comuni (una famiglia davvero prospera, unita e felice) e offre olocausti per le eventuali offese che possono aver arrecato a Dio.
Sembra non ci sia spazio per alcuna complicazione in questo inizio: l’equilibrio appare inattaccabile da qualsiasi negatività, tanto quanto il nostro protagonista è lontano dal male. E invece...
Il prologo in cielo
E invece, durante un’assemblea celeste, il satana si presenta al cospetto di Dio. Ha un ruolo singolare questo personaggio, che erroneamente identificheremmo con il maligno o Satana (scritto con l’iniziale maiuscola): se, infatti, nel racconto egli non raccoglie certo le simpatie dei lettori (è una specie di avversario o di spia, che cerca di insinuare in Dio il dubbio sulla sua migliore creatura), va tuttavia detto che il suo ruolo nell’ingranaggio del racconto è fondamentale. Senza di lui, praticamente, il dramma non inizierebbe: serve un oppositore che crei un ostacolo al cammino del nostro eroe affinché la storia proceda.
Ed ecco il suo provocatorio andare al cospetto di Dio, dopo un giro di perlustrazione della terra. Ad un certo punto sembrerebbe quasi che sia Dio a cercare la sfida («Da dove vieni?... Hai posto attenzione al mio servo Giobbe?») e il satana non perde occasione di lanciare il sospetto: Giobbe non teme Dio hinnām[3]; egli è tanto integro e pio perché il Signore lo ha protetto con la sua benevolenza. L’immagine usata dal satana è quella di una siepe (śûk) con la quale Dio avrebbe protetto Giobbe, la sua casa e tutto quanto è suo[4].
Fanno così il loro ingresso nel racconto due tematiche dominanti l’intera narrazione: l’opposizione benedizione/maledizione, da un lato, e la gratuità della fede dall’altro. Ne vedremo lo sviluppo assieme al procedere del racconto, ma possiamo notare immediatamente che la provocazione del satana riprende ironicamente la benedizione (1,11: «Tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia»), con una sorta di eufemismo per dire, senza affiancare maledizione e persona divina, che Giobbe non esiterà a rinnegare il suo Dio all’arrivo delle sventure[5]. Ma il Signore scommette, fiducioso, sulla sua creatura e permette la prova: concede al satana un potere di intervento, escludendone per il momento la persona fisica di Giobbe.
Al lettore, adesso, il gusto di scoprire chi vincerà.
In terra: le prove di Giobbe (I)
Le prove inviate dal satana a Giobbe fanno quasi impallidire il racconto delle dieci piaghe che preparano l’esodo, tale è la rapidità con cui si succedono e il ritmo quasi parossistico con il quale il racconto le presenta. La stilizzazione degli episodi è evidente; il racconto è ripetitivo, la trama è identica per tutte le scene:
– introduzione
– ingresso del messaggero
– racconto della sciagura
– conclusione: «Sono scampato io solo che ti racconto questo».
L’intreccio lascia senza fiato: il primo messaggero non è ancora uscito di scena («Mentre egli ancora parlava...»), che già gli si avvicenda il secondo, e così per tutti gli altri. Al loro numero – quattro è il numero biblico della totalità dei mali[6] – fanno da contraltare i cinque verbi del v. 20 aventi Giobbe come soggetto e racchiusi tra un suo alzarsi e cadere (le piaghe cadono sui beni del protagonista, che cade al suolo: la prossemica della sezione è molto efficace), ma l’atteggiamento finale è atteggiamento di preghiera, non di prostrazione, come le parole che egli pronuncia:
«Nudo uscii dal seno di mia madre, nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore» (1,21).
Giobbe benedice il Signore realmente, senza il sarcasmo insinuato dal satana; la sua storia si fa tra il dare e il togliere apparentemente inspiegabili di un Dio che si riconosce ancora come Signore. In poche righe il suo destino si è capovolto, eppure egli resta fedele; e il narratore lo esplicita ancora, al v. 22, con un giudizio morale di irreprensibilità assoluta[7].
Non c’è che dire: la prima manche è vinta da Dio!
II prologo in cielo: la sfida ricomincia
In questa seconda fase, con cui inizia il c. 2, assistiamo a una sorta di reduplicazione degli eventi della prima, tuttavia intensificati. Fino al v. 3 si ripete, identica, la scena dell’assemblea celeste comprendente il satana, al quale Dio rivolge la nota domanda sui risultati della sua ‘indagine’ terrestre, con il riferimento esplicito a Giobbe e alla sua integrità.
Prima aggiunta: il Signore ribadisce con orgoglio che la sua migliore creatura è ancora salda, nonostante i gratuiti (cf. 1,9) attacchi provocati dal satana. Questi, tuttavia (come connaturato al suo ruolo), non cede, ma insiste con un sorta di detto proverbiale, insinuando che Giobbe ha resistito, perché non è stato provato personalmente. Qualora venisse toccato nella carne, certamente maledirebbe il suo Dio (cf. 1,11)!
E nuovamente Dio gli permette di passare all’azione. Si noti, però, che il potere concesso dal Signore al satana non è mai totale. Anche qui viene posto un limite a ciò che l’accusatore potrà fare contro Giobbe: la sua vita deve esser preservata. La superiorità finale di Dio resta indiscussa.
In terra: le prove di Giobbe (II)
La seconda serie di prove – in realtà si tratta di un’unica piaga maligna, espansiva e devastante, ma non ulteriormente specificata – causa a Giobbe la perdita della salute. L’immagine del v. 8 sembra trasmettere un senso di profonda desolazione, con Giobbe seduto su un cumulo di cenere (il verbo yāshab indica un sedere permanente, come un soggiornare) a grattarsi con un coccio.
Anche dopo la seconda prova, dunque, ritroviamo l’involontario co-protagonista del nostro dramma in una condizione di abbassamento e prostrazione. Ma basta la provocazione della moglie a farne emergere nuovamente la statura.
Non è necessario cercare di giustificare con motivazioni di ordine psicologico l’asprezza della provocazione della donna[8], giacché il suo personaggio svolge essenzialmente una funzione narrativa di opposizione, di novella piaga, di controfigura dell’accusatore, tant’è che anch’ella usa il blasfemo eufemismo pronunciato già due volte dal satana, «Benedici Dio e poi muori!» (2,9). La provocazione crea lo sfondo per l’ennesima dichiarazione di fede di Giobbe, non architettonica come la precedente, ma ugualmente intensa e, data la forma interrogativa, forse più problematizzante. Anche nelle parole di Giobbe il bene (tôb) e il male (ra‘), e la gratuità che si fa nell’accoglienza dell’uno come dell’altro.
A questo punto il narratore pone l’ennesimo giudizio di approvazione – più sintetico di 1,22 – a suggello della nuova vittoria di Giobbe e, in lui, di chi su di lui ha scommesso, Dio in persona. Il satana scompare completamente di scena e la sfida sembra ultimata. Ma all’orizzonte, in vesti amiche, si profila una nuova prova...
Per Giobbe – e per il racconto – non è ancora la fine.
In terra: intervento dei tre amici
Il micro-episodio dei vv. 11-13 con l’arrivo dei tre amici sembra, in realtà, un’aggiunta posteriore al racconto in prosa, utile a collegare la cornice ai discorsi che inizieranno dal c. 3. Si tratta, infatti, di un’infrazione evidente ai parallelismi e alle alternanze sulle quali l’autore della cornice ha costruito il proprio racconto. Per completezza di trattazione – e per riagganciarci al finale della cornice al c. 42 – ne sintetizziamo brevemente le caratteristiche.
I tre nemici hanno notizia di tutto il male (ra‘) caduto su Giobbe e si accordano per raggiungerlo, partendo ciascuno dalla propria contrada[9]. Alla vista di Giobbe (lo immaginiamo come l’autore lo ha descritto in 2,8), inizia per i tre il tempo del lutto e del pianto, con manifestazioni tipiche quali lo stracciarsi le vesti (come Giobbe stesso in 1,20) e il cospargersi il capo di polvere. Quindi si collocano anch’essi a terra, per un lungo tempo, in silenzio. Ma questo silenzio durerà poco, come il riguardo per il grande dolore di Giobbe: i loro discorsi riempiranno parte considerevole dei successivi quaranta capitoli del libro, e non avranno alcun effetto consolatore, né su Giobbe, né tanto meno nella prospettiva di Dio!
Epilogo: un salto alla fine del libro
E il giudizio di Dio sull’intervento dei tre amici giungerà puntualmente all’inizio dell’epilogo (Gb 42,7-17), quando alla stoltezza (nebālâ, come nābal Giobbe aveva giudicato sua moglie in 2,10) e all’infondatezza dei loro discorsi («Non avete detto di me cose fondate [nekûnâ]») il Signore contrapporrà per ben due volte (vv. 7-8) la fondatezza delle parole pronunciate dal suo servo (‘ebed) Giobbe[10]. Non solo la disputa viene risolta, dunque, da Dio in persona a favore di Giobbe, ma egli diventa addirittura intercessore e mediatore per la salvezza dei tre amici, capovolgendo completamente la prospettiva del c. 2.
L’epilogo, in realtà, manca della bella costruzione del prologo e lascia aperte non poche questioni[11]. L’interesse principale sta nel ristabilimento di Giobbe in una condizione che è assai più favorevole della prima: i numeri di tutto il bestiame posseduto si duplicano e gli rinascono – nonostante un’età che si può immaginare non più giovane – sette figli maschi e tre femmine, delle quali viene magnificata la bellezza. Si parla anche di fratelli, sorelle e conoscenti che vengono a consolare Giobbe di quanto sofferto. Il prologo, in realtà, non aveva nominato altri parenti oltre ai figli e alla moglie, ma nella sezione poetica era stato Giobbe stesso a fare riferimento all’abbandono subito da parte dei fratelli (cf. 6,15; 19,13), quindi l’epilogo presenta una restaurazione anche rispetto a tale mancanza.
Infine, la conclusione: dopo aver visto figli e nipoti per quattro generazioni, Giobbe muore, vecchio e sazio di giorni, come il patriarca Abramo (cf. Gn 25,8).
Come Abramo, Giobbe ha vissuto da servo e amico di Dio. Come Abramo, ha affrontato la lacerazione della prova. Come Abramo, è rimasto saldo. Perché entrambi hanno creduto alla benedizione di yhwh come a una nekûnâ, una cosa fondata.
1 L’impossibilità di localizzare il paese – sicuramente non in territorio giudaico – dà alla storia di Giobbe (che non ha neanche un nome ebreo e per un israelita è, dunque, uno straniero) la portata di un’esperienza umana universale.
[2] Nella mentalità antica anche i figli sono parte delle ricchezze del padre. Un’attenzione, inoltre, ai numeri: la somma di figli e figlie, pecore e cammelli ecc. dà sempre un multiplo di dieci, ossia di una totalità.
[3] Letteralmente «per niente», è l’equivalente del nostro gratis, gratuitamente. L’accusa è di un timore interessato. In 2,3 l’avverbio sarà rilanciato da Dio al satana, che lo ha spinto contro la sua creatura hinnām, per niente, senza ragione.
[4] Si noti che, nell’esperienza dell’uomo provato dal suo Dio, il valore dell’immagine della siepe verrà completamente capovolto: in 3,23 Giobbe accuserà Dio di averlo assiepato (sākak), ossia di avergli sbarrato la strada da ogni parte.
[5] Con lo stesso senso la moglie di Giobbe, alter ego dell’accusatore nel secondo capitolo, utilizzerà il verbo bārak per provocare il marito a bestemmiare il nome di Dio prima della morte (cf.2,9).
[6] Cf. Ez 14,21; Ger 15,3.
[7] E che sarà replicato in 2,10b.
[8] Anch’ella sarebbe stata provata dalla morte dei figli e dalla perdita di tutte le ricchezze, e ora vedrebbe il marito avvicinarsi alla morte. Si tratta di argomentazioni plausibili, ma che narrativamente non servono a spiegare il ruolo del personaggio.
[9] I toponimi sono riferibili a zone dell’Idumea e dell’Arabia, sedi classiche – come tutto l’Oriente – della sapienza nella concezione israelitica (cf. 1Re 5,10-11; Ger 49,7; Abd 8; Bar 3,22-23).
[10] L’espressione «il mio servo Giobbe» ricorre ben quattro volte nelle parole di Dio in questi due versetti.
[11] Tra gli altri, ad esempio, resta irrisolto il problema dell’assenza dei discorsi di Dio agli altri due amici: perché parlare solo ad Elifaz? È chiaro che per l’autore si tratta, ormai, di questioni di poca importanza: ciò che conta, adesso, è la restaurazione di Giobbe, l’happy end!